La scena, i segnali e le voci

Serena Gaudino



Naturalmente non racconterò qui la trama. Non parlerò di Shakespeare. Non inquadrerò l’opera nel suo periodo storico. Farò un resoconto asciutto di quel che ho visto. Di quel che mi è piaciuto. E di ciò che avrei preferito non vedere.

La scena:
Un grande letto addossato alla parete di destra tra la cabina armadio e un bagno. Dove quasi sempre si scambiavano baci: Claudio e Elsinore, Amleto e Ofelia. Una sedia: una specie di trono moderno di fronte al grande letto. Dove quasi sempre sedeva Amleto. Qualche volta con in braccio Ofelia.
Una porta che sbatteva spesso rumorosa.
Una croce, in fondo, nell’altra stanza, che si vedeva appena.
Campeggiava in alto: inquietante e luminosa.
Ma nel secondo atto, dopo la morte di Ofelia il letto si trasforma in una tomba. Un’immagine forte. Direi d’impatto. Importante. E lì dentro ella viene sepolta mentre tutto intorno infuria la battaglia: Laerte e Amleto che si sfidano, gli altri che si avvelenano. E gli elicotteri che arrivano sparano, uccidono. Avanza la guerra. Fa strage.

I segnali:
Sono tanti.
Troppi.
L’attualizzazione delle opere non sempre funziona. Certe volte voler accostare insieme più idee geniali genera banalità: l’austerità di Amleto qui si perde in un brodo di accadimenti. In una girandola di eventi che stanno dentro e fuori la scena. Dentro e fuori il testo. Dentro e fuori il teatro. Si va in altalena.
I rumori, la musica, le danze, la baldoria, la goliardia di Claudio. La ferita di Amleto. La paura. La follia. La morte di Polonio. La pazzia di Ofelia. La vendetta. La voglia di vendetta. E ancora morte.
In un turbinio di voci, di inseguimenti, di tentativi: fare l’amore, far sparire il cadavere, uccidere Amleto. Farlo sparire. Anche lui. Tutto questo in una piccola scena affastellata, troppo piena. Con una sola grande intuizione che ricorda per posizione e plasticità la Pietà di Michelangelo: Ofelia, annegata giace tra le braccia di Elsinore, nella penombra sotto quella croce inerte, quasi abbandonata, che spunta ogni tanto da una porta che continua a spaventare, ogni volta che compare lo spirito di Amleto.

Le voci:
Sono più o meno giuste.
Qualcuna supera i toni certi che si addicono all’Amleto.
Ma Malosti padroneggia tutto.
Lui è la scena.
Sia quando è spettro che quando è re.
E’ presente sempre con piglio forte e asciutto: quando cerca di rifugiarsi tra le gambe della sua nuova moglie, quando scopre il cadavere di Polonio (Mariano Pirrello, anche nei panni del becchino), quando tenta di rimanere a galla. Quando nasconde la paura, l’indecisione, e ostenta sicurezza anche al prezzo di uccidere Elsinore (Sandra Toffolatti).
Ofelia (Roberta Lanave) canta. Da quando apprende del padre morto, chiusa in una camicia di forza, canta. Si dispera utilizzando la voce, modula il grido impigliato nel rigo musicale e commuove. La sua voce, il suo pianto sono lì, imbalsamati nel dolore. E’ bello. Ma leggermente fuori tempo, troppo lungo. E quando muore, oltre che Laerte (Mauro Bernardi) è Amleto (Leonardo Lidi) la vittima del doloroso strale. E se prima nascondeva il suo amore ora ulula. Ferito a morte. Ma lo fa con una voce bassa, troppo piatta, senza starci dentro. Senza sentirlo forte, dentro il petto quel dolore. Che a parità, più netto e straziante lo sente di certo Laerte che poi sperando che il destino stia dalla sua, sfida il dolorante anche a duello.

Lo spettacolo prodotto da Teatro di Dioniso e Fondazione del Teatro Stabile di Torino ha messo in scena, al fianco di Malosti, Toffolatti e Pirrello, un gruppo di giovanissimi attori tutti diplomati nel primo biennio della scuola per attori del Teatro Stabile di Torino, terza tappa del Cantiere shakespeariano dopo Sogno di una notte di mezza estate e Lo stupro di Lucrezia.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica teatro il 26 marzo 2013