Gli amici di Torquato

Tiziano Scarpa



È uscita di recente una nuova edizione di Della dissimulazione onesta di Torquato Accetto, che si affianca a quella ormai storica curata da Salvatore S. Nigro, prima per Costa&Nolan e poi per Einaudi. Ma ciò che vorrei segnalare qui è che una buona metà del volume BUR, curato da Edoardo Ripari, è occupata dalla prima edizione moderna delle Rime (divise in Lugubri, Morali, Sacre e Varie, in attesa che Einaudi ristampi le bellissime Amorose). Eccone un esempio:

Amici infidi

Così dunque nel duolo
voi mi lasciate solo?
Voi, che mi foste appresso
quando per vostro amor lasciai me stesso?
Faccia che vuol mia sorte,
sia pur nel mio dolor costante e forte,
che per uscir d’inganno
util sia sempre il danno.
Vicini un tempo v’ho mirati invano,
e meglio vi conosco or da lontano.

Le poesie scritte nel Seicento in Italia sono quelle che hanno subìto i maggiori torti dai secoli successivi, essendo state liquidate en masse come puramente esteriori, quasi non fossero testi ma pretesti per trovatine e esibizioni di bravura. Applicando gli stessi pregiudizi, bisognerebbe diffidare dei sonetti di Shakespeare.

Come sempre, basta prendere le cose sul serio per apprezzarne il valore. Il madrigale che ho trascritto l’ho scelto aprendo il libro quasi a caso: non è certo una delle poesie più celebrate della letteratura italiana, eppure, per limitarsi a un verso, quel “per vostro amor lasciai me stesso” non è forse una delle definizioni più precise dell’amicizia? In sei parole descrive la disponibilità più radicale, di chi è pronto non solo ad abbandonare le proprie faccende per correre in soccorso a un amico, ma addirittura sé stesso.

E poi, le simmetrie concettuali, le opposizioni appaiate non sono un tentativo del tutto rispettabile di trovare una struttura sensata all’illogicità della vita? Reciprocità avrebbe voluto che gli amici fossero stati altrettanto amorevoli; invece si sono comportati contro le aspettative: per riparare a questa incoerenza, le parole si sforzano di delineare una forma, sperdute in mezzo a un’assurdità esistenziale che fa soffrire.

E così adesso che sto male mi lasciate solo. Però come mi stavate tutti attorno, come mi volevate accanto quando, assorbito da voi, io ho abbandonato me. Il mio posto è vuoto. Non ci siete più, e non c’è più quello da cui mi ero allontanato per stare con voi. Mi ritrovo in una solitudine talmente assoluta che non ci sono neanch’io. Il mio destino faccia pure, pesti duro, senza smettere. Così imparo, c’era bisogno di una fregatura per non farsi illusioni. Uscito dalla truffa, vivo nella realtà. Quando vi stavo vicino non riuscivo a vedervi. È stata la distanza a mostrarmi chi siete.

[Nell’immagine, un’involontaria gag di Amazon].








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 20 febbraio 2013