Corpo di fumo

Serena Gaudino





Sono scesa dall’auto sotto la pioggia.
Una pioggia leggera leggera. Tanto leggera che il vento se la portava: la faceva volare di qua e di là, la sbatteva a destra e sinistra.
Un pioggia insidiosa, che bagnava molto. Inzuppava. Sono tornata indietro per prendere l’ombrello. Ma il vento ce l’aveva anche col mio ombrello. Lo afferrava forte e lo sbatacchiava torno torno, fottendosene di quanta forza ci mettessi io per tenerlo fermo sopra la mia testa mentre mi facevo largo tra qualche arbusto spinoso e maleodorante.
Sopra la collina di Posillipo, per arrivare più vicino al disastro, per guardare da un’angolatura diversa, per scoprire cose che magari nessuno aveva ancora visto. Ma da lassù non si vedeva niente. Anche le nuvole basse, oltre alla lontananza, impedivano la visuale. Allora sono risalita in auto. Ho rimesso l’ipad in borsa, e prima l’ho asciugato bene.
E sono ripartita: Capo Posillipo, Coroglio. Mi sono di nuovo fermata. Sulla piazzola davanti a Nisida, in alto, appena fuori dalla grotta di Seiano, alle spalle della villa di Pollione. Ma anche da lì la visuale non era diversa: solo i resti della ex Italsider molto evidenti, aree sbancate e abbandonate al di là della strada, sul fronte opposto a quello dove c’era la Città della Scienza, l’istmo di Nisida pure abbandonato, il vecchio Lido Pola letteralmente a pezzi…
Un gatto grigio mi ha attraversato la strada, aveva anche lui urgenza di uscire: col pelo tutto bagnato, appena mi ha visto si è fermato ed è venuto a strofinarsi la schiena e la coda contro i miei jeans. La pioggia continuava a battere la costa rendendo il panorama grigio e fosco.
Ho ripreso a scendere giù per la discesa di Coroglio.
Sono arrivata al mare. Ho percorso lentamente tutta via Coroglio.
Non avevo nessuno dietro, non c’era nessuno davanti. Solo, quando sono arrivata all’altezza della Città bruciata ho scorto un gruppetto di persone sorridenti che uscivano da un bar, e quattro persone ferme davanti al cancello del parco. Ho rallentato un po’. Mi hanno guardata.
Uno di loro col dito indice mi ha fatto cenno “no, no, no”, l’altro mi ha suggerito goffamente di continuare con il palmo della mano destra che andava su è giù freneticamente, e un altro ancora mi ha detto urlando: “non si vede niente, da qua non si vede niente, è inutile che vi fermate”.
E io ho continuato. Ho accelerato un poco. Di fianco alla mia sinistra c’era solo un alto muro giallo con la ciminiera al fondo. Ma dopo qualche metro, lì dove la strada si slarga di nuovo, ho decelerato ancora. E ho buttato l’occhio dove sapevo che c’era un’uscita secondaria: un cancello che dava sul piazzale centrale, su un’area più vicina al mare. Lì mi sono fermata. Per qualche minuto. Finché anche da lì uno dei quattro, quello che fino ad allora non era intervenuto, correndo mi ha mandata via.
Comunque qualcosa ho visto: qualche lamiera ripiegata, tetti sfondati. La cenere dappertutto.
Ma soprattutto, quel che ho visto è stato l’odore. L’ho visto perché era presente: acre, pesante, denso e forte. Mi pareva avesse addirittura un corpo. Un corpo con i confini indefiniti, di una consistenza immateriale ma invadente. E io ho visto quel corpo pararmi la via, avvolgermi, entrarmi dentro il naso. Aveva l’odore della cenere. L’odore della morte.

