“Ho visto che era un cerchio e l’ho spezzato”

Carla Benedetti



Looper ha un unico protagonista, ma sdoppiato in due figure e in due attori diversi: Joe da giovane, interpretato da Joseph Gordon-Levitt, e Joe di trent’anni più vecchio, interpretato da Bruce Willis. Grazie a una macchina del tempo i due si trovano l’uno di fronte all’altro e si combattono. La macchina del tempo è un congegno narrativo dei più collaudati, ma ciò che questo film riesce a tirarne fuori e a farci vivere è davvero degno di nota.

Il titolo che ho dato a queste note riprende la battuta finale del film, pronunciata da Joe giovane un attimo prima di spararsi. O meglio – poiché il suo non è un semplice suicidio – un attimo prima di puntare contro di sé l’arma che toglierà di mezzo assieme a lui anche il futuro che sta per generarsi, compreso il se stesso più vecchio. Ecco come suona in inglese e nella versione italiana del film:

"And the path was a circle... round and round. So I changed it.”
“E quella strada è un cerchio che gira in tondo... così l’ho spezzato”

Da dove cominciare per entrare in questa storia che gira in tondo nel tempo, ma che poi miracolosamente si spezza? Forse da quell’arma arcaica con cui Joe uccide. Joe è un looper, così vengono chiamati i killer pagati per sopprimere uomini che vengono loro inviati dal futuro. L’arma che hanno in dotazione è una spingarda (blunderbuss). Un fucile tozzo, pesante, rumoroso, studiato per colpire bersagli vicinissimi, e che fora i corpi come una palla di cannone. La si vede in primo piano molte volte, con la sua canna massiccia e l’enorme foro circolare, mentre spara o minaccia o è in riposo. In una delle sequenze iniziali tiene persino da sola la scena, per un attimo, depositata dai looper nell’apposita cassetta all’ingresso, prima di entrare a consegnare i lingotti. Arma da Medioevo prossimo venturo, che dà al film una nota di rozza brutalità. Soltanto quella feccia che vive in quel futuro schifoso verso cui va il mondo presente saprebbe immaginare un’arma da fuoco così.

Le vittime da far sparire si materializzano di colpo in aperta campagna in un orario stabilito. Sono inginocchiate. Ma il colpo di spingarda le fa saltare in piedi, all’indietro, per poi cadere riverse sul telone bianco, già predisposto, in cui poi ne verrà avvolto il cadavere. Arrivano incappucciate, con le mani legate e vestite di una sorta di camicia di forza in tela pesante color ocra, che poi il looper squarcia rumorosamente col coltello, sul dorso, per tirarne fuori i lingotti che il poveraccio si porta addosso, come pagamento. Anche questi blocchi di metallo sono grossi e rudimentali, di una pesantezza lucente, d’argento o d’oro. Tutto ciò che è arma e ricchezza prende nel film una forma caricata e rozza: anche la cartamoneta è grande, stampata in rosso sangue e avvolta in rotoloni. La droga si inietta negli occhi con lunghi contagocce di vetro, oppure in vena con siringhe antidiluviane. Per non parlare della macchina del tempo, una capsula massiccia e arcaica, ripresa da un immaginario fantascientifico d’altri tempi.

Siamo nel 2044. Ma in quel mondo, sia pure di poco futuro, non c’è nulla che ci sorprenda. Al contrario di quel che avviene di solito nei racconti e nei film di fantascienza, il film ci mostra un futuro molto simile al nostro presente, solo un po’ più spinto nel degrado sociale, come per prolungamento di fenomeni a noi ben noti e familiari: divario netto tra ricchezza per pochi e miseria per i più, miserabili per strada a cui si spara per un nonnulla, sfruttamento sessuale della donna, criminalità organizzata, droga. Certo, viaggiano su motorette sospese a un metro da terra, ma tutto il resto della vita è più o meno come la nostra. Anche le potenze mondiali emergenti ricalcano le nostre previsioni di oggi, con la Cina in testa. Persino gli abiti sono gli stessi del nostro tempo, che a loro volta sono gli stessi del secolo passato. Il giovane Joe porta la cravatta. Il boss venuto dal futuro glielo fa notare: “Non potreste mettervi qualcosa di più lucente?”

Che razza di fantascienza è mai questa se il futuro che dipinge è uguale al nostro tempo, e se non sposta di un millimetro la nostra visione del presente? Eppure alla fantascienza basta pochissimo per creare straniamento sul presente: anche senza ricorrere ai viaggi intergalattici basta a volte un nuovo divieto, come la proibizione della scrittura in Futuro in trance di Tevis, o una nuova droga, come il Chew-Z nelle Tre stimmate di Palmer Eldritch di Dick, a provocare mutamenti a catena nel tessuto sociale o nelle vite dei singoli. Invece in questo film persino la macchina del tempo non cambia sostanzialmente nulla né nella società né negli stili di vita individuali. È una grande invenzione ma è vietato farne uso, e l’unica sua conseguenza è di facilitare il compito alla criminalità organizzata, che la usa illegalmente per far sparire le sue vittime in modo pulito.

