Controllore del cazzo

Fabio Blanco



Biglietto per favore!... SCUSA? POTRESTI FARMI VEDERE IL BIGLIETTO? SIII! Un attimo! Ho l’abbonamento.
E fammi vedere la ricevuta dell’abbonamento allora!
Eccola! Tiè!
Uhm! Arrivederci!
Fottuto coglione. Che modi sono questi? Ti sembrava che potevi incularmi, vero? Vai, vai, testa di cazzo, vai. Chissà da quanto tempo non scopi, coglione. Ancora a Cadorna e voglio che questa giornata di merda finisca.
Che coglione, uomo di merda. Perché fai un lavoro di merda, lo fai con quella faccia di merda?
Tram di merda. Gente di merda. Vita di merda. Se non dovessi prendere questo mezzo del cazzo tutte le mattine, probabilmente, riuscirei ad arrivare con una faccia decente a lavoro. Se non fosse per questa gente di merda, probabilmente…
Scusi è libero?

Questa vecchia del cazzo sicuramente vuole che faccia sedere pure sua nipote e che mi alzi. Ecco. Mi sta guardando pure la bambina. Fanculo.
Prego, siediti.
Nemmeno un “grazie”. Nemmeno un maledetto grazie del cazzo.
Ma perchè non sono amico di violenti-reietti-spacciatori-fuori di testa- proprietari di nightclub-magnaccia-con i soldi?
Semplice. Perchè devo sempre complicarmi la vita!
Oggi è una di quelle mattine con il sole finto.
Dopo una settimana di pioggia ti convinci che il sole che vedi fuori dalla finestra sia caldo. Sia il padre che non hai, i soldi che non hai, la ritrovata speranza perduta. E quindi sorridi e ti vesti più leggero del solito. Ma appena esci fuori ti accorgi che è tutto fottutamente falso. Tutto è freddo come i giorni di pioggia. Ritorni a casa e indossi qualcosa di più pesante. Riscendi e il tram ti passa davanti. Lo perdi. L’altro passerà tra 20 minuti. Decidi di camminare fino alla prossima fermata per non sentire il vento gelido che ti taglia il viso. E maledici quel sole e quella giornata.
“Non tutto quello che parte bene va a finire meglio!” Diceva mio nonno. Cazzo se aveva ragione!

Vincenzo Paternoster 24 anni.
La mia giornata-tipo inizia con dieci bestemmie al Cristo redentore per il semplice fatto che non mi sveglio mai felice. Undici bestemmie alla merda che il cane del mio coinquilino ha lasciato in cucina e in bagno. Dodici bestemmie all’acqua gelida, tredici al dentifricio finito, al sapone allungato con l’acqua. Quattordici bestemmie ai vestiti ancora in lavatrice che puzzano più di prima. Quindici alle calze col buco. Sedici alla doccia sporca, alla caffettiera oleosa sotterrata sotto una montagna di piatti sporchi. Diciassette al fatto che se avessi dei soldi andrei a vivere da solo. Alla ventesima bestemmia mi ritrovo alla fermata del tram sotto casa, e questo che fa? Mi passa davanti.
Credi in Dio?
No!
Il mio lavoro è il più merdoso lavoro che ci sia. Parcheggio macchine. Parcheggio macchine perché non ho soldi. Parcheggio macchine perché sono studente. Parcheggio macchine perché studio cinema. Parcheggio macchine perché mio padre non voleva che studiassi cinema e quindi parcheggio macchine per mantenermi gli studi di cinema. Ogni secondo che passo a parcheggiare macchine sento tante opportunità che vanno via. Tante idee che si realizzano senza che io ne faccia parte.
Quanto costa il parcheggio?
Tredici euro.
Tredici? Sei un ladro!
Come se facessi io i prezzi del parcheggio. Come se li intascassi io quei soldi. Cinque euro all’ora senza pausa pranzo pagata per nove o forse dieci ore di lavoro. Sotto la pioggia. Sotto la neve. Sotto il sole cocente. Trecento euro di affitto. Cento di bollette. Seicento di tasse universitarie. Tre euro per l’aperitivo. Tre euro per l’aperitivo. Tre euro per l’aperitivo. Tre euro per l’aperitivo. Tre euro per l’aperitivo. È l’unico modo che ho per dimenticare l’insoddisfazione.
Lavori?
No!
Il 2005 era alle porte. Come il 2006 e il 2007.
Arrivai al 2008 come gli altri anni. Senza soldi. Insoddisfatto. Pieno di debiti.
Mio padre insisteva perché cambiassi università a un esame dalla laurea. Mia madre non la sentivo dal 2005. Tanto per cambiare si è risposata con un poliziotto. Un motivo per odiarla ancora di più. Un motivo in più per non sentirla. Non andai al suo matrimonio. Né all’ospedale quando nacque sua figlia.
Mio padre aveva sposato una donna idiota piena di soldi. Aveva anche lei una figlia. E tutte e due dissanguavano l’ex marito. Il poveraccio versava quasi duemila euro al mese per il mantenimento dell’ex moglie e della figlia. Io l’avrei definita: ex figlia. Più lo stipendio di mio padre. Più lo stipendio di lei. Arrivavano a circa cinquemila e rotti euro al mese. Questo pensiero mi attanagliava le viscere mentre con la neve fino al ginocchio mi prendevo i vari “vaffanculo!” dalla gente che mi chiedeva il costo del parcheggio. A volte immaginavo cosa cazzo avrei fatto anche solo con mille euro al mese. Figuriamoci con cinquemila.
Non andavo a casa dal 2005. Due volte l’anno sentivo mio padre.
Come stai?
Bene.
Lavori?
No.
Vuoi cambiare università?
No.
Va bene. Ciao.
Ciao.