Delle cose morte.
Mi sono chiesta se anche le cose possono morire. Perché a Coroglio, in quel momento io vedevo cose morte e ne sentivo il loro odore. Come quello delle parole. Sì perché insieme alle cose, io ho visto scomparse anche le parole: spazio, cultura, divulgazione, museo, educazione, divertimento, lavoro, speranza, alternativa, sogno, ricordo, arte, coscienza, scienza, teatro, sperimentazione, occasione, immaginazione, ricerca, architettura, recupero, bonifica, intelligenza, costruzione, economia, letteratura, laboratorio, palestra.
Sono risalita in auto e sono andata avanti ancora. Fino alla fine della strada. Superando l’area del circolo Ilva, l’area dell’ex impianto Cementir del gruppo Caltagirone SPA, L’Arenile. E poi sono tornata indietro. Le stesse aree questa volta scorrevano alla mia destra. Fino di nuovo a incrociare il famoso varco che si affacciava sulla ferita.
Mi sono fermata ancora.
Continuava a non passare nessuno.
E ho guardato meglio.
Ho aperto anche il finestrino, cercando di inalare quell’aria sporca, per metterla nel mio archivio olfattivo. Un domani chissà avrebbe potuto farmi comodo quell’odore: sempre più acre, nonostante fosse tutto bagnato. Si era solidificato. Era diventato una statua. Seppur invisibile. Ho rifatto la strada al contrario fino al Lido Pola. Ho imboccato la via Nuova Nisida e l’ho percorsa fino alla sede del Gruppo Tecnico di Supporto della Guardia di Finanza (https://plus.google.com/10790079923...): praticamente di fronte alla Fondazione Idis, di fronte alla Città della Scienza. Ai piedi del carcere minorile di Nisida (ma sarà sorvegliato l’isolotto da qualcuno? Ci sarà qualcuno che spia il mare di notte? Chissà… forse no. Visto che già nel ’98 si pensò che due ragazzini reclusi nel carcere fossero addirittura fuggiti a nuoto).

Un po’ più avanti del Lido Pola, a fianco di un locale che se la passa un poco meglio del degradato Pola, sono stata a guardare un po’ la spiaggia abbandonata. Penosamente abbandonata: piena di rifiuti, di roba abbandonata, forse ancora bagnata oltre che dalla pioggia anche da quella famosa acqua ferrosa che un tempo i romani usavano per farsi i bagni termali e che da qualche tempo è tornata a fiottare dal cuore della terra.
Guardavo a destra e a sinistra mentre leggevo sul mio ipad le notizie pubblicate fino a quel momento sull’incendio.
Doloso. È quasi certo.
Il sindaco parla di “Napoli sotto attacco”. Ma non c’entra niente il terrorismo.
Si dicono tante cose: camorra, regolamento di conti, assicurazione… dispetto.
Si pensano tante cose: il fuoco mangia la Città della Scienza in sei minuti: dalla chiamata all’arrivo dei Vigili del Fuoco, in una notte senza vento, il fuoco procede sospinto da una mano invisibile e veloce. Pirina? Si saprà martedì: la sostanza killer è quella più usata dalla criminalità organizzata e dal terrorismo.
Si ipotizza: un colpo di mano? E da parte di chi?
Le autorità locali con una dichiarazione al Mattino (il cui editore è Caltagirone, proprietario dell’area ex Cementir) di Luigi De Falco – assessore all’urbanistica del Comune di Napoli – bollano la Città della Scienza come un “abuso edilizio” (aprile 2012) che deve essere rimosso: spostato.
In effetti ci pensavano già: non può stare là. Su un’area destinata ad altro, perché impedisce il recupero del litorale. Al suo posto sarebbe meglio posizionare qualche albergo? Un Resort? Uno di quelli che, già previsto nel piano urbanistico, all’interno: voglia passare sulla spiaggia?
Con discesa privata?
Si insiste. Si suggerisce lo spostamento: Massimo Di Dato delle Assise ricorda a De Magistris che la Città fu realizzata in deroga al piano regolatore con un accordo di programma in deroga agli strumenti urbanistici. Ora che possiamo con leggerezza, visto che è in cenere, ripensiamoci bene su dove ricostruirla. Se mai sarà ricostruita. Questo si dice. Sottovoce.

