L’evaporazione delle parole

Tiziano Scarpa



Si dà per scontato che la propria parola non sarà sufficiente. Si dà per scontato che non si sarà creduti.

Non sono un politologo, tantomeno un quirinalista, non mi azzardo a commentare quel che è successo ieri al quarto tentativo di elezione del Presidente della Repubblica. Qui mi occuperò di un aspetto che riguarda ciò che sta succedendo alle parole in Italia, in questi anni, e forse dappertutto in quest’epoca.

Fra i parlamentari che ieri hanno partecipato alla quarta votazione per eleggere il Presidente della Repubblica, sono stati escogitati due espedienti per dimostrare la propria lealtà alle direttive di partito:

1. alcuni hanno di fatto contrassegnato il loro voto, scrivendo “R. Prodi” anziché un semplice “Prodi” sulla scheda.
2. altri hanno fotografato col telefonino la loro scheda votata.

Lasciamo perdere che dei parlamentari abbiano scelto metodi che, in normali elezioni, sarebbero considerati dei reati.
Lasciamo perdere che questi metodi evochino quelli utilizzati da mafia e camorra per il voto di scambio.
Lasciamo perdere che oggi ci sia qualcuno che sostiene addirittura che la foto sia solo una, sempre la stessa, passata di telefonino in telefonino.

A me quello che interessa, al di là della cronaca politica, è che questo è l’ennesimo segno della perdita di peso della parola. La parola data non è più credibile. Il nesso di verità, impegno, responsabilità fra chi asserisce di aver fatto una cosa e la probabilità di essere preso sul serio diventa sempre più labile. Ciò che trovo grave è che dei rappresentanti istituzionali siano i primi a pensare di sé che non saranno creduti. Sono i primi a pensare che le loro stesse parole non rappresentino il loro comportamento, e che perciò si debba utilizzare degli altri sistemi per certificare la verità delle loro parole.

Oggi alle parole è richiesto l’onere della prova. Non si è più presi in parola, bisogna spostarsi altrove. Ciò che si dice non ha una corrispondenza, un nesso, un legame con i fatti, né con il proprio comportamento, con la propria persona. Bisogna contrassegnare le schede o fotografarle, perché attestare a parole ciò che è accaduto non basta più.

Ma per essere creduti sulla parola, sarebbe necessario che le proprie parole fossero credibili. Sarebbe necessario essere considerati persone di parola. Sarebbe necessario che le parole fossero in salute.

Questo, lo ripeto, mettendo da parte qualunque considerazione politologica, contingente, partitica, sulle vicende che riguardano l’elezione del Presidente: non sono in grado di commentare queste cose, non è il mio mestiere, al di là delle mie simpatie di schieramento e delle mie passioni civili.

Le parole sono sempre più leggere. Non hanno più peso. Non vengono prese sul serio. A questo ha contribuito fortemente anche la tecnologia digitale, con la possibilità di usare pseudonimi in rete, nickname, nomi finti. Non sarebbe in sé un male, ma ciò che importa è rendersi conto del costo che ha: le molte facoltà che la parola possiede vengono ridotte a una sola, l’espressione di opinioni.

Quali sono gli argomenti principali a favore di questa immane riduzione della potenza della parola a pura opinione? Il primo è che in regimi non democratici i poteri possono individuare e perseguitare chi esprime la sua opinione. Il secondo è che non importa chi parla, ma che cosa dice. Ciò che si dice importa per il contenuto, non per chi lo sostiene.

Ma chi è che parla in rete? Il si. È il si che dice. Si dice. “Sagt man”, in tedesco. “On dit”, in francese. Man e on, che corrispondono al nostro più debole “si” impersonale, sono i non-soggetti che esprimono opinioni in rete. Benissimo. L’abbiamo imparato, in almeno quindici anni di pratica generale, che in rete non si è mai certi di chi stia parlando, ma che forse così si valorizza cosa viene detto più di chi lo dice. D’accordo. Sappiamo anche che una percentuale di coloro che scrivono dietro pseudonimo sono guastatori, provocatori, troll, e mascherano così il loro conflitto d’interesse d’opinione (per esempio, chi elogia le qualità di un prodotto potrebbe essere l’addetto stampa mascherato della casa produttrice stessa). Tutte cose che conosciamo.

Ma questa focalizzazione sull’opinione ha penalizzato le altre prestazioni che la parola può fornire.

La parola non è solo espressione di un’opinione. La parola può compiere degli atti. La parola può fare delle cose. Con le parole io posso sì esprimere un’opinione, ma posso anche fare una promessa. Posso stringere un contratto. Posso prendere un impegno. Posso chiamare qualcuno. Posso convocare un gruppo di persone. Posso fare una richiesta, dare un ordine, fare una denuncia. Posso dire la verità. Con la parola io posso produrre una situazione, posso far essere una realtà che prima non c’era.

Con una parola vincolata alla mia persona, io sono più forte: posso fare cose con le parole. Con una parola svincolata dalla mia persona, io potrò forse esprimere più opinioni, liberamente, dappertutto, ma sono più debole. Perché non posso fare una promessa, non posso prendere un impegno, non posso dire la verità.

Non è solo una questione di responsabilità, come sento dire spesso quando si affrontano questi argomenti. Non si tratta solo di dimostrarsi più “responsabili”, acconsentendo a verificare la propria coerenza tra parole e fatti, adottando una magnanima onestà intellettuale e morale che, in sé, quest’epoca e le sue tecnologie non ci richiederebbero. No no: non è che rafforzando il vincolo fra me e le mie parole io divento una brava persona, più proba e responsabile. È che ho più potere, più potenza, più armi a disposizione.

La facoltà di opinione ha indebolito la facoltà di azione e di verità.

Ieri si è consumata una tappa memorabile (memorabile perché pubblica, in un luogo istituzionale, in un momento solenne della vita politica) del processo storico di alleggerimento della parola, un processo tipico di quest’epoca. Si è trattato di un’altra tappa verso la completa trasformazione della parola pubblica, della parola politica, da parola-azione, parola-fatto, parola-verità a pura parola-opinione.

Tu che ci leggi, riesci a vederci ancora? Noi parole stiamo evaporando.


Postilla del 22 aprile 2013: noto che oggi, in questa lettera a un giornale, una parlamentare si fonda sul vigore del nesso fra parola e fatto. In particolare evidenzierei queste frasi: “Dico quello che penso. E faccio quello che dico.” e: “Altri hanno tradito la parola data solo poche ore prima” [i corsivi sono miei].








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 20 aprile 2013