Ti senti con tuo padre?
No!
Mia nonna materna mi chiama spesso. Soffre la mia mancanza. Ogni tanto mi manda dei soldi tramite posta. Forse più di ogni tanto. Quasi ogni mese mi manda duecento euro di nascosto da mia madre. Mia nonna paterna invece, sommersa dai nipoti, dalla nuova nuora e dalla nuova nipote acquisita, ha sicuramente dimenticato la mia faccia.
Alla fine del 2009 divenni dottore in cinema, indirizzo storico-critico.
Alla mia laurea c’erano pochi amici. Gli unici che potevo permettermi di frequentare. Mi fecero piacere i loro auguri, il brindisi e il regalo. Una buona torta di cioccolato che mangiammo tutti insieme nel cortile dell’università. Nessuna foto. Nessuna corona dantesca. Nessun parente.
Solo la chiamata di mia nonna. E mille euro di regalo nel mio conto postale da parte sua.
Appena i miei amici andarono via mi trattenni con l’ultimo sorso di spumante da due soldi rimasto che non tutti avevano gradito, ma era un regalo anche quello e volevo goderlo fino all’ultima goccia. Accesi una sigaretta ammirando gli altri neo dottori in cinema.
Due belle ragazze uscirono con minigonne e tacchi. Sembravano due modelle. Dietro di loro i vari parenti, genitori, centinaia di amici. Cantavano canzoni. Sorridevano. I padri commossi. Le madri altrettanto. Alla terza sigaretta avevo capito che ormai non avevo veramente più nulla da fare in quel posto.
Ti sei laureato?
No!
Due ore dopo la mia laurea mi ritrovavo a parcheggiare le auto per la fiera di dicembre. Avevo mille e cinquecento euro da parte. Mille euro, tenendo conto l’imminente spesa della casa e delle bollette. E l’insoddisfazione di un altro Natale che arrivava.

Il Natale è la festa che causa il maggiore tasso di suicidi al mondo. Una festa dove chi non ha famiglia deve sentirsi triste. Devi respirare l’amore dello stare insieme. Devi sentire gli odori della famiglia. La zuppa. Il camino. Il panettone.
Bussai alla porta del mio datore di lavoro.
Paternoster, prego, che posso fare per te.
Mi chiedevo se avesse bisogno di security per…
La notte del 24 e 31 Dicembre?
Mi interruppe risparmiandomi l’umiliazione di cercare inutili scuse per il fatto che avrei passato quei due giorni solo come un cane.
Si...24…e 31…
Appuntò tutto su un’agenda di pelle. Per quelle due date era vuota. Nessuno aveva prenotato. Sapevano che ci sarei stato di nuovo io come gli altri due anni.
Sei un bravo ragazzo Vincenzo.
Firmò l’assegno della mia busta paga.
Grazie signor Rotondo.
Vai a casa per oggi. So che ti sei laureato, auguri.

