Intervista all’autore di “Zingari di merda”

Renato Marvaso



Ho intervistato Antonio Moresco a coronamento della mia tesi di laurea intitolata “Tra empatia e antropologia” (leggibile qui) in cui ho discusso di Zingari di merda assieme a Gomorra di Roberto Saviano e Bilal di Fabrizio Gatti, come tre esempi di scrittura etnografica. Il libro di Moresco racconta il viaggio, fatto assieme allo zingaro Dumitru e all’amico Giovanni Giovanetti, verso i luoghi della Romania da cui parte l’immigrazione rom (Slatina, Timişoara, Craiova). Mi è parsa una lettura insolita delle cosiddette “differenze culturali”, che non si propone di creare dei "santini" né di glorificare la cultura zingara. D’altra parte, però, la demonizzazione della cultura rom è smontata pezzo per pezzo e quello che resta della narrazione di un’esperienza sono, prima di tutto, i momenti di grande umanità, di solidarietà e compassione reciproca. Una lunga esplorazione in macchina e a piedi per entrare in contatto con il «mistero» di quei corpi che si trasportano di povertà in povertà, per «vedere coi nostri occhi da dove si mette in movimento tutta questa disperazione» (R.M.)

Per scrivere Zingari di merda ha preso spunto da opere etnografiche o aveva intenzione di scrivere qualcosa di maggiormente letterario come un racconto? Per lei esiste una distinzione netta tra genere etnografico e letteratura?

No, non ho preso spunto da altre opere. Sono semplicemente salito sulla macchina scassata di uno zingaro romeno e sono partito con lui e con un altro amico alla volta della Romania, passando attraverso l’ex Jugoslavia e la Serbia. Lo scopo di questa avventura era cercare di capire -fuori dai cliché positivi o negativi- da dove vengono gli zingari e le zingare che vediamo nelle nostre strade seduti per terra a chiedere l’elemosina o accampati sotto i ponti, da che cosa fuggono per accettare di vivere da noi in simili condizioni, disprezzati da tutti. Volevo avvicinarmi un po’ di più all’origine di questo mistero e al mistero di un simile inattuale popolo. E neppure avevo intenzione di scrivere qualcosa di simile a ciò che comunemente si definisce “racconto”, anche se ho raccontato ciò che è successo e che ho visto, non disgiunto da ciò che nello stesso tempo pensavo e sognavo. Perché non c’è lo specchio della realtà da una parte e il racconto che vi si specchia dall’altra.

In Zingari di merda mi ha colpito l’originalità del suo punto di vista sull’identità culturale. Superando ogni logica etnocentrica, sembra che lei voglia approffittare degli enormi cambiamenti della globalizzazione per riconfigurare il concetto di cultura e di differenza culturale. E’ vero?

Mi stanno stretti certi modi di leggere il mondo, attraverso i quali la cosiddetta cultura circoscrive, impacchetta e fa a fette ogni cosa, comprese le “identità culturali”. Io li vivo come una camicia di forza. Siamo delle orde di corpi e di sogni che vanno e vengono su questo piccolo e disperato pianeta su cui è apparsa quella cosa che l’ultima delle sue specie ha avuto la presunzione e la follia di chiamare “vita”, rotante attorno a una stella di media grandezza in un braccio secondario di una delle miliardi di galassie che popolano l’universo. Gli zingari sono un popolo che ha caratteri antichi e futuri, un po’ pellerossa, un po’ lumpen, un po’ simili a certi popoli urbani delle mitologie cyberpunk o della fantascienza. Io non lo so, ma non credo che esista una distinzione netta tra genere etnografico e letteratura, perlomeno non c’è per me. Che cos’è, ad esempio, un libro come “I viaggi di Gulliver”? A me pare che sia nello stesso tempo un’opera radicalmente etnografica e grande letteratura. La cultura non è nulla se, per configurarsi, deve separarsi dal 99% della cosiddetta materia, anche di quella in pensiero. Facciamo parte di una specie folle e suicida che sta toccando i propri confini. Non possiamo pretendere di stare al sicuro e di rassicurarci l’un l’altro dentro queste piccole categorie di “cultura” e di “differenza culturale”. Queste cose ci sono, ma sono dentro qualcosa di infinitamente più grande.

L’idea, espressa in Zingari di merda e in Scritti di viaggio, di un’unica e multiforme specie umana le ha permesso, mi pare, di focalizzarsi non tanto sulle differenze culturali ma, al contrario, sui punti in comune culturali e biologici tra esseri umani distanti fra loro per abitudini e costumi. Ci può dire come ha vissuto questo sentimento di unità della specie? E quanto questo influisca sulla rappresentazione di una cultura?

