Spiegare in poche parole quanto Jannacci fosse Milano

Giulia Cavaliere



Spiegare in poche parole quanto Enzo Jannacci fosse Milano è impossibile, Jannacci è stato, senza ombra di dubbio, il suo più grande cantore e pure l’ultimo suo pittore. Inutile dunque raccontare ciò che già si conosce, parlare di lui al Santa Tecla, di lui con Gaber, con Bianciardi, delle meraviglie con Beppe Viola e con Fiorenzo Carpi. Chi è nato, è vissuto o ha vissuto Milano coi propri occhi ben aperti e con le orecchie tese, o ancora chi l’ha sentita raccontare da qualcuno che la conobbe, per fortuna anagrafica, negli anni d’oro del grande boom artistico e culturale saprà che i versi delle canzoni di Jannacci contengono una sterminata quantità di nomi di vie, piazze, intere periferie, stazioni, numeri e direzioni di tram e ancora non basta. C’è poi dialetto, certo, soprattutto, dialetto usato non sempre e solo nei testi ma conservato come un enorme segno identitario nella gestualità sul palco anche in quell’apparentemente insignificante “vun dù trì” alla sua band per attaccare un pezzo – e chi viene da qua, conosce il nascosto significato forte in un “vun dù trì”, quel senso tra le righe che lo rende diverso dalla sua traduzione (un due tre) in italiano.

Jannacci si teneva strettissima Milano, come un’amata, conservata e adorata in quella voce inizialmente eccentrica, stonata, gracchiante e infine trascinata. Milano presente, sempre, anzitutto, nelle sue più piccole arterie, nei suoi spazi antichi, nelle sue verità crudeli, nella sua commuovente nudità. Ugualmente, anche se si sente dire il contrario, non fecero in molti: di certo Franco Fortini – di cui Jannacci cantò anche ‘Quella cosa in Lombardia’ – e, ancora diversamente, Giovanni Raboni.

Il primo album di Jannacci, uscito nel 1964, si chiama “La Milano di Enzo Jannacci” ed è probabilmente il più grande tributo in musica che Milano abbia mai ricevuto, in qualche modo più profondo di ogni album dei Gufi, di Nanni Svampa, della ringhiera del grande Della Mea. Impossibile raccontarlo, perché è dalle crepe della voce, dai toni abbassati e alzati all’improvviso, dai giochi di parole, dalle ironie più sottilmente milanesi - che difficilmente, io credo, possono essere del tutto percepite e comprese da chi non ha avuto un nonno o un genitore che gli parlava così senza spiegargli perché -, che si comprende quanto la città invadesse e avvolgesse la sua scrittura, la sua intera umanità, la sua prospettiva di sguardo.

Gli uomini e le donne di Enzo sono gli uomini e le donne che hanno sempre, diversamente, popolato Milano. Uomini che non hanno una lira e per questo vanno al lavoro in bicicletta ma iniziano a prendere il treno per non essere da meno della donna che vogliono conquistare, conosciuta all’ombra della catena di montaggio, uomini che sono disposti ad andare a Como (a Como!) in moto e tornare a Milano a piedi per avere anche un solo basin (un bacino). C’è quello che ‘andava a Rogoredo, c’è il senzatetto che s’innamora all’Idroscalo, quello che aspetta col mal di piedi sotto casa della Lina e perde il tram 31 a pensarla lassù con Gino il barbiere, che ha un mucchio di dané, ma pure uomini innamorati che accompagnano la propria donna a battere in piazzale Baracca. Questo e tanto, tantissimo altro.

Piange Milano, piange il suo più grande artista, il chirurgo che scrive canzoni, diplomato al conservatorio, uomo che indaga le storie umane della sua città, che si sdraia sul pavè e la guarda che sale, e sale, felice di sdraiarsi lì, ai suoi piedi e farla ridere, farla piangere, ridere e piangere con lei.

[Da Case della Vetra.]








pubblicato da s.baratto nella rubrica musica il 30 marzo 2013