Sorrisi soltanto. Mi facevo pena da solo. In realtà mi dava fastidio che quell’uomo di cinquant’anni provasse compassione nei miei confronti. Un ragazzo di ventiquattro anni che voleva passare la notte di Natale e di capodanno da solo, facendo la guardia tra gli stand della fiera di macchine agricole.
Nel mio assegno mensile c’erano centocinquanta euro in più.
Momentaneamente il mio budget era di millecinquecento euro più ottocentocinquanta euro. Duemilatrecentocinquanta euro in totale.
Hai mai pensato di scappare?
No!
Questo tram di merda è sempre in ritardo. Anzi sono io ad essere in ritardo. Porca troia sempre la stessa storia del cazzo.
Quando cazzo arriva.

Era come non avere mai fiato.
Respiravo a piccole dosi, come se da un momento all’altro l’aria intorno dovesse finire, e lottavo per risparmiarla fino all’ultima molecola. In quel periodo il Lexotan pestava forte. E i fiori di Bach erano una miscela per chi in realtà l’ansia non sapeva nemmeno cosa fosse. Questo male era come se iniziassi ad amarlo. Credetemi. Era la migliore delle tecniche. Il miglior insegnamento del catechismo. Ama il tuo nemico. Amalo, come ami te stesso. Puttanate! Eppure stava funzionando, stavo iniziando a capirlo. A studiare le sue mosse, i suoi tempi, e il modo come colpiva.
Scrivevo perché immaginavo sempre di fare colpo su qualcuno. Che qualcuno amasse le cose che facevo. In realtà non volevo scrivere su niente. Volevo solo che tutto ritornasse come prima. Che io stessi bene.
Sembra passata un eternità. Ma è così. È un anno che sto male, e un anno è tanto. Dio infame. Da tempo facevo caso a una cosa. Che le parolacce comuni non mi davano più quel senso di sfogo che una bestemmia indirizzata al redentore meschino delle cause perse mi dava.
Ma questa è un’altra storia.
A volte in discoteca giro solo come un cazzone, sperando in una pomiciata con un cesso qualsiasi per capire se sono ancora vivo o se ho un minimo di autostima tale da sentirmi desiderato da qualcuno. Il fatto è che di pomiciate ne ho fatte. Ma l’autostima è sempre ridotta all’osso. È come se una iena avesse preso la mia anima e l’avesse servita alle altre bestie. E tutte insieme ora mangiano un bel dolcino.
Ma questa è un’ altra storia.
La parafrasi? Ma cosa cazzo è? Il nulla è come avercelo dentro, solo che è meglio averlo fuori così puoi dire che non hai nulla.
E la gente moriva. E nuovi film venivano proiettati. C’era un periodo in cui andava di moda portare la cresta. E dopo otto anni con i capelli lunghi ho deciso di dare un taglio. Di fare la cresta. E di essere l’unico gallo che desiderava finire nella zuppa. Erano gli anni delle droghe pesanti. Ma era meglio stanne alla larga. Io invece me le prendevo tutte.
Ma questa è un’altra storia.
Becco sempre lo stesso film del cazzo sul satellite. Racconta la storia di un giocatore di calcio. Il fatto è che più lo guardo più lo odio, ma ogni volta che c’è lo guardo. Così ho finito per farmelo piacere.
Come ogni cosa nella mia vita.
Se rifletto tutto quello che amo, lo odio. Non amo nulla. Non c’è niente che a prima vista mi abbia fatto dire: “Wow, che bello!” Forse solo la mia prima Playstation. Poi la playstation 2. Poi la Xbox. Poi la Xbox360. Forse sono un nerd. Ma il fatto è che non riesco a giocare ai videogiochi. E per questo non lo sono.
Tempo fa mi capitò di sparare con una pistola. E avevo paura. Io pesco e lancio con la canna. Ma ho paura che qualche giorno il piombo mi sfondi la testa. Quindi ho paura degli oggetti che contengono piombo in volo per aria. Non mi ricordo chi disse che attorno a noi ci sono milioni di proiettili vaganti. E la cosa mi fa paura. Sarà per questo che non voglio uscire?

