Le sfumature di Limonov

di Teo Lorini



Nato Eduard Savenko in una oscura città ucraina nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, figlio di un ufficiale della Ceka (il futuro KGB), trasgressivo protagonista dell’underground moscovita nella prima metà degli anni Settanta, nella seconda diventa poeta bohémien e scroccone a New York; negli Ottanta è coccolatissimo nei salotti BoBo di Parigi, che lo rinnegano immediatamente quando si reca nei Balcani a combattere al fianco dei massacratori serbi di Arkan; rientrato in Russia è dapprima oppositore di El’cin e poi, sotto il regime di Putin, viene rinchiuso con l’accusa di complotto terroristico nelle peggiori carceri russe; fondatore di un partito i cui pochi aderenti sfilano in parate di sapore nazista e inneggiano alla grandezza di Stalin, scrittore prolificissimo che ha segnato alcuni colpi editoriali ma che non è mai arrivato alla vera fama: Eduard Limonov è tutto questo assieme e al racconto della sua vita Emmanuel Carrère ha consacrato cinque anni della propria. Il risultato è un libro vendutissimo, un caso editoriale alle cui proporzioni ben si attaglia la salace definizione di Piersandro Pallavicini che lo ha ribattezzato “le Cinquanta sfumature degli intellos”.
L’opera – va detto subito – è scritta splendidamente, compendia sessant’anni di storia del continente russo ma è anche una ricognizione abbastanza impietosa di automatismi, pregiudizi, riflessi condizionati dell’élite culturale europea.
Il protagonista ne emerge come una sorta di Malaparte in trentaduesimo, che all’Arcitaliano è accomunato dall’arrivismo spudorato dell’homo perennemente novus e dalla spregiudicatezza del vanesio ma, si direbbe (e su ciò si tornerà), senza avere la sua potenza letteraria e la sua innegabile visionarietà. Man mano però che ci si inoltra in queste 350 pagine, che pure si lasciano divorare con piacere e curiosità, emerge qualche riserva che nemmeno il lirico e, occorre dirlo, azzeccato finale è valso a dissipare.

Iniziamo dalla domanda fondamentale: perché?
Certo, la vita di Eduard Limonov è già di per sé un incredibile romanzo che aspettava solo di essere messo sulla pagina, ma si stenta a credere che dal mero calcolo delle potenzialità editoriali possano scaturire un impegno di così tanti anni e la frequentazione a tal punto assidua con un personaggio sfuggente, mistificatore, certo difficile e non di rado persino sgradevole.
Carrère è per molti versi l’opposto di Limonov, viene da una famiglia ricca, cosmopolita, piena di conoscenze (ne è prova il fastidiosissimo e continuo name-dropping in cui si produce nelle pagine dove parla di sé) e per quanto nel libro se la prenda con “quelli che la sanno lunga”, non si capisce in che cosa lo scrittore francese sarebbe diverso da loro. Inseritissimo anzi in quell’intelligencija che gli permette di cadere sempre in piedi, consapevole di poter contare sin dalla nascita su una rete protettiva che Limonov invidia e di cui ha sempre saputo d’esser privo, Carrère non è troppo diverso da uno dei molti tipi caratteriali che affollano queste pagine. Si tratta del classico intellettuale, alternativo e progressista soprattutto a parole che nel libro viene incarnato da Antoine Vitez, regista teatrale che vive a Parigi ma si spertica in elogi per l’Unione Sovietica, che approva i cambiamenti dell’era di Gorbaciov “senza troppa convinzione” perché “teme che venga snaturata l’anima russa”: insomma, un fortunato al quale – come nota Limonov – “riesce facile vivere nel confort e nella liberta e allo stesso tempo voler tenere gli altri al riparo da tutto ciò per il bene della loro anima”.
Ora, c’è questo alla base dell’attrazione di Carrère per Limonov? Il riconoscimento che al posto suo lo scrittore francese non avrebbe vissuto un centesimo delle esperienze, dei successi, dei tonfi e delle risurrezioni che Limonov ha sperimentato nella sua vita sapendo benissimo di poter contare solo su se stesso?

Anche in quell’Avversario che rimane il più bel libro di Carrère, il protagonista è un uomo in carne e ossa, Jean-Claude Romand, il quale ha costruito, una menzogna dopo l’altra, un’esistenza schizofrenica conclusa con la fredda eliminazione dei genitori, della moglie, dei figli. Anche in quel caso Carrère si è consacrato all’esplorazione di un individuo ma è lampante (ed esplicita), sin dalle prime pagine del libro, l’origine della sua fascinazione per Romand. E infatti L’avversario è un’opera intensissima, profondamente disturbante, nella quale Carrère affronta – e restituisce al lettore – una devastante ricognizione nella banalità della follia, che trova spaventosa ipostasi non nell’eccesso, nel gesto eclatante e neppure nella strage, ma nell’oblio terrificante che racchiude le migliaia di ore trascorse da Romand in anonimi posteggi e autogrill, un giorno dopo l’altro, a passare il tempo in attesa di rientrare da un ufficio che non è mai esistito.
Con Limonov non accade nulla di tutto questo. Il libro si legge con un piacere puramente cerebrale, ma non genera (quasi) mai smottamenti, inquietudini, sussulti. Niente phobos né eleos. Eppure anche qui deve nascere molto in profondità il movimento che spinge Emmanuel verso Eduard. Ma, mentre nell’Avversario Carrère ammette che quella “esperienza umana tanto estrema mi ha toccato così da vicino. E tocca, credo, ciascuno di noi”, in Limonov il movente della sua ricerca rimane occulto, e l’impressione è che abbia a che fare con qualcosa di tanto radicato e al contempo limaccioso da avvertire il bisogno di essere rimosso, velato, lasciato da parte.

