Ricominciare a immaginare

Tiziano Scarpa



Hitchcock è un film su Hitchcock che gira Psycho. C’è un attore che fa Alfred Hitchcock, un’attrice che fa sua moglie Alma, un’altra che fa Janet Leigh, un altro che fa Anthony Perkins…

Immaginate di avviare un dvd, aprire il menu, scegliere Contenuti extra, cliccare su Making of e trovare lì il film che volevate guardare: proprio il film film, non semplicemente un documentario o un montaggio di interviste e testimonianze, ma una ricostruzione sceneggiata e recitata in costume e mobili vintage e automobili d’epoca.

Vale la pena di parlare di Hitchcock di Sacha Gervasi, perché travasa in un film la materia prima dei Contenuti extra (la sceneggiatura è basata sul saggio di Stephen Rebello Alfred Hitchcock and the Making of Psycho).

Il film è grazioso. Non resterà nella storia del cinema, ma in quella della consapevolezza mediale sì. È il contrario di un’opera d’arte contemporanea. Tra l’altro, Psycho ha già ispirato un altro lavoro cinematografico che, più che a un film, poteva far pensare a un’opera d’arte concettuale: Psycho di Gus Van Sant (1998) non era soltanto un remake, dato che il regista lo aveva girato tutto di nuovo, pedissequamente, shot-for-shot, scena per scena e inquadratura per inquadratura. In questo caso invece Sacha Gervasi non ci offre la rinarrazione di Psycho, ma il racconto delle vicende umane e produttive che l’hanno fatto nascere. Perciò è il contrario di un’opera d’arte contemporanea: il film si trova sulla stessa strada di un’opera d’arte contemporanea (perché fa un film con dei materiali che andrebbero nei contenuti extra, cioè ribalta le gerarchie fra testo e commento, fra quadro e cornice, ecc.), ma quella strada la percorre nella direzione opposta, come spiegherò fra poco (a pensarci bene, è la differenza che c’è fra arte contemporanea e Hollywood, e che poi produce, come indotto culturale, le gustose decodificazioni dei filosofi pop, che prendono per mano Hollywood e le fanno fare dietrofront, conducendole nella direzione opposta bonariamente, ermeneuticamente…).

L’artista Douglas Gordon invece ha trasformato Psycho in un’opera d’arte concettuale, rallentandolo fino a farlo durare ventiquattr’ore. Guardando 24 Hour Psycho (1993) noi non possiamo più seguire la storia, dobbiamo per forza renderci conto della sostanza cinematografica di cui sono fatte quelle immagini: vale a dire che un’opera d’arte fa sconfinare la consapevolezza autoriflessiva dentro lo spazio della narrazione, mettendo al posto del racconto, al posto della trama, un atto di creazione critica. Hitchcock di Sacha Gervasi percorre la stessa strada nella direzione opposta: c’è storia dappertutto, la narrazione sconfina dentro lo spazio della consapevolezza autoriflessiva, e l’atto critico della creazione è sostituito sistematicamente dal racconto, dalla trama che pervade qualsiasi cosa e rende tutto narrativo, compresa l’autoconsapevolezza del making of. Nel film di Gervasi, al posto delle scelte estetiche di Alfred Hitchcock ci sono le paturnie di un bulimico. Al posto di rendere manifeste la regia, le inquadrature, il montaggio, si raccontano nevrosi, adulterio, censura, problemi produttivi: e così si raccontano anche regia, inquadrature, montaggio…

Il film visualizza tutto. Mostra tutto. Mostra produttori che si credono affaristi e censori che si credono furbi. Mostra una moglie geniale e devota nonostante il panzone egocentrico con cui va a letto da trent’anni. Mostra puerilmente Hitchcock che sogna di notte Norman Bates e gli parla di giorno come a un fantasma. Mostra infantilmente l’identificazione di sceneggiatori e attori con la trama di Psycho. Mostra didascalicamente la fissazione di Hitchcock per le biondone anorgasmiche. Mostra la superbia e la magnificenza della sua creatività senile. Mostra la carnagione in via di decomposizione di Hitchcock, materiata di cibo disgustoso. Mostra Hitchcock che terrorizza Janet Leigh con il coltello durante la scena nella doccia. (Mostra anche l’esatto contrario della suspence hitchcockiana. Per Hitchcock, c’è suspence quando lo spettatore soffre e si torce sulla poltrona perché conosce la minaccia di cui i personaggi sullo schermo sono ignari. In questo film, al contrario, lo spettatore vede i personaggi soffrire e torcersi nella vita, vede Hitchcock pieno di dubbi sul valore della storia che ha scelto di portare sullo schermo, lo vede ipotecare la casa per finanziarsi il film: ma lo spettatore lo sa già che Psycho sarà un grande successo e gode in anticipo del lieto fine assicurato.) Mostra l’impostura della scena della doccia: “La nudità sarà solo suggerita. La violenza sarà solo suggerita. Nulla sarà realmente mostrato. […] Quello che lei pensa di vedere si fonda sul potere della suggestione.” Mostra tutto, ma c’è una cosa che non può mostrare. Per questo è un film memorabile. (Anche se la sceneggiatura pullula di battute di cartone, che non servono a far parlare tra loro i personaggi ma a dare informazioni allo spettatore. Lo stesso, è un film memorabile.) Perché è un film su ciò che non si può mostrare né vedere, ma solo immaginare.

Il motto del film è la scritta che compare varie volte sullo sfondo: “Set closed. Absolutely no admittance”, così dice il cartello sulla porta dello studio in cui si gira Psycho. Ma il vero set chiuso è l’immaginazione di Alfred Hitchcock. La scena chiave del film è quella in cui Hitchcock tiene aperto tra le mani il libro intitolato Psycho: lo vediamo mentre legge il romanzo di Robert Bloch. Noi non possiamo entrare lì dentro. Non possiamo sapere che cosa si produce nell’incontro tra una frase e una mente altrui, se non farne esperienza per conto nostro. Sappiamo tutto della conseguenza filmica di quell’immaginazione, ma non possiamo certo confondere il film Psycho con l’immaginazione mentale di Alfred Hitchcock. Sappiamo tutto della pellicola intitolata Psycho, l’hanno sviscerata intere biblioteche di film theory, interpretazioni post-lacaniane, storie del cinema, spiegazioni tecniche, interviste d’autore, dialoghi del maestro hollywoodiano con un grande cineasta francese della nouvelle vague, remake, sequel, spin off, ma non possiamo sapere che cosa si produce quando uno scritto fa attrito con la mente di un immaginatore. Non un visionario, ma un immaginatore. Hitchcock ci viene rappresentato come immaginatore. Come lettore.

Il personaggio di nome “Hitchcock” in questo film è qualcuno che cerca una storia scritta, che gli permetta di immaginare sotto dettatura, che gli faccia sprigionare immagini nella mente. Quali siano queste immagini, non possiamo saperlo. Certamente non possiamo illuderci che siano ciò che si è concretizzato nel film del 1960 universalmente noto con il titolo di Psycho. Non possiamo vederle, ma soltanto, a nostra volta, immaginarle.

Non possiamo fare nient’altro che vedere Hitchcock leggere, e riattivare in noi l’immaginazione della sua immaginazione, un’immaginazione che finora abbiamo delegato, per procura, a registi come Alfred Hitchcock, e in generale al cinema, un apparato che immagina al posto nostro. È il punto cieco, assoluto, di questo film e di tutto il cinema. Set closed. Absolutely no admittance.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica cinema il 18 aprile 2013