La nutella. Effettivamente è buona, pure troppo, ma non la mangio da sei anni. Allergia alle nocciole, la chiamano.
Io la chiamo porco di un Dio che lecca sale per risparmiare sui miracoli, ecco come la chiamo. Un prete disse: “Prendersela con Dio non aiuta”. Un uomo rispose al prete: “E prendersela con l’uomo aiuta? Come si fa per essere aiutati da Dio?”. Poi spensi la tv e non seguì la discussione. Avrebbe detto qualcosa del tipo…bla…bla bla….bla… come i cani. Come la gente che non serve. Come Dio. Tutto bla bla bla.
A volte credo che dietro di me ci sia qualcuno. Che sia Dio? Una specie di freddo alla spina dorsale. Come una continua sensazione di paura che mi accompagna da tempo immemore. Eppure c’è. Eppure è lì. Ci sono volte che la notte accendo la luce, e guardo la stanza. E mi addormento con la luce accesa. Poi arriva l’alba. E se mi sveglio spengo la luce. Sono convinto che i maggiori mali si consumino al buio. Stamattina mi guardavo allo specchio e avevo tante bollicine rosse sulla faccia. Chissà cosa sono. Se lo dico a qualche dottore mi dirà: “STRESS”
Ma porco santo Afganistan ma può essere che i dottori di oggi non sappiano un cazzo? “Dottore, chiami un dottore” disse qualcuno! Ma che cazzo gli fanno studiare a medicina?
Dottore ho mal di testa!
“Stress”
Dottore ho delle macchie in faccia!
“Stress”
Dottore ho una tosse strana!
“Stress”
Dottore mi fa male il buco del culo!
Mi faccia vedere
Questo fanno i dottori!
A volte mi chiedo se quello che faccio sia giusto. Altre volte non ci penso e lo faccio. Analizzo gli ultimi dieci anni e trovo merda mischiata con acqua piovana.
Saranno state le quattro del mattino, e avevo voglia di un succo di frutta. Ne bevo un sorso alla pesca e finisco in ospedale. Quattro ore di flebo al cortisone per farmi ritornare un uomo normale. Dato che ero rosso e gonfio come una mongolfiera. Allergia alla pesca, la chiamano. Io la chiamo Dio predone del deserto. Nemmeno un succo di frutta alle quattro del mattino di un afoso agosto milanese in un palazzo vecchia struttura dove l’aria condizionata è un optional da milleseicento euro al mese e chi ne prende seicento può solo immaginarla o provarla a casa degli altri.

Mi alzo in ritardo, mi prendo gli integratori, mi prendo il caffè, vado al lavoro, se così si può chiamare, ritorno a casa, mangio, mi prendo la pillola, una qualsiasi, non fa differenza, mi metto al computer, mi masturbo vedendo sempre le stesse cazzo di cose, penso alla mia vita di merda appena ho finito, e vado a letto.
Una volta vidi un cane. Era morto. Mi avvicinai e aveva la pancia piena di vermi. Pensai: è un cane morto, niente di più! La gente vuole trovare tanta filosofia nelle cose. La natura morta…
Un milione di quadri che fanno tutti cagare. La gente vuole trovare il bello nel brutto. Perché tutto attorno a loro fa abbastanza schifo, quindi poveracci si adeguano come me.
Amare il tuo nemico…
L’uomo che odi diventa tuo marito. La musica che odi la ballerai un giorno. L’auto di quel colore di merda sarà tua in meno di un anno. Quel figlio di papà di merda con quel telefono di merda oh! ma guarda! ho lo stesso telefono. Adeguarsi, lo chiamano.
Il problema è uno, cari signori miei, e non rompetemi i coglioni: i soldi.
Se uno ha i soldi è felice. E basta! Non c’è un cazzo da fare. Hai i soldi, fai che cazzo vuoi. Sei malato? Muori! Sei malato coi soldi? Almeno puoi provare a curarti! Se ti riesce, vivi e continui a goderti i soldi. Sei stato morto di fame una vita, sei malato e muori? Ma che cazzo di senso ha? Passare una vita a vivere di merda per morire malato.
Forse è una liberazione, ecco cosa è.
Ma io, come gli altri, temo la morte e per questo sono ipocondriaco.
Per questo il santo padre mi ha abbandonato. Per avere bisogno di Dio significa che sto messo male. Eppure una volta amavo Dio, era l’unica persona con cui parlavo. Poi quando dai miei sei anni ai miei quindici anni chiedevo imperterrito a Dio che i miei genitori non divorziassero e non litigassero più, fui l’ennesimo figlio di puttana coi genitori divorziati. E ho pregato dieci anni. Mi dite come cazzo pretende la gente di far guarire la gente con le preghiere?
Comunque il resto è tutto da vedere.
In realtà temo Dio. In realtà è il primo a cui mi rivolgo quando sto male. In realtà è l’unica persona che forse potrebbe sopportarmi.