C’è in Limonov, ad esempio, una tensione irrisolta, tanto che il libro potrebbe anche essere letto alla fine come una vendetta contro Limonov, proprio come è innegabilmente una sconfitta della letteratura pura rispetto a un genere letterario ibrido in cui il saggio e la biografia sconfinano in un territorio indistinto ai confini con il romanzesco.
In altre parole: tutti leggono Limonov ma nessuno legge Limonov.
Le sue opere rimangono neglette, fuori catalogo o comunque apprezzate da una minoranza di lettori forti e specialisti in letteratura russa. È come se Carrère dicesse: “Ecco qua, quello a cui hai anelato tutta la vita. Ciò per cui hai messo in piazza, denudato, sbudellato, esagerato tutta la tua vita e tutto te stesso, ognuno dei momenti sublimi e miserabili della tua esistenza, arrivando a ostentare indifferenza per un bambino che muore di cancro e a raccontare al mondo di esserti cercato un negro che ti sodomizzasse nella sabbia di un parco giochi. Le sbornie, la droga, il carcere, le botte, le scopate… Tutto questo dolore, tutto questo odio, tutta questa vitalità sbrigliata e senza filtri, contano meno del mio libro, ti daranno meno fama di quella che raccogli ora, grazie a me e al mio libro elegante, lepidum et expolitum in ogni sua parte”.

Anche il rapporto con i testi di Limonov è ambiguo. Se ne menzionano i titoli, almeno i più celebri (Diario di un fallito, Il poeta russo preferisce i grandi negri, Il libro dell’acqua, Il libro dei morti) ma non si va molto più in là; l’ibrido di romanzo e documento permette a Carrère di raccontare tutto ciò che vuole senza specificare la fonte. Eppure non occorre averli letti per sospettare che molte scene iperletterarie (il già menzionato – e celeberrimo – incontro gay al parco giochi; Eduard che sodomizza la moglie mentre la TV trasmette un discorso dell’odiato Solzenicyn; Eduard che tiene sotto il tiro di un fucile da caccia Kurt Waldheim) siano tratte dai romanzi di Limonov. Perché allora non lasciare direttamente a lui la parola, almeno per qualche pagina, così da lasciare che i numerosi lettori di un testo destinato al successo possano farsi almeno un’idea della voce del suo odiosamato protagonista? E invece niente, Carrère lo liquida già a pag. 17: “Limonov non era un romanziere: sapeva raccontare soltanto la sua vita” e sulla base di questo giudizio lapidario quanto idiota (e Cèline allora? Proust? Malaparte?) del Limonov scrittore non abbiamo praticamente nulla.

Da dove deriva questa ambiguità? La risposta sta forse nel sutra buddista che Carrère cita alla metà esatta del suo libro, nel cuore di Limonov: “L’uomo che si ritiene superiore, inferiore o anche uguale a un altro non capisce la realtà”. Declinata dunque in termini mistico-sapienziali, l’obiettività a cui aspira Carrère diventa non più assenza di pregiudizi, ma una conquista da illuminati. È la programmatica mancanza di qualsiasi valutazione, una sorta di atarassia trascendente e – in ultima analisi – inumana. Chi può infatti astenersi completamente dal giudizio, se non colui che abbia trasceso i propri limiti (Budda, appunto)? Forse è per questo che l’impassibilità cui Carrère dichiara di ambire, si incrina continuamente, lasciando trapelare opinioni sferzanti, piccate e non di rado superficiali. Ne è esempio il brano (già notato da Zachar Prilepin) in cui in cui Carrère menziona le foto di otto giovani nazionalbolscevichi che hanno accompagnato Limonov in Asia centrale e lascia il commento a uno dei suoi numerosi amici, il quale lapidariamente chiosa: “È solo una combriccola di froci. Sono andati laggiù per metterselo nel di dietro in santa pace”. Oppure il passo in cui si dà addirittura del nazista a Werner Herzog, reo di saper “provare fervida compassione per un aborigeno sordomuto” ma di non avere encomiato a dovere la monografia che gli ha dedicato un giovane critico cinematografico di nome Emmanuel Carrère.



Questo articolo è stato pubblicato, in una versione leggermente diversa, su «Pulp Libri», n. 102 (marzo-aprile 2013).
Ringrazio Marco Rossari perché è nel corso delle nostre chiacchierate che queste
Sfumature hanno preso forma. Senza il suo contributo, forse, non sarebbero esistite.








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 10 aprile 2013