Le notti tristi di Joan Didion

Nadia Agustoni



Quintana Roo, figlia adottiva della coppia di scrittori e sceneggiatori Dunne-Didion, muore giovane, a trentanove anni, per cause su cui la scrittrice dell’Anno del pensiero magico si sofferma poco, forse una rara forma di influenza aviaria. Joan Didion con Blue Nights, ci dà un altro libro sulla perdita, il lutto e su quello che infine resta e lo fa raccontando con più dettagli il suo vivere l’assenza della figlia, mancata nel 2005 dopo due anni di malattia. Didion sa dire le cose minime, a cui non si pensa quando una persona è viva, ma che ritroviamo quando la stessa persona non c’è più. La scrittrice, una delle voci autorevoli dell’establishment intellettuale d’America, solleva molte questioni in questo libro, dove vive il suo dolore e insieme l’amarezza del dubbio su quello che della figlia non aveva capito, e le rimane tutt’ora incomprensibile, un grigio che nessuna scrittura, per quanto nitida, può cancellare.

Se soltanto ciò che è stato è reale e non ci abbandona, o meglio, non lo abbandoniamo, è su questo strato che fondiamo il presente, incapaci di pensarlo senza fondamenta. Ciò che fugge spaventa, lascia un senso di non relazioni, come cose incominciate e non portate a compimento. È in quello che si è compiuto che troviamo significato ed è nelle immagini che chi ci manca ritorna, non importa se è solo ricordo, sono il volto e i gesti a riaffiorare, a contare per noi, col nome e la pronuncia del nome come se la ripetizione fermasse il vuoto.

In Blue Nights si scopre, per la prima volta da quando Didion ha toccato questi temi, una lieve reticenza, lieve ma significativa, dentro quel suo monologo fatto di particolari. Sembra si aggrappi ai dettagli perché trattenendoli salva ciò che le rimane della figlia, e perché nell’imperfezione del ricordo si attenua ciò che sta ai margini del dolore ed è forse percepibile perfino nel fulgore di quelle notti azzurre che danno il titolo al suo libro. Blue Nights è il colore del crepuscolo che da aprile fino alla fine dell’estate si può osservare solo a una certa latitudine, come avviene a New York; una qualità della luce particolare, un azzurro che annuncia l’estate, i giorni più lunghi e nello stesso tempo e proprio al suo apice contiene già la fine, come un annuncio di morte.

La morte del marito, lo scrittore John Gregory Dunne, nel 2003 e della figlia Quintana Roo Dunne poco tempo dopo, hanno messo Didion nella condizione del testimone, ma anche di fronte alla propria solitudine e all’invecchiare. Da qui quel prendere le parole come staccandole da sé e tornandole a cercare, con l’arte di una scrittura che non è maquillage, ma mostrare le crepe, sondare come in un interrogatorio con domande a volte espresse e a volte no, e con frasi che partono da un punto e a quel punto tornano più volte ma lasciando intatto l’irrisolto.

Quintana Roo era una giovane donna, spregiudicata e complessa, e se nelle parole della madre la reticenza più evidente è sulla malattia che l’ha colpita, qualcosa in più ci viene detto sulla sue crisi depressive e sul fatto che già dall’adolescenza Quintana è soggetta all’alcool e a disturbi della personalità. Come figlia adottiva di una coppia celebre è una privilegiata, ma non supera lo spettro del primo abbandono. La domanda ossessiva che rivolge ai genitori su cosa le sarebbe successo se non l’avessero adottata è significativa. La paura di un altro abbandono domina la sua vita, di più, vive fin da piccola la scena in cui questo potrebbe avvenire nel suo futuro, e tutto come se capitasse a causa di sue mancanze ed errori che sono invece solo nella sua fantasia. Sconcerta in lei ancora bambina un immaginazione adulta, e il porsi in più occasioni, su cui Didion si sofferma, come se affrontasse non la sua età ma qualcosa che ha a che fare con la madre naturale, come nel pensarsi adolescente incinta e perciò cacciata dai genitori adottivi, oppure quel suo fare telefonate a uno studio di Hollywood per avere informazioni su come diventare una star.