Mi piace l’idea di fare tante cose. Ma mi fermo all’idea. Meglio così, non c’è lo sforzo per farlo.
Fottuto controllore del cazzo tutta la mia giornata è andata a puttane per colpa sua. Che cazzo. Se avesse chiesto gentilmente: “Scusi? Potrebbe mostrarmi il suo biglietto?” questa giornata di merda sarebbe stata meno di merda. Avevo le cuffie, sentivo la musica, non potevo sentirlo. Ero immerso in un pensiero che ho perso.
È terribile essere sempre in bilico tra lo stare male e la rabbia estrema cristo inchiodato al muro dell’AVIS senza intonaco sopra.
Sono grasso e non sarò mai magro. Ne sono consapevole. È più facile accettare di essere grasso che perdere peso e diventare magro. Alla fine non ho fatto né quello né l’altro. Sono grosso e non lo accetto. Vorrei essere magro ma non lo faccio. Mi convinco che non ho forza fisica abbastanza per fare attività fisica e collasserei. Bella scusa. Ma vince sempre. Quindi vuol dire che è giusta. Dio infame! Il fatto è che sono un falso magro. Cioè, se ho la maglietta sopra sembro magro. Ma in realtà son grasso. Ho le tette. E che tette! Ho la pancia. E che pancia!
Il mio stato di falso magro è come tutta la mia vita. Falsa! Una vita costruita sulla menzogna. Da tempo immemore imbroglio per essere migliore agli occhi della gente.
A volte mi è riuscito, forse sempre. O forse lo credo solo io e tutti sanno che sparo cazzate. Chi lo sa? Ma il fatto è che sto qui a dirlo e lo sto ammettendo. Sono migliore di voi, io, che lo ammetto. Sono un cazzaro di prima categoria, e allora? La mia vita basata sulla finzione. Dal finto magro, forse l’unica verità della mia vita al finto artista, finto regista, finto colto, finto sportivo, finto scrittore. Finto, finto, finto. Che cazzo sarebbe successo se avessi sempre detto la verità? Chi ha pomiciato la prima volta a sette anni? Non certo io. Chi ha scopato la prima volta a tredici anni? Non certo io. Chi ha fatto rugby? No, ti sbagli, non io. Chi ha fatto tre film? No, non io. Chi è sfigato per aver detto queste cose? … Ehm… dovrei dire io, vero?
Invece, se dici la verità, nessuno si aspetta un cazzo da te e non devi stupire nessuno. Sei un uomo mediocre come il resto del mondo. Non ti inventi filosofie rubate ad altri per far colpo sulla gente. Non ti inventi cazzi per mazzi per essere simpatico. Ho dimenticato pure: Finto felice. Finto umorista.
Non rido per un cazzo da chissà quanto tempo. Ho paura a dormire da solo.
Dicevo, tempo fa scrissi un libro. Ovvero scrissi qualcosa che non ho finito e forse non finirò mai. Ho iniziato tante cose senza mai finirle.
Da disegni, a idee, a cose che avrebbero potuto avere un certo valore. Chissà cosa sarebbe successo se avessi finito sempre le mie cose? Ieri mi chiama un professore della mia ex coinquilina. Si chiama Stefano, cinquantatre anni. Voleva informazioni riguardo a delle telecamere.
“Dammi del tu che mi sento vecchio”, disse.
Io ho ventiquattro anni e mi sento morto di vecchiaia. Questa sensazione di essere sempre “troppo in ritardo”. Di invecchiare, di non essere più giovane. A ventiquattro anni è normale? Non credo! Eppure succede. Cioè mi succede. Non so agli altri, ma a me succede. Ma che cazzo di sensazione è? Mah!
Comunque questo periodo di merda passerà. O con la morte o con la vita. Ma passerà, tutto passa. Passa il bello passa anche il brutto.

