“Tutte le musiche molecole”

di Roberto Gerace



I limiti della nostra sopravvivenza

Fra 3,5 miliardi di anni la Terra sarà inabitabile: l’idrogeno del nucleo del Sole sarà quasi interamente convertito in elio, la temperatura tutt’intorno sarà aumentata a dismisura, gli oceani saranno interamente evaporati e l’atmosfera sarà in buona parte spazzata via. Col passare del tempo, poi, il Sole si dilaterà abbastanza da inghiottire nella sua luce Venere e forse, a poco a poco, anche il nostro pianeta. La nostra prospettiva di sopravvivenza su di esso, dunque, non è eterna. Eppure di frequente, nella nostra epoca, non solo ci comportiamo come se lo fosse, ma addirittura con le nostre azioni e coi nostri modi di vita sembriamo voler accelerare questo inevitabile destino, al punto che alcuni scienziati ci dicono che l’umanità rischia di non avere davanti neppure due secoli. Mentre una minoranza di responsabili si batte in alcune parti del mondo per il riconoscimento stesso del problema, in altre parti di esso continuano a replicarsi meccanismi di autodistruzione già ampiamente sperimentati altrove: proprio mentre scrivo ho sotto gli occhi un allarme di Greenpeace secondo il quale 120.000 persone muoiono ogni anno in India a causa delle centrali a carbone, e ogni anno si stimano 20 milioni di casi d’asma in più per lo stesso motivo. A quanto pare, poi, proprio stanotte, a pochi giorni dalla ricorrenza della tremenda tragedia nucleare di Fukushima, è partito un nuovo treno carico di scorie nucleari che, all’insaputa dei cittadini, ha attraversato Novara, Alessandria, Asti, Torino, la Valsusa e il Frejus per raggiungere La Hague.

Che cosa fa la critica italiana?

Intanto, nei salotti buoni della critica italiana si dibattono aspramente questioni capitali. Sembrerebbe, infatti, che il postmoderno sia finito. Sembrerebbe, ma non è sicuro. Quel che è sicuro è che il realismo è tornato, e che ci troviamo nell’ipermoderno, ma bisogna capire se l’ipermoderno presenta caratteristiche tali da poter essere considerato un punto di rottura e non una continuazione della logica culturale del postmoderno, o se viceversa non vada derubricato a sorpasso meramente illusionistico, a surrettizia propaggine di quest’ultimo. È chiaro come il mondo letterario italiano possa essere sacrosantamente scosso da un’inquietudine somma. Inquietudine che non reputa generalmente di dover provare, però, di fronte ai problemi ambientali di cui ho parlato. Come in un organismo morente la malattia si presenta inizialmente come un male localizzato, anche nel mondo della cultura ci sono vaste congregazioni di uomini che continuano a fare quel che hanno sempre fatto come se niente fosse, salvo poi essere travolti, loro e tutti quanti, dall’espandersi di una cancrena che avevano preferito sottostimare. Così, per esempio, Giacomo Leopardi aveva incarnato nella sua stessa gobba inascoltata le contraddizioni di un secolo intero. Persino la Chiesa, persino il Papa è sembrato avvertire questo tremore, questo sentimento di una situazione inedita. Ma la critica italiana no. La critica italiana continua perlopiù a perseguire eroicamente i suoi sogni catalogatori.

Scienza e poesia

In questo periodo sto leggendo un libro di una filosofa inglese, Mary Midgley, che mi sembra molto interessante proprio perché fa chiarezza e denuncia questa miopia. Il testo è stato pubblicato nel 2001 da Routledge, si intitola Science and Poetry e purtroppo non è stato tradotto in italiano. Come dice l’autrice stessa nell’introduzione, esso “indaga l’ideologia strana, imperialistica e separatista della scienza che ora fa sembrare impossibile questo tipo di connessione” (quella fra scienza e poesia; la traduzione è mia). Attraverso una vera e propria genealogia di questo modo di pensare e suddividere le discipline, l’autrice fa vedere come esso affondi le sue radici almeno in Cartesio e nelle prime ricerche sperimentali della scienza moderna; ricerche ormai abbondantemente superate nel loro considerare il particolare, l’individuale, il circoscritto come unico oggetto degno di osservazione, di fatto reificandolo – e dando così una grande spinta propulsiva all’ideologia individualista tuttora imperante. Mentre, dall’altra parte, l’autrice insiste molto sull’unione fra mente e corpo e sull’obsolescenza di termini come idealismo e materialismo, attribuendo all’alleanza fra saperi umanistici e saperi scientifici una possibilità di riscatto e di fondazione su nuove basi della nostra convivenza su questo pianeta.

