Il mio Vincenzo Jannacci

Ciro Carlo Fico



29 Marzo 2013

È tardi ormai, sto per andare a dormire, controllo la lavatrice che metto in funzione solo a notte fonda per risparmiare sulla corrente. Prima di andare a letto devo spegnere il computer, ma vedo che sulla schermata c’è un pop-up, di solito si tratta di finestre pubblicitarie o schifezze simili, invece leggo l’annuncio della morte di Vincenzo Jannacci.

Resto sveglio, sdraiato, con il suono della lavatrice in funzione leggermente attutito dalle porte chiuse, e resto sorpreso, avvilito, con una sensazione di improvvisa solitudine che normalmente verrebbe attutita dal sonno ma che adesso diventa la ragione principale per cui non riesco a dormire. Non so bene cosa fare e non ho né la voglia né la forza di muovermi dal letto. Mi viene in mente una frase di Bernard Malamud: “Quando non ho voglia di far niente faccio tutto” e allora mi metto a scrivere. E provo a scrivere tutto, magari dando voce anche alla rabbia e al dolore che farebbero bene a restarsene nel circuito chiuso delle angosce personali e che per pudore e decenza non andrebbero mai messe in piazza. Devo dire che non l’ho mai sopportata questa abitudine, tipica di chi frequenta il web, di elevare un qualsiasi attacco di emorroidi a metafora della condizione umana: ormai chiunque in questa equivoca parodia della democrazia si sente autorizzato a rendere pubblica la propria intimità su pagine, siti, blog, social network, dove alla fin fine non c’è niente di autentico, dove per lo più ci si mette in posa, come nelle foto dei profili su Facebook, nello stesso delirio narcisistico che rincoglionisce il pescivendolo Luciano, protagonista di Reality, l’ultimo film di Matteo Garrone.

Sin da quando ero bambino ho sempre avuto paura del vuoto, dello spazio infinito, ho sempre avuto questa idea della vita come di un’eterna caduta nel buio, nel nulla. Solo dopo i durissimi anni della mia adolescenza ho imparato a trovare un po’ di pace grazie all’arte e ai sogni che l’arte può alimentare. Riesco a tenere a bada la paura dell’abisso solo aiutandomi con i libri, le arti visive, il teatro, la musica e una inesauribile fame di conoscenza. Da molto tempo ormai abito a Roma dove provo a vivere facendo l’attore. Mi sono concentrato sulle idee di Antonin Artaud, e sulle disumane potenzialità vocali approfondite da Demetrio Stratos. Si tratta di un’arte difficile che mi fa scontrare con misconoscimenti, porte chiuse, incomprensioni e schiaffi in faccia, ma è la stessa arte che Francis Bacon definiva: “l’esigenza che mi spinge a respirare ogni mattina quando spalanco gli occhi”.

Il pop-up sullo schermo del mio computer continua a dire che Vincenzo Jannacci è morto.

Se anch’io ci sono cascato e mi sono messo a parlare dei fatti miei, la colpa è di Enzo Jannacci. Ho scritto queste cose perché lui riusciva a dare corpo, musica e voce a tutte le mie paure, irrompeva nel lato oscuro della vita con la grazia e la goffaggine di un bambino intelligentissimo che però non ha ancora imparato a camminare, leggeva in profondità, capiva che a volte può bastare una risata e sapeva stare a modo suo sempre dalla parte giusta, dalla parte di chi perde. Adesso scrivo e piango perché mi manca quest’uomo buono, dal viso angelico, stralunato, con quella voce assurda, impensabile, mezza ubriaca e mezza raffreddata, sgangherata eppure melodiosa, persino accattivante, con qualche risonanza elettronica, e che ha dentro qualcos’altro di così misterioso e puro che nessuno capirà mai.

E la sua gestualità così naturalmente teatralizzata, il suo corpo beckettiano che si ferma all’improvviso e riparte con movimenti scattosi. E lo sguardo, aveva lo sguardo che poteva farsi improvvisamente severo come di chi si sente circondato da scemi, e poi tornava benevolo per rassicurarci: non fatevene una colpa, è che siamo proprio tutti irrimediabilmente scemi.

Jannacci è un esempio raro di genio sofisticato e popolano, di intelligenza umile e di saggezza mai pretenziosa. Al contempo colto e demenziale, leggerissimo e profondo, rockettaro e meditativo, scanzonato e impegnato, era un uomo che aveva una partecipe comprensione dei più deboli, dei barboni, dei poveri, di tutti gli emarginati, e sapeva condannare, con sarcasmo e lirismo, la ferocia e l’indifferenza di chi pensa di essere nato con più diritti degli altri.

Devo ammettere che nonostante qualche incontro fortunato con alcuni grandi maestri ai quali va tutta la mia riconoscenza, sento che non essere mai stato faccia a faccia con Enzo Jannacci è una mancanza, una colpa imperdonabile. Scrivo e piango perché avrei voluto dirgli queste cose di persona, guardando nei suoi grandi occhi scuri e forti. Magari sarei stato impacciato, avrei sproloquiato. Mi voglio illudere credendo che mi avrebbe incoraggiato a non cedere a compromessi, che mi avrebbe forse potuto spiegare quali sono i limiti di eventuali compromessi da accettare. Mi avrebbe indicato la via della perseveranza folle di Francesco d’Assisi, o quella della rinuncia folle di Luigi Tenco? Mi avrebbe preso per il culo perché in fondo prendersi così sul serio è proprio da imbecilli? Mi sarebbe piaciuto chiedergli anche della sua arte, poterne prendere un pezzetto come quando ci si ferma in aperta campagna, dopo un lunghissimo viaggio a piedi e si accetta l’umile offerta di pane e formaggio da un contadino. Con Jannacci è come se mi abbandonassero per una seconda volta anche De André, Gaber, Massimo Troisi, Carmelo Bene, De Filippo, Demetrio Stratos...

Adesso mi sembra di rimanere da solo per davvero, nel silenzio più totale. Persino la lavatrice ha concluso il suo canto sommesso. In un modo o nell’altro so che nei prossimi giorni il mondo imparerà a fare a meno anche di Enzo Jannacci. Io no, io voglio restare ancora sveglio.








pubblicato da s.baratto nella rubrica musica il 8 aprile 2013