Verso Freccia d’Europa

Andrea Amerio



Le tre fiere

Lo schiacciamento sulla dimensione economica intesa come orizzonte ultimo e unico dell’uomo, l’intolleranza integralista, il nazionalismo che sta invadendo i Paesi dell’est (quello ungherese, serbo, russo, polacco, ma anche greco), sono le tre fiere della nostra selva. Belve in crescita, dallo sviluppo tumultuoso e proporzionale alla crisi economica, potenzialmente alimentate dalla medicina che si penserà di usare per combatterle: la panacea delle sanzioni economiche. Un embargo che potrebbe cementare ancora di più il senso di una comunità assediata, e, soprattutto far leva sull’unico altro valore implicitamente riconosciuto. La lupa magra di fame, le finanze.

L’utopia e la crisalide

Interrogarsi, porsi delle domande. Una potrebbe venire da Pensare l’Europa di Edgar Morin: “Perché essere europei quando oggi viviamo in uno spazio-tempo planetario estremamente ristretto?”. E già. Perché affidare qualcosa all’Europa, culla dell’imperialismo e della dominazione coloniale? Perché ha vinto il nobel per la pace? Forse perché le nostre memorie storiche europee non hanno in comune tra loro che divisione e guerra, e il risultato di qualche decennio di pace è già più che sufficiente? Dato che come eredità non abbiamo che inimicizie reciproche, questi anni di pace bastano a premiare la concordia riconquistata? La nostra comunità di destino come europei non emerge dal nostro passato, che la contraddice; emerge appena dal nostro presente, perché è il nostro futuro che ce lo impone; ma mai nella storia si sono creati una coscienza e un sentimento di destino comune a partire dal futuro, cioè dal non è avvenuto. Così eccoci di fronte al paradosso dell’identità europea. Otto Bauer la chiamò Schicksalgemeinschaft, comunità di destino, quella che manca all’Europa. Ma non è detto sia un cattivo segno, la mancanza di una Schicksalgemeinschaft europea, né che si debba costituirne una specifica, soprattutto dal momento che oggi è questa “comunità” è una prospettiva planetaria che, nostro malgrado, siamo costretti ad affrontare a livello di specie. Eppure, che l’Europa sia irrealizzata e impensata, che non gravi sulle spalle una storia con il peso delle sue memorie è anche una bella cosa; la alleggerisce tutto a un tratto. La vecchia Europa all’improvviso si scopre un fanciullo molto più giovane, che so, della Nuova Zelanda, oppure diventa uno di quei continenti utopici che si divertivano a scoprire nel Seicento per ficcarci dentro tutte le speranze, i sogni, le profezie, la bile, e la cultura del loro tempo. Un laboratorio, o una narrazione di terre immaginarie, di navigazioni. Un’Europa metamorfica. In una crisalide, come quella che descrive Morin nell’ultima pagina del sul libro del 1989, ma ancora attuale.

In questa nuova incertezza, abbiamo almeno la certezza che una nuova metamorfosi d’Europa è cominciata. Per capire cos’è una metamorfosi, consideriamo quella che trasforma un bruco in libellula. Il bruco si è rinchiuso nella crisalide. Improvvisamente, i suoi fagociti, incaricati di difenderla contro le aggressioni esterne, si attaccano al suo stesso organismo. Distruggono i suoi organi, compreso il sistema digerente perché la libellula cambierà cibo. È risparmiato solo il sistema nervoso, che mantiene l’identità dell’essere e controlla la sua metamorfosi. Tutto il resto dell’organismo è distrutto. In questa distruzione senza pietà si opera la costruzione di un essere totalmente nuovo e tuttavia radicalmente identico. In questa agonia si opera una morte/rinascita e l’essere nuovo che si è formato vorrà spezzare la crisalide, che da protezione è divenuta prigione. Con terribili sforzi convulsi tenterà, a più riprese, di uscire e progressivamente, con difficoltà, se ne libererà. Le sue ali saranno appiccicose e sgualcite, incollate al corpo, non potranno immediatamente dispiegarsi. Ci sarà un tempo molto lungo di un immobilità quasi pietrificata. Improvvisamente, quando niente pareva annunciarlo, la libellula prenderà il volo.