Odio la montagna, non so perché. In realtà non ci sono mai stato. Forse la amerei. Questo mi riporta alla mia vita e alle finte cose che so di sapere ma non ho mai provato.
Non ci vado alla cava, non mi piace.
Ma ci sei mai stato?
Si, ci sono stato, non mi piace.
E in realtà non ci sono mai stato. Odiavo tutta sta gente di merda con l’iphone in mano. Si connettono sempre su Facebook anche quando c’è la gente attorno a loro e i loro amici sono nella stessa stanza. Ho comprato l’Iphone anche io e mi collegavo su Facebook seduto sul cesso mentre la mia ragazza era in camera da letto e scrivevo delle parole di merda a gente che non conosco e non ho mai visto per sentirmi una persona migliore. Quando la mia ragazza, ex ragazza, ha cercato sempre di farmi sentire una persona migliore. E gratis.
Tutte le mie incoerenze…
Tutto quello che ho odiato ho finito per averlo. Tutto quello che ho smerdato l’ho fatto. Tutto quello che non avrei mai voluto ora vive con me, e guarda caso tutte le cose che mi sono sempre piaciute non le ho mai avute. Ad esempio una ragazza che indossa gonna e tacchi. Mai avuta. Un fisico normale senza tette. Mai avuto. Un fisico forte. Mai avuto. Un cervello sano. Forse l’ho avuto ma l’ho sfruttato male.

Come cazzo ci sono arrivato a questo punto?
Bene, se fossi in un film metterei una classica dissolvenza in nero, niente di troppo impegnativo o elaborato. Anzi no. Metterei un cazzo di effetto stile lampo. SBAM! Che lascia una luce accecante sullo schermo. E con questo passiamo al flashback. Una cornice opaca biancastra ai bordi come nel più classico dei casi. E una voce narrante del cazzo inizierebbe a dire:
Tutto iniziò così…
Avevo quindici anni e stranamente procedeva tutto maledettamente bene. Avevo la mia ragazza, il mio motorino, le mie sufficienze al liceo e le mie ripetizioni di latino a buon mercato. Sicuramente mi sbaglierò di qualche minuto, ma erano le 19:35 di un Aprile, uno strano Aprile caldo e appiccicoso,di quello che ti fa pensare più volte "sarà un’estate tremenda!". Di certo avevo cose più interessanti da fare che rispondere al cellulare che vibrava prepotentemente nella tasca dei miei primi jeans, strappati come la moda metal, mal arrivata e capita nel mio paese di provincia, voleva. Alle prese con un petting da strada, sul muretto della villetta comunale, con la mia ragazza, i miei jeans continuavano a vibrare.
La ragazza con cui stavo, una quattordicenne dolce dai capelli ricci, smise di baciarmi - Non rispondi?
– Dovrei? Battuta scontata alla Dawson’s Creek, ma faceva il suo effetto in quegli anni.
Rispondere non era di certo quello che volevo, dato che l’esibizionismo che mi ha sempre contraddistinto pretendeva che continuassi a baciare e toccare quella ragazza davanti alla folla del sabato pomeriggio. ”Può essere importante...non credi...?“ mi disse lei sorridendo e mordendomi le labbra. Eh si, Dawson’s Creek ci stava rovinando.
Prendo il telefonino dalla tasca. Il display con lo sfondo degli Slipknot lampeggiava, e superba compariva la scritta: “Papà!” – Minchia mio padre! – esclamai (sottolineo Minchia)
– Oì, papà! Dimmi!
– Vincèèè viri ca a veniri subitu a ccasa! (Vincenzo, devi venire subito a casa) – la sua voce è simile a un subwoofer dentro una caverna ed era come sempre o spesso incazzata.
– Ma che succede? – dissi io con la voce che mi usciva dal buco del culo, piccolo e con la coda tra le gambe, pensando alle mie ultime cazzate non sgamate.
– A ta matri nun voli ciù futtiri cummia! (Tua madre non vuole più scopare con me!)
Bene. Fermo immagine sul mio volto. Ora, a questo punto vorrei essere stato una persona seduta sul bordo della fontana vicino a me per vedere la mia faccia. Forse ho fatto un’espressione che ancora devono inventare!+ – ok sto arrivando...