Cosa significa questa assenza di immaginativa sul futuro? Che la fantascienza ha esaurito il suo ciclo? Che la nostra condizione di vita su questo pianeta è ormai arrivata a un punto tale che ci è difficile inventare qualcosa di più strabiliante di ciò che ci sta già accadendo? Al contrario. Looper mi è parso uno dei film di fantascienza più emozionanti degli ultimi anni. Va a toccare qualcosa di grosso, che ci riguarda, e proprio in quel campo in cui la fantascienza è maestra, cioè nell’immaginazione del futuro. La nostra epoca, che non ha più un nome, né moderna né postmoderna, è sospesa su di un crinale tragico. Corre a perdifiato verso un buco nero, paralizzata, semiaddormentata, incapace di reagire al pericolo di un collasso planetario a breve termine, di cui pure è consapevole. Ha di fronte a sé un futuro già scritto, che immagina ormai chiuso ai possibili, senza alternative. Un futuro che gira in tondo. I looper del film sanno già cosa li aspetta. È tutto già scritto. Dal momento in cui chiuderanno il loop, uccidendo il se stesso più vecchio di trent’anni, avranno ancora trent’anni a disposizione, trent’anni per godersela, in attesa che il cerchio si chiuda. Il tema del film, che tocca nel profondo, è proprio questo: il futuro negato. Il tempo è bloccato e scorre dentro a un circolo, chiuso in un loop.

Il giovane Joe sta imparando il francese. Infatti si prepara a ritirarsi dal giro e progetta di andare in Francia a godersi il gruzzolo e i trent’anni che gli restano da vivere. Ma il boss venuto dal futuro lo sconsiglia:

“Io vengo dal futuro, dovresti andartene in Cina”.
“Io vado in Francia”, risponde duro il protagonista.

E noi spettatori tifiamo per lui. Perché sentiamo che ha ragione lui. Non perché non sia vero che la Cina sarà la Parigi di domani, ma perché ci piace la sua ostinazione a sognare qualcosa di diverso da ciò che è già stabilito che accadrà. In questo film il futuro è arrogante. Si inserisce nel presente con i suoi giochi già fatti, con le sue direzioni già tracciate. Ne sentiamo tutta la violenza. È la violenza di un tempo che è stato bloccato, che si è chiuso ai possibili.

Il tempo cronologico ovviamente scorre ancora, ma come un ascensore che collega i diversi piani di un palazzo. Ogni piano è uguale all’altro, la sola differenza è lo stare sopra o sotto, più in basso o più in alto. Anche la macchina del tempo, in questo film, è come un ascensore che va su e giù dentro a un unico edificio. Ci si muove in un tempo spazializzato, che non ha alcuna apertura. Il tempo della Storia non c’è più. Le riaperture, le rinascite, i nuovi inizi non sono contemplati. Il futuro stringe il presente come un cappio.

Uno dei momenti più intensamente drammatici del film è l’incontro-scontro tra Joe vecchio e Joe giovane al tavolo di un ristorante. Sono la stessa persona ma abissalmente diversi, e non solo per l’età. Hanno sogni, emozioni e pensieri che divergono. Proust diceva che siamo fatti di innumerevoli io che si succedono nel tempo. Ognuno di questi io successivi è limitato, ma con la pretesa totalitaria di una eterna coincidenza con se stesso. Ognuno ha il suo proprio paradiso in cui vorrebbe eternarsi nell’attimo in cui è. E se li si potesse mettere a confronto ne risulterebbe uno scontro tra tiranni. Ed è questo che succede nel film.

Joe vecchio, come l’uomo del racket venuto dal futuro, crede di saperla più lunga perché ha già vissuto la vita che l’altro ha ancora davanti a sé. È sicuro, nonostante la memoria annebbiata, che tutto quello che ha vissuto nei trent’anni successivi sta per essere ripetuto da Joe giovane.

“... lei la incontrerai comunque.”
“Chi?”
“Lei ti salverà la vita. Per tanto tempo ho pensato che avremmo avuto un bambino...”
“Sì, ma lei, come può... salvarmi la vita.”
“Se vuoi ti ricordo quella che è la tua vita, sei un drogato, un assassino...”
“Stronzate, non ho bisogno di essere salvato.”
“Sta zitto ragazzino di merda, sei solo uno stupido presuntuoso arrogante. Lei ti rimetterà al mondo. Ti nutrirà del tuo amore...”
[...]
“Tu e tua moglie. Tutto questo non mi riguarda, hai capito?”
“Tutto questo capiterà a te.”
“Questa è la tua vita, ma io posso cambiare la mia. Hai la sua foto? Fammela vedere. Così quando la incontro me ne andrò via e mi sposerò un’altra” .

Cosa fanno gli uomini quando si rendono conto di stare in una situazione bloccata, senza poter cambiare niente in un futuro che è già scritto? Forse è proprio in quel momento che trovano la forza di fare qualcosa di straordinariamente superiore al loro solito profilo. Il giovane Joe dice di no. Cancella se stesso e tutto quel futuro di merda già previsto, e così lo cambia. Lo rende di nuovo imprevedibile.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica cinema il 27 marzo 2013