Gli altri

La nostra identità e unità europea provengono dalle divisioni e dal conflitto, e noi sembriamo ancora concentrati molto più questo passato che sui valori “europei” che oggi fuori dagli (inesistenti) confini del continente stanno lottando per venire alla luce. Per questo non sento voci dire apertamente che la morte di Chokri Belaid è una morte per l’Europa. E, mentre Herman Van Rompuy comunica con qualche preoccupazione che “per la prima volta nella storia dell’Unione Europea, il bilancio comunitario non aumenta”, pochi, se non in Francia, paiono disposto ad ammettere che nel Mediterraneo si sta giocando da alcuni anni una partita micidiale e determinante per il futuro per la pace e per la democrazia in Europa, ben più importante dei bilanci. Eppure che il futuro della civiltà e dei popoli a suo tempo conquistati dall’Europa fosse centrale per l’Europa stessa l’aveva già compreso Antonio Labriola, uno Spengler dal volto umano, nel suo Il crepuscolo della civiltà; testo straordinariamente lungimirante, pubblicato nel 1937, in Francese, durante l’esilio.

La campagna elettorale

Negli ultimi, meschini, giri di valzer della passata campagna elettorale, dalle cui ceneri emergerà forse una terza, tetra, repubblica, abbiamo visto di tutto; ora siamo al rush finale: tutti contro tutti, il solito picaresco cabret, fatto di colpi bassi e alti proclami. Tra i profili più inquietanti della campagna elettorale (ubi sunti Schicchi, Cicciolina, Moana?) una delle figure di spicco di questa nuova, inedita, rozza, foto di famiglia, è Magdi Cristiano Allam (oggi non più “crisitiano”). Identità per tanti versi sconcertante, ma sintomatica, arrivata a insegnarci una lezione importante: se non si può “esportare la democrazia”, l’integralismo si importa benissimo.

Le bugie di Pericle

Europa è una parola bugiarda, raffazzonata, che mente dal suo primo vagito ufficiale, fin dall’epigrafe preposta alla sua Costituzione:

«La nostra costituzione è chiamata democrazia perché il potere è nelle mani non di una minoranza ma del popolo intero».

La traduzione corretta del discorso di Pericle riportato da Tucidide, nella versione di Luciano Canfora è «La parola che adoperiamo per definire il nostro sistema politico (ovviamente è sbagliato rendere la parola politèia con «costituzione») è democrazia per il fatto che, nell’amministrazione (la parola adoperata è appunto oikèin), esso si qualifica non rispetto ai pochi ma rispetto alla maggioranza (dunque non c’ entra il “potere”, e men che meno “il popolo intero”)».

L’hanno fatta sparire da successive edizioni e la ragione dell’averla fatta sparire è forse il fatto che il Pericle di Tucidide diceva tutt’altro, e non è per nulla trascurabile cercare di capire perché si sia fatto ricorso a una tale bassezza filologica. L’ha fatto lo stesso Canfora in un saggio che cito per esteso:

“La parola che adoperiamo per definire il nostro sistema politico è democrazia per il fatto che, nell’amministrazione, esso si qualifica non rispetto ai pochi ma rispetto alla maggioranza. Pericle prosegue: «Però nelle controversie private attribuiamo a ciascuno ugual peso e comunque nella nostra vita pubblica vige la libertà» (II, 37). Si può sofisticare quanto si vuole, ma la sostanza è che Pericle pone in antitesi «democrazia» e «libertà». Democrazia era il termine con cui gli avversari del governo «popolare» definivano tale governo, intendendo metterne in luce proprio il carattere violento (kràtos indica per l’appunto la forza nel suo violento esplicarsi). Per gli avversari del sistema politico ruotante intorno all’assemblea popolare, democrazia era dunque un sistema liberticida. Ecco perché Pericle, nel discorso ufficiale e solenne che Tucidide gli attribuisce, ridimensiona la portata del termine, ne prende le distanze, ben sapendo peraltro che non è parola gradita alla parte popolare, la quale usa senz’ altro popolo (dèmos) per indicare il sistema in cui si riconosce. Prende le distanze, il Pericle tucidideo, e dice: si usa democrazia per definire il nostro sistema politico semplicemente perché siamo soliti far capo al criterio della «maggioranza», nondimeno da noi c’è libertà. (...) Quella che alla fine - o meglio allo stato attuale delle cose - ha avuto la meglio è la «libertà». Essa sta sconfiggendo la democrazia. La libertà beninteso non di tutti, ma quella di coloro che, nella gara, riescono più «forti» (nazioni, regioni, individui): la libertà rivendicata da Benjamin Constant con il significativo apologo della «ricchezza» che è «più forte dei governi»… Ed ogni vincolo in favore dei meno «forti» sarebbe appunto limitazione della libertà degli altri. È dunque in questo senso rispondente al vero la diagnosi leopardiana sul nesso indissolubile, ineludibile, tra libertà e schiavitù. Leopardi crede di ricavare questa sua intuizione dagli scritti di Linguet e di Rousseau: ma è in realtà quello un esito, un apice della sua filosofia. Linguet e Rousseau dicono meno. È un punto d’approdo, inverato compiutamente soltanto nel nostro presente. … I bravi costituenti di Strasburgo, i quali si dedicano all’esercizio di scrittura di una «costituzione europea», una sorta di mansionario per un condominio di privilegiati del mondo, mentre pensavano, tirando in ballo il Pericle dell’epitaffio, di compiere non più che un esercizio retorico, hanno invece, senza volerlo, visto giusto. Quel Pericle infatti adopera con molto disagio la parola democrazia e punta tutto sul valore della libertà. Hanno fatto ricorso - senza saperlo - al testo più nobile che si potesse utilizzare per dire non già quello che doveva servire come retorica edificante, bensì quello che effettivamente si sarebbe dovuto dire. Che cioè ha vinto la libertà - nel mondo ricco - con tutte le terribili conseguenze che ciò comporta e comporterà per gli altri. La democrazia è rinviata ad altre epoche, e sarà pensata, daccapo, da altri uomini. Forse non più europei.”

