Lettera a Moresco

Cristò



Caro Antonio,

scrivo «caro» anche se non ci conosciamo di persona sia perché le lettere si cominciano sempre così, sia perché mi sei caro per davvero. Ho appena terminato di leggere La lucina e sento il bisogno di scriverne: mi accade sempre e da sempre così con le parole che mi colpiscono. La prima volta è successo quando avevo quindici o sedici anni con un verso di Kerouac: lo lessi e pensai che leggerlo non era abbastanza, così lo scrissi sulla porta della mia camera; un gesto adolescente che mi valse una delle prime consapevolezze profonde: leggere e scrivere sono quasi la stessa cosa. Adesso che sono passati vent’anni da quel giorno, adesso che quella porta è finita in chissà quale discarica, ricordo confusamente quel verso: «tutte le parole dette dimorano nella morte» ed è ancora perfettamente adeguato.
Ho chiuso La lucina dopo aver letto l’ultima pagina e ho sentito un senso di vertigine, avevo una qualche difficoltà a parlare. Ho riaperto il libro e riletto alcune frasi sottolineate a matita, alcuni paragrafi segnati da una lunga riga al lato del testo, un intero capitolo (il 21) il cui numero avevo cerchiato. Ho sottolineato soprattutto le domande che tu e il tuo personaggio fate alle piante, agli insetti, agli uccelli, agli altri animali. Mi sembravano domande fatte a me, a te, al tuo personaggio:

«Dove posso andare per non vedere più questo scempio, questa irreparabile e cieca torsione che hanno chiamato vita?»

E ancora:

«Ma perché siete sempre così infuriate? […] Perché vi gettate così a capofitto nella polpa dei frutti non raccolti che marciscono sugli alberi di questo posto disabitato e fuori dal mondo?»

Poi:

«Per quale ragione, se poi scomparite subito, […] vivete poche settimane soltanto, uscite da chissà dove e vi mettete a volare a migliaia facendo pulsare il buio di questa notte che ci circonda? Perché?»

Non ho più sedici anni e non ho più una porta su cui scrivere queste domande e, anzi, la mancanza di quella porta e di quell’età, si è trasfigurata in una costante necessità di scrittura e di lettura che si scontra inevitabilmente con i ritmi imposti dalla necessità (più carnale) di uno stipendio con cui vivere, pagare l’affitto, comprare da mangiare. Tutto il tempo utile alla contemplazione è sottratto: mi ritrovo a leggere durante la pausa pranzo, la sera a letto, nel fine settimana; mi ritrovo a scrivere nel tempo che avanza, sempre troppo poco. Sempre troppo poco.
E allora queste domande, questi perché, diventano miei. Perché mi getto così a capofitto nella polpa dei frutti non raccolti? Perché mi affanno a far pulsare il buio di questa notte che ci circonda? Dove posso andare per non vedere questo scempio, questa irreparabile e cieca torsione?
Vorrei fare come le rondini, vorrei potervi dare (a te, al tuo personaggio) una risposta che sia diversa dal verso di Kerouac che ho inciso sulla porta della mia camera adolescente.
Scrivo una lettera, allora – come usi fare tu – la scrivo per uscire dall’impasse linguistica in cui sono sprofondato leggendoti, da quel freno a mano che devo tirare quando leggo ciò che scrivi (rallenta, ragazzo, queste non sono parole da leggere in fretta!), dalla difficoltà di tornare a parlare con la gente, da quel senso di estraneità dal mondo, da quella che è la mia natura più profonda di uomo, di lettore, di scrittore.
Ti scrivo, insomma, come arrampicandomi per cercare la lucina nel fitto fogliame, per illudermi di poterla trovare anche io.
Ti scrivo perché, per mia grande fortuna, sono vivo mentre sei vivo anche tu e parlo la tua stessa lingua.
Ti scrivo anche semplicemente per poterti abbracciare.

Cristò








pubblicato da s.baratto nella rubrica libri il 25 febbraio 2013