Quell’auto là fuori

Lorenzo Mercatanti



Prato. Viale della Repubblica. Le finestre dell’ufficio guardano il tribunale. L’ufficio è in Viale della Repubblica 177. Tempo fa un uomo inscenò una protesta davanti al tribunale, non muovendosi mai dal piazzale, passava lì notte e giorno, dormendo in auto. Protestava contro una sentenza nei suoi confronti. Per mesi ogni mattina, come ogni mattina, il piazzale si riempiva di macchine per poi svuotarsi alla chiusura degli uffici, tranne una macchina, sempre la stessa: la sua. Io mi affacciavo e cercavo l’auto nel parcheggio pieno durante l’orario di lavoro o mi affacciavo la sera per guardare l’auto nel parcheggio deserto. Davanti al tribunale ci sono diversi palazzi con uffici, tre bar, una farmacia, un’edicola, un paio di banche, un forno. In parecchi si sono interessati a quell’uomo, più che altro per poi farci sopra due chiacchiere al bar o all’edicola o in banca... chi lo ha avvicinato per farsi raccontare la sua vicenda e quindi dargli un consiglio, un conforto. Chi per dirgli, senza mezzi termini, di mollare. Lasciar perdere. Il comune gli aveva offerto una stanza, in un albergo vicino, per poter trascorrere lì la notte e lasciarlo libero di poter continuare, di giorno, la sua protesta. Lui aveva rifiutato. La protesta di un solo uomo o di un uomo solo, non lo so, come ancora non so se giusta o sbagliata. Eppure l’avvocato di quell’uomo era un mio amico, un mio caro amico ma non ho mai approfondito più di tanto la cosa né gl’ho mai chiesto un suo giudizio spassionato. Io che guardo quell’auto, quell’auto là fuori Il telefono suonava, lasciavo la finestra e andavo a rispondere. Clienti. Parlavano di prezzi che sono sempre alti, di poco lavoro, di cinesi, di marziani. Ogni volta riappendevo il telefono e da Marte facevo ritorno all’ufficio, alla finestra, a quella macchina. Poi altre telefonate, un cliente che mi chiedeva a bruciapelo: lo sai quali sono gli imprenditori più bravi di tutti? Io pensavo, me la cavo facile, e dicevo: i cinesi. Mi diceva di no: ti sbagli. Non gli chiedevo niente, tempo un secondo mi diceva: quando oggi passi a trovarmi te lo dico chi sono, te guarda di passare. Mettevo giù il telefono e facevo un po’ meno fatica a ritrovare la finestra dell’ufficio, quella macchina… … una volta la sognai quella macchina davanti al tribunale… quella macchina e io che mi avvicinavo, volevo e non volevo aprire la portiera… speravo suonasse il telefono dell’ufficio… un telefono! E quindi svegliarmi… ma credo fu la paura a svegliarmi e non aprii la portiera. E adesso… Adesso non c’è più la macchina davanti al tribunale, ho notizie confuse sulla situazione di quell’uomo, cosa faccia come viva, notizie frammentarie rubate alle conversazioni nei bar e nei negozi vicino l’ufficio. Non ho mai chiesto niente al mio amico avvocato, adesso, quando sono con lui non mi viene nemmeno di pensarci, di ricollegarlo a quell’uomo. Se ripenso a quei giorni poi, cos’è che mi viene in mente? Mah, mi torna in mente quel cliente che, quando andai a trovarlo, mi disse: gli imprenditori più bravi di tutti sono gli albanesi; gli albanesi danno tutto quello che hanno, investono tutto di sé per pagare uno scafista che li porti di qua. Quello si chiama rischio d’impresa, mica i nostri pianti. Rimasi zitto. Il resto niente di che, gli stessi discorsi di tutti i giorni, giusti o sbagliati nessuna differenza, tranne che affacciarsi alla finestra e vedere una macchina, sempre la stessa, mattina pomeriggio sera... parcheggiata nel solito posto, davanti al tribunale. E’ l’ufficio. Ecco, a volte penso, è l’ufficio, ovvero ho la sensazione che da allora l’ufficio, quando sono nell’ufficio... come se l’ufficio fosse rimasto quello dell’uomo che protesta davanti al tribunale. E lo sguardo continua a andare alle finestre e mi sento come quando cercavo quella macchina nel piazzale, per sincerarmi che fosse ancora lì e quindi trascorrere dei lunghi minuti a osservare la sola protesta di un uomo solo.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 7 marzo 2013