Per una curiosa coincidenza lo stesso discorso del Pericle “europeo”, fondatore della politica occidentale, chiude il nuovo libro elettore di Fo-Casaleggio-Grillo: Tucidide funziona tanto come epigrafe della Costituzione europea, quanto come finale per un antieuropeo dichiarato. Ecco come viene citato il discorso di Pericle nelle ultime pagine del libro Il grillo canta sempre al tramonto (e si sa che il rosso crepuscolo potrebbe precedere un “alba dorata”):

Fate attenzione, è Pericle che parla: Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia. Qui ad Atene noi facciamo così. Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nello loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.

La traduzione è meno fantasiosa, ma l’idea di usare “favorisce i molti invece dei pochi” sa tanto di “era delle caste” e potrebbe essere fuorviante. Anche che alla base del più grande fondamento politico e civile dell’umanità sia questo “favorire i molti invece dei pochi” mi va bene fino a un certo punto, ovvero sempre finché stiamo nel nostro piccolo stivale, con Nicole Minetti e il trota. È il nostro dente sensibile, una lettura giusta, ma strumentale. Quando diciamo “qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi” il discorso funziona anche per Roberto Fiore (Forza Nuova) quando dice che ci sono più eterosessuali che omosessuali, e, per fortuna, più italiani che zingari. «Però nelle controversie private attribuiamo a ciascuno ugual peso e comunque nella nostra vita pubblica vige la libertà» dice la traduzione di Canfora; e non “giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private” –traslatio ad usum berlusconis – riferendo il ma al discorso sull’eccellenza. Eppure ai miei occhi il “però” di Pericle nella traduzione di Canfora assume un peso completamente diverso; altro anche rispetto alle pur validissime successive argomentazioni di Luciano Canfora. La libertà di Pericle contempla anche la difesa della libertà dei pochi, anzi si qualifica esattamente nel momento in cui arriva a difendere i pochi. La base della democrazia non è lasciare che quanta più gente possibile faccia quello che vuole, ma stabilire regole valide per tutti. Così leggo il però di Tucidide “nelle controversie siamo uguali davanti alla legge e da noi vige la libertà”: in chiave garantista. Per cui non posso decidere “a maggioranza” se quello che sono è giusto o sbagliato. Per chi l’ha visto, è il climax del (pesantissimo) Lincoln di Spielberg. La tirade di Tommy Lee Jones e lo scacco del personaggio che interpreta: il repubblicano radicale Thaddeus Stevens, che deve accontentarsi di far accettare l’uguaglianza dei neri di fronte alla legge prima che davanti a Dio. Un rospo duro da buttar giù sul momento, ma, nella prospettiva degli anni a venire, una vittoria schiacciante per lo Stato, e terreno da recuperare per Dio.