I Canti territoriali di Pier Luigi Bacchini

Ci sono per fortuna anche in Italia alcuni artisti, nella nostra epoca, che sentono più degli altri l’urgenza in cui ci troviamo. Uno di questi è Pier Luigi Bacchini, un poeta parmigiano che è riuscito a prodursi in un vero e proprio sforzo eroico pubblicando nel 2009, all’età di 82 anni, la sua ottava raccolta di poesie, intitolata Canti territoriali, che non saprei definire in altro modo che meravigliosa. Già nota, anche se insufficientemente apprezzata figura di poeta-scienziato, Bacchini è uno di quei rari, felici casi in cui i recinti che separano tradizionalmente le varie discipline con cui l’uomo conosce e si esprime, pianifica e opera, vengono fatti completamente saltare. Qui tutto l’immaginario e le parole della scienza e della tecnica non servono a coprire coi balbettii il mutismo dell’io. Bacchini salta completamente quello che Sciascia chiamava, riferendosi alla Neoavanguardia, il “petrarchismo tecnologico”. La conoscenza dei meccanismi della vita e del cosmo non decurta, ma accresce il mistero con cui guardiamo a essi. Nella stessa misura in cui disumanizza l’uomo, essa umanizza tutte le cose due volte: “La campagna ha segreti / nonostante la botanica e gli studi topografici, / e si popola di solitudini, specie di notte, / o al sole ammattito di luglio”. Nella profonda consapevolezza dell’unità materiale e spirituale del “complesso meccanico del pianeta”, Bacchini comprime le istanze dell’io lirico tradizionale o forse, si potrebbe dire, le allarga a dismisura: sono “tutte le musiche molecole” a dire “io” nella sua poesia. In un paesaggio che fa o vorrebbe fare a meno della presenza distruttiva dell’uomo, è la natura stessa, fiori alberi uccelli montagne stelle, che sembra possedere una musica nascosta. Ed essa non è solo e tanto la classica armonia degli astri, ma è canto compenetrato allo stridore di cosmiche carrucole. Come in questo componimento d’apertura, intitolato Mappa dei voli, e che riporto solo a metà:

E in effetti nelle poesie di Bacchini di questa raccolta non ci sono quasi mai nomi umani. Gli uomini o non ci sono, o si presentano come figure inquietanti e aliene (il visitatore, i cacciatori), oppure si assembrano in grottesche folle (i ragazzi: “Negli scarichi dei loro vizi / sorgono e decadono dinastie di aperitivi”; le signore al mare), o appartengono a periodi storici lontani (le battaglie del passato immaginate nei boschi vicini o “un soldato vagabondo dei Farnese”), oppure sono morte o morenti (come in Flebo); altrimenti compaiono figure di donne, descritte però, come ne La Villetta, come se fossero esseri vegetali o minerali. Al contrario e significativamente, proliferano i nomi in latino delle specie soprattutto vegetali, quelli degli uccelli, ma ci sono anche i cani Dick, Rak e Bill. Così le specie viventi sono interpellate spesso al vocativo oppure, come in questa strana, oltranzistica poesia (Nuovo Catalogo Generale delle Galassie e...), addirittura le galassie hanno diritto a essere chiamate per nome:

La poesia di Bacchini è un cantico della meraviglia ma anche del dolore creaturale, se è vero che “la fatica delle cicale / che si tramuta in canto” è la fatica di tutta la macchina della natura che, come sapeva bene Leopardi, non sostenta la nostra ammirazione di un bel giardino “senza strage spietata di teneri fiorellini”; ed è anche la fatica del poeta in auscultazione del continuo svolgersi e rivoltarsi della separazione e della fecondazione fra gli esseri. Se è vero, come ci dice l’autore in una nota, che i Canti territoriali che danno il titolo alla raccolta sono, secondo la terminologia etologica, “i canti amorosi e guerreschi degli uccelli”. Come nei poeti-cosmologi della Grecia arcaica, anche nelle poesie di Bacchini sembrano agire forze primigenie della natura, simili per esempio a quelle di Empedocle, Amore e Contesa. Sembra di leggere un pitagorico nella chiusa della poesia Il legame:

Ma a volte l’io lirico salta fuori prepotentemente e, proprio perché accompagnato e preparato da tutta questa splendida zavorra di epica della natura, la sua voce risuona cristallina, come nella poesia Il mio strumentario:

Poesia i cui ultimi quattro versi sono una distensione contemporaneamente tonale, sintattica e metrica. Altre volte è il tema della morte, altrui o propria, a fare sporgere l’io del poeta, come nei bellissimi versi finali di questa lirica, intitolata Giardino, che mi hanno lasciato un granchio di dolore allo stomaco per ore e coi quali chiudo:

Pier Luigi Bacchini, Canti territoriali, Mondadori, 2009, pp. 99, euro 15

Foto di Felice Frankel








pubblicato da c.benedetti nella rubrica poesia il 20 marzo 2013