Mi vado convincendo sempre di più che la “cultura” procede e prolifera attraverso una produzione continua di differenziazioni di superficie e di antinomie, per allontanamento e separazione e non per fusione. Mentre ci sono altre forze, relegate in genere al ruolo di semplici “istinti”, che spingono invece verso la fusione. Non sto dicendo -con un’altra e speculare semplificazione- che questi ultimi sono il bene mentre la “cultura” è il male, perché è evidente che anche in questa dimensione della vita si scatenano forze distruttive e antinomie e altre manifestazioni che sono state definite e normalizzate con il nome di “male”. Ma mi sembra che, a differenza di queste ultime, che contengono nello stesso tempo -nel bene come nel male- un elemento fusionale, la cosiddetta cultura e le sue strutture concettuali siano inseparabili dalla segmentazione e si configurino fin dall’inizio come una macchina per la produzione esponenziale di antinomie. E allora dobbiamo domandarci a cosa ci serve, cosa ci dona una macchina concettuale e culturale simile, se per avvicinarci a qualcosa di infinitamente piccolo ci allontana invece da qualcosa di infinitamente più grande. Gli zingari che ho conosciuto e di cui mi sono sentito amico erano piccoli malavitosi, ladruncoli, questuanti, parassiti sociali, papponi, eppure mi sentivo e mi sento più vicino a loro che a tanti presunti illuminati uomini di cultura. Forse perché anch’io nella mia vita sono stato per lunghi anni una specie di zingaro, un paria, uno che viveva ai margini o sotto terra, un affamato, un arrapato, un buono a nulla, uno scarto, e questo ha influito profondamente sulla mia idea del mondo, me lo ha fatto vedere da un’altra dimensione, da più vicino, da dentro. Tutto questo, in un senso più vasto, io lo sono ancora, lo sarò sempre.

Una delle tesi esposte nel mio studio, è che lei viva l’incontro con persone appartenenti ad altre culture come una messa in discussione continua dei valori e persino delle abitudini che le appartengono. E’ vero?

Non c’è quasi nulla dei “valori” su cui si fonda la nostra vita che non mi faccia orrore. Sì, io sono una persona a cui piace sedersi per terra, come gli animali, i pellerossa, gli zingari, proprio col culo per terra, col buco del culo incollato a terra. Anche la mia povera vita -che è poi quello che sono riuscito a combinare muovendo da posizioni di partenza così disastrose- è per me, e sempre di più, un’irreparabile delusione e un grave peso.

Un’altra delle peculiarità di Zingari di merda è che lei, a differenza di certi scrittori della sinistra, non si propone di riabilitare la figura del rom. In questo vi è sicuramente un atteggiamento oggettivo verso la realtà e onesto verso il pubblico. Citando il Pasolini de Il romanzo delle stragi, lei ritiene che si debba sempre preferire la verità all’opportunità politica?

Mille volte sì, anche se io non vivo la “verità” come una super-antinomia separata da tutto il resto e contrapposta, anche se non mi interessa neppure la “verità”, se per verità si intende che una cosa è vera e tutto il resto no, che ci può essere qualcosa che non è “verità”, qualcosa che vive e che si palesa nel mondo ma alla quale si può attribuire lo statuto di “non verità”. Io, per molti anni, sono stato un fanatico, sono vissuto dentro un’idea di verità che si mangiava ogni cosa, che anteponevo a tutto ciò che non era per me “verità”. Sono vaccinato. “Ci sono più cose tra cielo e terra di tutto quello che c’è dentro la vostra filosofia…” dice pressappoco Shakespeare. Per tornare agli zingari, solo chi è razzista e antinomico nel profondo ha bisogno di rassicurarsi in un senso o nell’altro con dei santini. Se un amico zingaro mi racconta di quanto le loro donne siano vilipese, comprate e vendute come spose e come animali riproduttivi o brave questuanti o per rafforzare i clan famigliari, pestate a sangue dai loro uomini, se mi racconta di come lui stesso pesta sua moglie con un cavo di gomma fino a sfondarle il cranio, io tutto questo lo devo dire, non lo posso tacere per una qualche opportunità politica o per difendere il santino. I santini non servono, né positivi né negativi. La sinistra ha bisogno di riconfermare i propri pregiudizi con dei santini positivi, la destra con dei santini negativi. Detto questo, non è che la violenza contro le donne sia una prerogativa dei soli zingari, tanto è vero che, secondo le statistiche, il maggior numero di reati compiuti in Italia tra i cosiddetti “cittadini normali” avviene tra le mura domestiche, dove sono generalmente gli uomini a pestare e ad ammazzare le donne e non viceversa. Le persone si fanno del male, tutta la vita è schiacciata sotto un terribile peso e divorata dalla combustione. Gli uomini soffrono, si combattono, ci sono solo delle fugaci interruzioni a tutto questo soffrire, prodotte dai moti dei corpi che riescono a volte a inventarsi lo straziante sogno e l’estasi dell’amore. La “cultura” elabora delle motivazioni e delle definizioni di tutto questo soffrire e combattersi, che si aggiungono alle sofferenze che già ci sono e che a volte contribuiscono ad aumentarle.

Spesso nei suoi testi, lei si serve di un’immagine o di un luogo per aprire parentesi sul passato, cogniugando ricordi personali con riproposizioni di fatti storici. Pensiamo per esempio all’apertura del racconto I maiali in cui, su uno scoglio a Favignana, ripercorre la battaglia garibaldina o ancora al racconto Viaggio a Mosca nel quale gli “spazi immaginabilmente vasti” dell’albergo si legano, come in un sogno, al passaggio di “nomenklature, sovietiche ed estere” negli anni dell’URSS. Questa maniera di rapportarsi al tempo e allo spazio rientra nella sua poetica di scrittore?

Credo di avere risposto a quest’ultima domanda con le cose già dette prima. Si vede che il mio modo di avanzare non è per posizionamenti e per connessioni ma per sganciamenti e per sconnessioni, per sfondamenti, per urti, per sciami sismici, per spostamenti di faglia, anche spaziotemporali e mentali.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica a voce il 23 febbraio 2013