Ricorrenze indigeste

Andrea Amerio



"Comunque non eravamo delle iene. Di alcuni non parlavamo, come non si parlava di Fenoglio..." (Sanguineti’song. Conversazioni immorali a cura di Antonio Gnoli).

… e meno male che c’era il vecchio Giuseppe De Robertis, confinato al «Corriere di Catania» che scriveva: «piuttosto che un neorealista, un realista, ma integrale, che ti dà, oltre la cosa, il sentimento, l’ombra della cosa e il suo dato certo, lo stile … un Carrà, uno dei Carrà più belli … una disperata passione e una disperata pietà … L’uomo all’altezza dello scrittore». (14 marzo 1953). Ti avrà fatto forse piacere che quel famoso critico sessantaquattrenne chiedesse informazioni sul trentenne che eri allora. E Calvino dalla sua postazione editoriale che gli scriveva l’inizio del tuo mito: «Le rispondo su Fenoglio. È anche come persona, un tipo insolito nelle nostre lettere, anzi proprio il contrario del solito ragazzo di provincia letterato. È un commerciante di vermouth, non in proprio, ma per una ditta in cui svolge mansioni importanti; e deve saperci fare. È un tipo alto, magro, con una faccia da film del West, un po’ brutale ed accipigliata, caratteristiche accentuate da una triste affezione: una vegetazione di verruche ed escrescenze sulle guance e sul viso. Parla a scatti, con brevi frasi dal giro inaspettato. Non è certo timido (è chiaramente un uomo pratico e risoluto, è stato comandante partigiano dei badogliani), né è tipo da darsi delle arie; ma è uomo che rimugina dentro e parla poco. Lo si direbbe un istintivo di poche letture - ed in effetti lo è; ciò non toglie che ad un certo momento lo si scopra traduttore di poeti inglesi raffinati; John Donne, Hopkins, Eliot. Ora sta facendo un nuovo racconto, ma i suoi affari ed i viaggi lo disturbano».

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Cerco di allontanarmi da ciò che drammaticamente avviene in Italia. Penso al calendario, alle ricorrenze. 2013. “Cinquant’anni fa moriva Beppe Fenoglio”. 25 aprile. Liberazione. Com’era ideologica e volgare la struttura orbitante definita cultura negli anni Cinquanta. Una macchina di potere anonima, vuota, censoria. «L’Unità», Milano 29 ottobre 1952: « I ventitré giorni della città di Alba è e resta un brutto capitolo della letteratura della Resistenza ... Fenoglio ci presenta degli strani partigiani, che stanno tra la caricatura e il picaresco, che combattono per avventura o addirittura per niente e per nessuno ... Lo stile è volutamente letterario e falso come il contenuto ... è semplicemente un gioco di parole, e di brutte parole, quello di Beppe Fenoglio ». I racconti sono «ignobili». L’articolo è firmato «Il libraio». Un’altra recensione su « l’Unità » di Genova firmata «Segnalibro» gli riconosce «temperamento di narratore» però deve scrollarsi di dosso la «stagnante atmosfera morale piccolo borghese». Della Resistenza infatti « dà una rappresentazione che si può definire "qualunquista" e che volendo essere veristica, risulta, invece, in sostanza, tendenziosa, falsa, meschina». Fortuna che non siamo più negli ideologici anni Cinquanta e che sul profondo nucleo di senso della resistenza si sono fatte tante nuove parole. E chi li ricorderà le linee culturali di Seroni, Porzio, Spriano, di Marcello Venturi, o gli eventuali stroncatori fenogliani? E serve poi ricordare i nomi, o bastano quelle etichettine di potere semieterne “il segnalibro”, “il libraio”? Maschere e mascherine di quando firmavano anonimi, giovani e prudenti. Poi vecchi e spavaldi. Su «La stampa» del 31 marzo 2007. Giorgio Bocca: «Fenoglio della Resistenza non ha capito nulla. Io, di quei venti mesi, ho un’idea politica e storica. So qual è stato il valore della Resistenza, so perché il sogno che la innervava è naufragato. Fenoglio è come Pansa».

E dire che era nel 1952 Milosz stava scrivendo La mente prigioniera.

Franco Cordelli spiega che il problema di Fenoglio è diverso: «Poiché Fenoglio non è entrato nel canone della letteratura italiana in America, la questione alla fine è irrilevante. Tutto ciò che non è Levi, Calvino, Pasolini ed Eco non conta nulla, perché ormai chi determina i valori è la cultura americana. Dunque, chi se ne frega di Fenoglio».

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Egregio sig. Fenoglio lei forse non lo sa, ma quest’anno lei avrebbe compiuto da poco 91 anni. Appena tre in più di Giorgio Napolitano, in nostro nuovo, caro – vecchio – presidente; chiamato a governare un Paese forse irriconoscibile rispetto a quando lei se n’è andato, esattamente cinquant’anni fa. O forse mortalmente immobile, ma d’un immobilità nuova, più disperata e livida. Certo lei potrebbe consigliarlo con saggezza. Ha bisogno di tutto il sostegno possibile, il ragazzo, in questi ultimi giorni in cui abbiamo visto nascondere i volti, i voti, il vuoto (nomi che a lei diranno poco – i conte Mascetti, i Rocco Siffredi); fantasmi di cariche caricate, stracariche. Incancrenite in crocchi, in cricche cariate, cariatidi tutte scricchiolii e cedimenti per non cedere il passo, per non cadere... Ricorrono quest’anno i cinquant’anni della sua prematura scomparsa, e questo era l’omaggio che avevo pensato di rivolgerle, ma poi le cose sono andate come sono andate e alla fine resta questo: una sgangherata preghierina del 25 aprile. Mi rendo conto della follia di questo sos, ma se potesse fare qualcosa per aiutarci le saremmo eternamente grati. Di brocchi bradi della sua risma si sente sempre una gran mancanza. Ciarea








pubblicato da a.amerio nella rubrica giornalismo e verità il 25 aprile 2013