I festival e le città

Serena Gaudino



Molti gli ospiti delle due giornate torinesi. Ieri, venerdì, i saluti del sindaco Piero Fassino, e oggi un’infilata di ospiti rappresentanti di alcuni dei circa mille festival sorti in Italia dal 1998 a oggi. Molti di più negli ultimi anni: da quando è cambiata la legge relativa all’elezione del sindaco: dar vita a un festival ha significato fregiarsi, in molti casi, di un nuovo fiore all’occhiello.
Ma cosa sposta un festival, culturale letterario, scientifico, storico o musicale? Che ricaduta ha sulla società che coinvolge, sul territorio, sull’economia di cui è il fulcro per qualche giorno all’anno?
Gli interventi hanno dato molte informazioni: sulle strutture, le filosofie, le attività, gli sponsor, i partner. E in certi casi, la maggior parte, ha insistito sull’importanza dei festival per la ricaduta turistica, economica e sociale del paese, città ospitante.
A Sarzana, per esempio, il festival registra ogni anno tra le 40mila e le 45mila presenze; a Gavoi, Marcello Fois parla di 34mila sbigliettamenti. E in particolare, sempre a Gavoi, grazie alla rete di competenze e lavoro che si è creata attorno al libro, sono sorti nuovi hotel, ristoranti, alcuni piccoli artigiani hanno ripreso a lavorare: l’economia ruota attorno a questo evento.
I numeri sono molto più grossi per il Festival Letteratura di Mantova, per il Festival Internazionale di Roma, per il Festival di Trento e di Pordenone, unico nel suo genere perché diretta emanazione non di una amministrazione ma della Camera di Commercio.
Meglio un paese pieno di festival o scegliere tra quelli esistenti i migliori e finanziare solo quelli? Tagliare, in questi tempi di crisi i finanziamenti a pioggia che hanno ricevuto le piccole o grandi associazioni o incentivarne la nascita?
I pareri non erano unanimi. La pluralità e la varietà seppur non sempre eccellente è stata difesa da Giuseppe Laterza e da Marzia Corraini che ha fortemente difeso anche l’autonomia del festival letteratura mentre a favore dei “festival di qualità” hanno parlato Maria Ida Gaeta e Rolando Picchioni, quest’ultimo promotore insieme a Gian Arturo Ferrari, dell’incontro torinese.
Una proposta interessante è arrivata da Vittorio Bo - promotore del Festival della scienza di Genova - che ha suggerito la creazione di un comitato dei festival con lo scopo di dar vita a una piattaforma comune per immagazzinare e quindi organizzare e catalogare tutti i materiali raccolti dai festival (video, interviste, dirette radio e tv, dispense, libri, programmi, cataloghi) per poi restituirli al pubblico più vasto: “perché – aggiunge Vittorio Bo – se anche i festival raccontano di numeri enormi sono pur sempre pochissime le persone che li frequentano rispetto a tutta la popolazione di studenti, appassionati, lettori, scienziati, che invece hanno accesso a tv, internet… Restituendo alla società i nostri prodotti faremo un’operazione di divulgazione culturale capillare”.
Un’altra proposta interessante è arrivata da Stefano Parise, presidente dell’AIB che ha sottilmente contestato la linea festival/evento chiedendo alle politiche culturali e istituzionali centrali e locali una maggiore attenzione per le biblioteche che “costituiscono, per il territorio intero, gli unici presidi culturali permanenti”. In pratica, sarebbe auspicabile che al fianco dei festival ci fosse un investimento adeguato e continuativo per le biblioteche e le scuole che lavorano nei 360 giorni all’anno in cui i festival non ci sono.
Anche l’intervento di Rossana Rummo – MIBAC – è stato molto interessante: per lei è necessario difendere il nostro patrimonio culturale e cercare di far scendere la percentuale dei non lettori che oggi è attestata sul 54% in Italia ma che al Sud solo è di oltre il 40%. Il suo intervento è in linea con quello di Parise: “Se vogliamo alzare la percentuale di lettori dobbiamo dare continuità alle attività dei festival: dobbiamo evitare di fare festival/eventi, dobbiamo tutelare le attività non commerciali e sostenere le attività istituzionali”. Inoltre, è stata l’unica, Rossana Rummo, a menzionare il rapporto che dovrebbe avere e implementare l’Italia con l’Europa visto che da giugno 2014 ne assumerà, di nuovo la Presidenza.
Da Alberto Galla è venuto fuori, invece, il concetto di “appartenenza”: “I festival servono a rafforzare l’idea di appartenere a una comunità, quella comunità che si consolida nella lettura o nella cultura in genere”. Ma anche per lui: “E’ necessario che i festival non restino eventi a sé stanti ma siano uno degli strumenti per un più ampio approccio alla cultura”.
L’intervento si è chiuso con un ulteriore intervento di Gian Arturo Ferrari che abilmente tirato le fila della giornata e del sindaco Piero Fassino che ha difeso l’investimento in cultura che opera nella città, dimenticando però di sottolineare anche la grave crisi sociale della stessa Torino che si vede tagliare assistenza, servizi, aumentare il costo delle mense scolastiche, ridurre l’investimento nelle nuove acquisizione delle seppur vivaci numerose biblioteche civiche.
La cultura è soprattutto la scuola, ma questo rapporto non è ancora chiaro e a chi suggerisce una più oculata distribuzione di fondi ai festival Ferrari risponde: “Se i soldi investiti a Lamezia nel festival dedicato alle mafie fossero stati investiti nella biblioteca di Lamezia non ci sarebbe stato lo stesso successo!”
E questo è tutto!








pubblicato da s.gaudino nella rubrica libri il 6 aprile 2013