Ma molti non vogliono portarla via di là: deve restare qui. In beffa a tutti gli speculatori, i camorristi e gli altri che vogliono tenere Bagnoli in scacco. Mantenerla un deserto. Pieno di amianto, rifiuti e degrado. Altre sedi suggerite: Oasi di San Laise, ex Collegio Ciano alla ex Base Nato (A proposito: chi sa dell’abbandono improvviso della Base da parte degli americani? Pochi… e il perché? Nessuno. E’ coperto dal segreto militare. Anche se qualcuno pensa che la causa sia l’aumento improvviso delle scosse sismiche nell’area vesuviana dal marzo 2012… eppure nessuno ne parla. E anche lì, ancora stiamo aspettando i dettagli del piano di evacuazione che dovrebbe mettere in salvo migliaia di persone).
Scattavo foto.
Mentre pensavo e leggevo dal Corriere della sera, dalle cronache locali di Repubblica e del Corriere.
Scattavo foto.
Mentre ricordavo ogni mio passaggio su quella terra: da quando c’era ancora l’Italsider e io andavo a farci dei giri dentro insieme a Dario, il figlio del signor Riccio, dipendente dell’Italisider. Da quando passavo in via Diocleziano davanti a tutti quei palazzi neri, pieni di futuri morti per amianto. Da quando andavo a ballare al Lido Pola, all’Up Stroke, all’Arenile. Da quando lavoravo per Galassia Gutenberg alla Fondazione Idis. Da quando avevo partecipato all’inaugurazione del primo spazio della Città della Scienza. Da quando ho curato la comunicazione dello spettacolo della Cooperativa Le Nuvole: Vita di Galileo dal testo di Bertold Brecht nell’auditorium che è sopravvissuto all’incendio. Da quando ho visto galleggiare a mare i pesci e i naufraghi giganti in compensato marino realizzati da Sergio Fermariello. Da quando ho attraversato decine di volte quello specchio di mare a bordo di una canoa dal Circolo Ilva a Rivafiorita. Da quando ho partecipato alle feste vespertine sulla spiaggia della Città: per salutare la primavera o l’estate, festeggiare un padiglione nuovo o un artista, uno scienziato, un nuovo accadimento.
Scattavo foto.
E mi chiedevo: ma com’è che alle nove e mezza di sera, davanti allo specchio di mare di Nisida, se veramente il commando è venuto dal mare, nessuno ha visto niente? Avranno avuto una luce, un qualcosa che li guidasse nell’oscurità. E come mai i sistemi di allarme non hanno funzionato? E perché nessuno, dico nessuno, ha ritenuto di chiamare i pompieri vedendo le fiamme divorare il museo (i pompieri hanno ricevuto solo due chiamate. E una partiva dalla Città).
In altri casi, di telefonate ne sarebbero partite a centinaia.
Qui sono stati tutti zitti.
Forse, hanno anche visto. Ma è meglio stare zitti. Tanto la Città della scienza, come ha detto uno dei custodi di uno dei campus universitari più grandi di Napoli: era il ricettacolo degli intellettuali di sinistra. Un posto di cultura. Roba da borghesi.
Eppure, pensavo sempre mentre scattavo le foto, la Città della Scienza è stato il simbolo della ripresa, un luogo simbolico, il luogo che doveva rappresentare, insieme a piazza Plebiscito, il riscatto di Napoli. Poi però quel riscatto non si è realizzato, è rimasto un sogno. Per i ritardi. Per i problemi che si sono presentati, tanti. Il progetto successivo alla deindustrializzazione si è arenato. Perché i presupposti erano basati su un’utopia. Per Napoli. Riformare le coscienze, non solo gli spazi, con la cultura: dedicando quest’area proprio alla cultura, all’ambiente, all’arte alla letteratura e alla scienza. Cosa c’è di borghese in questo pensiero? Cosa c’è di politicamente scorretto in questo programma? E la palestra dove si allena la comunità scientifica va in fumo. In altre città nel mondo la deindustrializzazione ha portato alla costruzione di realtà simili che invece di andare in fumo si sono moltiplicate. Pensavo alla Villette di Parigi.
Scattavo foto.

E poi si dice che solo la borghesia di sinistra sia in grado di pensare a una nuova economia culturale. Il piano regolatore che nessuno ha mai discusso prevede un grande parco sulla riva del mare, il recupero dello specchio di mare antistante da destinare di nuovo alla balneazione… Ora bisogna ripartire. Dalla disgrazia. Come spesso succede a Napoli. Per ricominciare.
Questo pensavo mentre scattavo le foto.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica condividere il rischio il 10 marzo 2013