Ulteriore flashback nel flashback. In ogni buona famiglia siciliana che si rispetti, si usa che ogni figlio debba assistere alle liti dei propri genitori. Io, da figlio unico, ne ho vissute diverse che potrei suddividere così:
1. Quella dove mia madre ha ragione perchè mio padre non ha mai lavato un piatto, e lui si incazza perchè lei glielo dice.
2. Quella dove mia madre ha ragione, ma mio padre non lo accetta e si incazza lui e mia madre deve chiedergli scusa.
3. Quella dove mia madre ha ragione e mio padre non parla per giorni con lei e, logicamente, lei deve chiedergli scusa.
4. Quella dove mia madre ha ragione, e mio padre rinfaccia quell’unica volta che aveva ragione lui per incazzarsi e farsi chiedere scusa.
5. Quell’unica volta dove mio padre aveva ragione mia madre ha finto il suicidio con un coltello da cucina.
6. Quelle volte che a causare la lite è mia nonna, ovvero la suocera di mio padre.

Poi ci sono i classici: le liti per i soldi, le liti per le sigarette, le liti per il cibo, le liti per le cose di dieci anni fa, le liti per le cose di vent’anni fa. Bisogna ricordare che la presenza del figlio è indispensabile, perché lui deve sapere quanto schifo fa sua madre e viceversa. Questo spiega la telefonata ricevuta!
Dai miei nove anni ai miei quindici anni le mie preghiere da cattolico convinto, dato che Dio era l’unica speranza per tenere unita la famiglia, o almeno così diceva mia nonna, diceva il prete, dicevano le mie zie e dicevano i vecchi in chiesa, erano:
Ti prego Gesù, fa che mamma e papà non litighino mai più, ti prego Gesù, ti prego.
Una litanìa che ripetevo per diversi minuti, in modo velocissimo, da essere invidiato da capre sopra panche e da cani sotto palazzi. Ogni notte. Ogni volta che i miei litigavano, per tutto il tempo della lite, e sottolineo tempo. Ma non è dolce? Non fa tenerezza un pargoletto ciccione di nove anni biondino che prega sotto le coperte per la sua famiglia? Di certo a Gesù non fece tenerezza! Anzi. Comunque…
Salutai la mia ragazza, che, vista la mia faccia, disse:
– Vincè, ma è morto qualcuno?
Mi fece sorridere la faccia che fece lei quando risposi:
– Magari!
Di certo non mi sentivo di dirle che mio padre mi aveva detto che sua moglie non voleva scopare con lui. Sapete, per ogni figlio l’idea che i propri genitori scopino è facile da accettare come infilarsi il gomito su per il proprio culo, disse qualcuno.
Salii sul mio motorino, logicamente di seconda mano. Una moto grande, anche se ho sempre voluto e desiderato l’MBK Booster, ma come disse mio padre, ero troppo grasso per l’MBK...per la serie: Risparmiamu e cumpariemu.(Risparmiamo e facciamo bella figura). Ero uno dei pochi che portava il casco, e in realtà sotto quello stesso casco in quel momento avrei voluto raggomitolarmi e nascondermi.
Casa mia non era lontano. Giusto un paio di minuti in moto e si arrivava. + Il mio Miglio Verde sul motorino sembrò infinito. Avevo paura di tornare a casa. Pensai: “Ma porco Dio!” E alternavo questo pensiero con: Ma perchè? E ora? Chi farà finta di uccidersi questa volta? Chi tirerà il primo pugno nel muro? Chi sputerà addosso a chi? Chissà, forse mia madre aveva un motivo valido per non scopare più con mio padre. Forse pensava che anche se dormivano nello stesso letto, lui non se ne accorgesse che non scopavano più. Mah!