Figlia problematica, protetta dagli estranei e insieme esposta a servizi giornalistici sui figli adottivi, inserita in scuole esclusive per sole ragazze, ma non capita nella sua fame di sicurezza, nel suo non sapersi. Su questo e su molto altro Joan Didion si interroga, ripercorre le tappe della loro vita a tre, fin dal giorno in cui adottarono Quintana, il 3 marzo 1966 in un ospedale di Los Angeles, dove la scelsero appena nata su consiglio del proprio medico e pur amandola subito sentendosi quasi sempre inadeguati. E’ Didion che avverte più del marito l’inadeguatezza; è come se non meritasse la bambina “perfetta” che le è capitata; si chiede se saprà amarla veramente. La vita spazzerà via i suoi dubbi, ma non l’ansia e il dolore di Quintana che sa di essere stata “scelta” e quindi pensa che potenzialmente poteva essere “non scelta”, lasciata a chissà chi, chissà dove. Si comprende il suo rinchiudersi nel proprio mondo perché fuori non c’è mondo per lei: “Il mondo non ha altro che mattina e notte. Non ha giorno o pranzo. Fammi andare sottoterra. Fammi andare sottoterra e lasciami dormire” (pag. 146). Didion, a cinque anni dalla sua morte, non sa dire il perché di una visione della vita in cui lei, Quintana, si vede senza mondo, quasi in un vuoto che pare riportarla a prima della nascita, ma poi ricorda che la figlia, quando nominava la madre assente o cattiva, la vedeva insieme alla madre presente e buona, e le abbracciava entrambe. C’è un forte bisogno di perdono e conciliazione degli opposti sia nell’infanzia che nell’adolescenza di Quintana; stranamente però la donna adulta non riuscirà a rispondere adeguatamente alla famiglia naturale quando a un certo punto loro la ritroveranno.

Molti dei ricordi di Didion appartengono al periodo in cui con la famiglia viveva in California e sia lei che il marito erano sceneggiatori di Hollywood. La carrellata di personaggi descritti, famosi e meno famosi, ce li mostra come attori su una scena che Didion ingrandisce, o più ancora come nella pubblicità di se stessi, non per eccesso loro, ma dell’ambiente, dove il successo è necessità. Nello stesso tempo la scrittrice, con il minimo di frasi possibile, rivela lo sfilacciarsi delle cose; piccole inquietudini di tutti, allarmi che non può o non sa interpretare e inequivocabili segnali di un tessuto sociale che viene meno. Il clan dei Dunne è colpito da più disgrazie e una in particolare sembra il raccapricciante esito di un film nero con la morte assurda per strangolamento di una giovane nipote.

Scena centrale del libro, proprio come in un film, è il matrimonio di Quintana Roo. Nella mente di Didion la scena è perfetta: la lunga treccia con i gelsomini che la sposa intreccia da sola, il velo, la suola rossa delle scarpe, il tatuaggio con il fiore di frangipane sulla spalla, la torta color pesca di Payard, le tartine al cetriolo e crescione e il nome della cattedrale ST. John the Divine in Amsterdam Avenue.

Nomi di luoghi (Quintana Roo è un territorio del Messico che per Didion e John Gregory Dunne era foriero di promesse), di cattedrali, di negozi, marchi di scarpe e maglioni, dettagli di monili, borse, palestre e quanto altro, entrano nella narrazione come schegge schizzate sui corpi vivi e com’è di persone che amano gli elenchi upper class, ma anche la poesia, che appare sempre in Didion, con le voci di Auden, Wallace Stevens e Keats.

In questo avere tutto, quello che manca è la certezza che tutto resti, non com’è, ma che resti in qualche modo. Questo non avviene; a settantacinque anni la scrittrice confessa la fatica di fare i conti con l’età e si sforza di essere giovanile, se non giovane, perché la sconfitta è la vita ai margini, non la morte. Ma è questa presenza della morte a raggiungerla in continuazione, come poco tempo dopo la rappresentazione del monologo L’anno del pensiero magico (2007) con Vanessa Redgrave sola in scena. Redgrave perderà la figlia, Natasha Richardson per un incidente con gli sci nel 2009. Natasha Richardson era amica di lunga data di Quintana Roo Dunne e il fatto di due morti tragiche, a pochi anni di distanza, con l’evento a teatro di un monologo sulla morte che coinvolge le rispettive madri, si imprime nelle pagine di Didion con tutta l’imperscrutabilità del “caso”.

Joan Didion con una scrittura di grande classe ci mostra cosa significhino le classi sociali in America. Democraticamente ci viene detto chi e cosa conta e perché; e cosa invece è elegantemente lasciato fuori dall’inquadratura. Blue Nights è un testo autentico in cui chi scrive si espone, rischia, ma sa che la sua stessa scrittura è una rete di salvataggio. L’establishment è questo.

Del resto scritture più noiose e meno interessanti ci intrattengono con altrettanti elenchi, luoghi, logo, manie ecc. che sono solo la finzione di un fare alternativo, mentre confermano il privilegio di chi “sceglie”.

Blue Nights, e qui si aprirebbero altre riflessioni, non è solo un libro sulla perdita, è un libro sull’amore, sull’impossibilità di essere perfetti e di essere come gli altri ci pensano; forse è più esatto dire in questo caso, come pensiamo che gli altri ci pensino. Perché in fondo, pagina dopo pagina, ci viene detto che l’amore non pensa per niente; è lì anche se noi ne sappiamo poco e le nostre domande riempiono, si, i libri, eppure: “Eppure non c’è giorno della sua vita in cui io non la veda”.*

* La frase citata chiude Blue Nights.

Joan Didion, Blue Nights, Il Saggiatore, 2012, pagine 206, euro 15.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 23 aprile 2013