Assolutismo relativo

D’ideali e valori europei oggi si parla per ridere. Al massimo parliamo di standard. Di fornire sostegno ai dissidenti dell’integralismo religioso, o alle donne che rifiutano assurde costrizioni e violenze, si parla a bassa voce, per non buttare benzina sul fuoco, per non assomigliare a Oriana Fallaci, o perché al momento non c’è alcun profitto di guerra da difendere, e, specularmente, nessuna guerra neocoloniale contro cui organizzare manifestazioni di pace. La questione della condizione femminile in un regime integralista non è ancora percepita come un’istanza “globale”, né tantomeno come il pilastro ideologico di un potere minaccioso che va contrastato, e di cui bisogna prendere attentamente le misure, soprattutto pensando ai Paesi che non hanno ancora affrontato un passaggio determinante come la separazione tra potere temporale e spirituale. Nemmeno quest’istanza, frutto di una quasi millenaria gestazione, pare essere un valore comunicabile, transitabile, o riproducibile, e chi si avventurasse a sostenere che il futuro politico d’Europa potrebbe passare dal sostegno a organizzazioni come Women Against Integralism, verrebbe visto come una persona esclusivamente concentrato su una parte del problema. La prudenza prima di tutto: ogni vincolo in favore dei meno «forti» (che la donna possa guidare, per esempio) sarebbe appunto una limitazione della libertà di coloro, maggioranza o meno, che hanno portato a fondare la legittimità di una legge. Un attentato “logocentrico” contro la sovranità pluralista di quello che l’intelletto chiama Altro e l’istinto di conservazione Molti. E i Molti fanno paura. Andare contro questa massa è ciò che più spaventa l’occidente, mettendo in luce le aporie, le debolezze, e la sostanziale fragilità di ciò che pomposamente viene chiamata “civiltà europea”; la quale di fronte ad istanze forti e ben determinate, rivela tutta la sua inconsistenza, il suo essere aleatoria, un valore per cui apparentemente non vale realmente la pena di combattere, perché è un valore estremamente relativo. Antonio Moresco a proposito mi ha consigliato l’ultimo libro di Rushdie, Joseph Anton, un memoir dove si trovano decine di esempi di questa fragilità e di questa dinamica. Da quando nel 1988 l’Ayatolla decretò la sua condanna a morte, Rushdie ha imparato sulla sua pelle che “esiste un volto inaccettabile del multiculturalismo”: quello che deforma il relativismo culturale in un’ideologia.

Il relativismo culturale è la morte del pensiero etico. Sostiene il diritto dei preti tiranni di tiranneggiare, dei padri dispotici di mutilare le loro figlie, degli individui intolleranti di odiare omosessuali ed ebrei, e questo con il pretesto che sono tutte pratiche appartenenti a una diversa cultura.

Dunque il diritto alla relatività non è a sua volta un valore relativo, ma assoluto: lo stesso cui si appellava Heine in quel celebre passo dell’Almansor quando scriveva: “Dort wo man Bücher verbrennt, verbrennt man auch am Ende Menschen” (“Là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini”). Che prefigura sì i roghi nazisti di Goebbels che sarebbero seguiti da lì a cent’anni ma, nel caso specifico, riguardava il Corano minacciato dai cattolici. E se era il testo sacro dell’islam quello che Heine voleva difendere dal fuoco dell’intransigenza , questo paradossale “assolutismo relativo” (il contrario del relativismo assoluto), potrebbe essere un punto di partenza per ulteriori riflessioni.

Il ragionevole e il razionale

La democrazia non si esporta. Perché? Anche L’Europa deve importare democrazia. Non è una cosa che ha inventato l’Europa; è un frutto nato autonomamente in molti luoghi del mondo. Gli ideali illuministi l’hanno fatta radicare con più favore qui, nella modernità; in questo spazio geografico, ma è una contingenza; dalla democrazia si possono fare talee e portarle in dono. Non ci sono solo armi e batteri; la fratellanza, la cura, la condivisione di un identico bene... Alla fine si sfideranno il razionale e il ragionevole. Che la libertà si fondi sulla schiavitù sarà l’ultimo anello del pensiero razionale. Che non ci si debba fondare, il primo di quello ragionevole.

Exit

… e poi, a complicare, l’astro deragliato e lucente di William Blake: “One law for the lion and the ox, is oppression”.

Letture

Tucidide, La guerra del Peloponneso, traduzione di Luciano Canfora. Arturo Labriola, Crépuscule de la civilisation. L’Occident et les peuples de couleur, Mignonet, Paris 1937 Edgar Morin, Pensare l’Europa, Feltrinelli, Milano 1989. Amartya Sen, La democrazia degli altri, Mondadori, Milano 2004. Serge Latouche, La sfida di Minerva, Bollati, Torino 2000. Luciano Canfora, La democrazia. Storia di un’ideologia, collana «Fare l’ Europa», diretta da Jacques Le Goff, Laterza, Roma 2004. Salman Rushdie,Joseph Anton, Mondadori, Milano 2012.








pubblicato da a.amerio nella rubrica freccia d’Europa il 15 aprile 2013