Casa mia è strana, la luce della cucina al primo piano, di un colore bianco intenso simil sala operatoria, si riflette nelle finestre del supermercato davanti a casa, che dista pochi metri dalla porta di casa mia, facendo vedere perfettamente cosa succede nella mia cucina alla gente che compra l’affettato nel banco salumi. Esempio:"Allora... mi dia cento grammi di salame ungherese e il pane che sta mangiando la signora di fronte!".
Approfittando della visione “salumieristica” della mia cucina, appena parcheggiai il motore sotto casa, entrai al supermercato per vedere che aria tirava. Due persone davanti a me, in fila per comprare l’ottimo pane che vendono, mi avrebbero dato il tempo di sbirciare. Niente. La cucina era vuota. E ciò mi fece riflettere. A parte il bagno, altro luogo prediletto per gli scontri, che rimaneva? Non credo la camera da letto, dati i problemi appena partoriti. La mia stanza nemmeno. Il salone, pensai… ma c’era troppo comfort per uno scontro faccia a faccia tipico dei miei.
– Prego – disse il salumiere.
– Ehm...un...panino con il salame... – e continuavo a guardare la finestra sopra di lui...ovvero casa mia.
– Che salame preferisci? abbiamo ungherese, napoli, piccante...
– Quello che vuoi, tranquillo! – mai era stato così cortese, forse aveva letto l’alone di tristezza sul mio volto e gli facevo pena.
La sensibilità dei salumieri a volte sfugge.
– Ecco a te ciao, buonaserata...
“Si, col cazzo!” pensai...
Dato che non avevo una lira, dato che sapientemente le avevo spese tutte in un ottimo fumo di paese, nel tragitto tra il banco salumi e la cassa posai il panino accanto al Vernel Fresco Lana, e mi recai verso l’uscita con molta indifferenza, salutando la cassiera obesa che, secondo me, pensava avessi rubato qualche merdata.
Immaginai gli ingranaggi della serratura che si muovevano per aprire la porta. Tutto questo prima di inserire la chiave. Temporeggiavo.
Mio padre era a letto e non dormiva. Ma era a letto. Da solo logicamente. Mia madre era sicuramente giù da mia nonna.
Tua madre non vuole più scopare con me.
Uhm.
È una bastarda di merda.
Uhm.
Mi ha rovinato la vita, mi tratta come una merda, non mi fa vedere la figa per mesi poi è logico che vengo subito quando scopiamo.
Uhm.
Ogni parola era una chiave inglese Chrome Vanadium che mi colpiva allo stomaco. A lui sembrava non fottergliene un cazzo. Ma logico. Era li che soffriva. Cosa poteva interessargli se al figlio di quindici anni facesse schifo l’idea che il padre sborrasse dentro la madre. “Sei grande”, diceva, “ti posso parlare di queste cose”.
Si giustificava così, quando un minimo di buon senso lo colpiva facendogli chiedere se fosse giusto dire quelle cose all’unico figlio.
Fottuto testa di cazzo, pensai.
Coglione di merda.
Bastardo.
Essere incivile.
Nessun padre dovrebbe dire al proprio figlio come si scopa la madre.
Di certo era meglio che se ne andassero tutti e due a fare in culo, ma non che io sapessi queste cose.
Questo cazzo di gilet di plastica puzza come non mai. Cristo quando mi deciderò a portarmelo a casa così sono sicuro che lo uso sempre io? Ma chi ha tempo di pensare a certi dettagli quando stacca dal lavoro? Forse uno che fa un lavoro che ama. Zona 3. Piano di lavoro del cazzo! Quanta strada devo fare per raggiungere quella zona. Gli altri colleghi leccaculo sono tutti qui intorno.
Il coglione sono sempre io. Bene, inizia la mia giornata di lavoro. Otto ore. Non passeranno mai.
Controllore del cazzo.








pubblicato da a.moresco nella rubrica racconti il 30 aprile 2013