Un’assenza certa

Serena Gaudino



Alle quattro precise l’autista aveva accostato lungo il marciapiede ai margini dell’area industriale.
Tutto intorno, l’orizzonte era interrotto da decine di colline dolci coltivate a grano, altipiani illuminati da intensi fasci di luce e attraversati ognuno da grossi nastri d’asfalto, brevi ferite di terra battuta.
Alla fermata dell’autobus, ad aspettarmi c’era il mio amico.
Per raggiungere il paese abbiamo percorso una strada secondaria, in silenzio. Ogni tanto mi sorrideva, muto, e poi tornava a guardare davanti a sé, sembrava concentrato su una cosa che non era là, in quel momento, in mezzo a noi.
Dal paese ci mancavo da una decina d’anni: pensavo di trovarlo uguale, invece, s’era leggermente ingrigito. La zona nuova è un agglomerato di luoghi sparsi, di strade piuttosto banali, di case quasi tutte a un piano con la pianta quadrata e di palazzi, alcuni firmati da rinomati architetti, o troppo colorati o col cemento a vista, senza intonaco, senza colore. Fino a qualche anno fa esisteva solo il paese vecchio e qualche periferia lontana, con le fattorie, le stalle, i fienili, i granai.
La casa del mio amico è una di queste case nuove a due piani, color cemento. Al pian terreno c’è la sala da pranzo: un grande tavolo con le sedie intorno, due divani a fiori, una dispensa e un mobile basso con sopra lo stereo e la tv. Le pareti sono bianche, ruvide, offerte semplicemente, senza nessun quadro appeso, nessuna mensola, nessun orologio o calendario.
Sulla sinistra, la porta coi vetri smerigliati si apre sulla cucina e di fronte, una scala di cemento e marmo porta alla camere da letto. Il mio amico è un poeta. Le sue parole hanno ridisegnato la mappa di questi luoghi che lui assaggia e dopo mastica, e metabolizza ogni giorno.
Le sue mani hanno incrociato quelle dei tanti contadini persi tra queste montagne e le sue braccia hanno cullato i sogni e le miserie di tanti personaggi che con lui hanno scritto manifesti a favore della libertà, condiviso battaglie, inquietudini e cumuli intricati di nevrosi d’ogni genere.
Quando siamo entrati, nella casa c’era solo Gaia, sua figlia, che annotava al volo, con una matita piumata, su un pezzo di carta rosa, un numero di telefono. Appena ci ha visti ha passato il foglietto al padre, ha raccolto lo zaino di tessuto millerighe, ha indossato un baschetto rosso, un poncho di lana con le frange e è uscita, senza dire una parola, anche lei.
Nello studio del mio amico, al di là di un disimpegno tutto azzurro, le pareti sono tappezzate di libri, e il tavolo da lavoro al centro della stanza nasconde un vogatore e una cyclette ripiegata su sé stessa.

Prima di sedermi mi sono sfilata il cappotto, i guanti e la sciarpa larga l’ho usata per fasciarmi le spalle. Lui mi ha indicato una poltrona verde a fiori e si è seduto davanti a me, su uno sgabello di legno chiaro.
Leggermente piegato in avanti, per accendere il computer mi ha sfiorato la coscia; io quella mano l’ho presa tra le mie e l’ho strofinata un po’, come per riscaldarla e poi ho cominciato a leggere la sua poesia: una cantilena incastrata, fissata su un numero preciso di vocali.
Ne ho ripetuto un pezzo, più volte, il più bello, finché lui non mi ha rubato la voce e ha continuato da solo, dentro il mio orecchio mentre mi accarezzava il viso, la fronte, i capelli, fino a stringermi con il suo corpo in un abbraccio caldo che io respiravo con un po’ d’affanno.
Mi ha posato la sua testa sul collo, subito dopo, con le labbra umide che lasciavano briciole di calore sulla mia pelle. E con le mani mi ha slacciata e raggomitolata sul suo petto scrutandomi sotto la maglia con la sua lingua che mi lasciava sulla schiena lunghe strisce d’emozione. Mi ha spogliata così, come si spoglia una figlia addormentata: prima un braccio, poi l’altro e poi la testa, il seno e le gambe sfilandomi le calze e aprendosi, con le dita vie segrete, su su fino in cima. Sono rimasta lì davanti a lui, in piedi con le scarpe alte e le mutandine, con la sua testa tra le mani come un trofeo.
L’ho spogliato anch’io con calma, senza fretta. Nella penombra pomeridiana la sua pelle troppo morbida, appena appena sfatta, di chi s’avvia a morire, si è appiccicata alla mia. E ci siamo seduti insieme, sulla poltrona a fiori: io sopra di lui. A sentire il suo odore premere contro il mio. A guardare le sue parole acri arrampicarsi sulle mie spalle e restare lì abbarbicate. A ingoiare il suo corpo a piccoli bocconi. A stare così, fino allo sfinimento, profondamente uniti.

Più tardi, abbiamo parcheggiato l’automobile in una stradina appena dietro la piazza principale del paese vecchio. Siamo scesi e l’abbiamo lasciata lì, senza chiuderla a chiave, perché qui si vive come se tutto fosse di tutti. Nessuno fa caso alle cose degli altri.
La piazza era un grande spazio vuoto.
Il vuoto in questo paese è qualcosa di solido: un compagno, una compagna un amico; può essere, il vuoto, anche un invitato a tavola, un’assenza certa.
Dal centro abbiamo percorso la strada che porta verso la piazza del convento. Lungo la discesa ho intrecciato il mio braccio a quello del mio amico.
Una volta arrivati sulla piazza del convento, ho avuto la sensazione di essere stata poggiata su un grembo slabbrato. E mentre l’aria si trasformava in sibili lui ha di nuovo rincorso con lo sguardo un uccello in volo, così io gli ho chiesto se aveva mai pensato di andar via da questo posto. Ha immediatamente riacchiappato il suo sguardo perso e me l’ha piantato qui sulla fronte e poi più giù dritto negli occhi e mi ha detto, sussurrando, che non potrebbe andarsene da qui perché questo è il suo mondo: le sue radici affondano nella terra di queste colline smussate che ci stanno davanti, insieme a quelle di sua madre, di suo padre che non c’è più e dei suoi figli.
Mentre guardavamo laggiù è apparsa all’improvviso, con i contorni incerti, dietro l’ultimo agglomerato di case medioevali, la periferia della città lontana.
Se non fossi stata innamorata di un altro forse mi sarei innamorata di lui, in quel momento, così, ecco.
E ho sentito il suo alito caldo colpirmi il viso. Mi sono avvicinata per raccogliere ancora un poco del suo odore e ci siamo abbracciati forte.
Forte tanto quanto ci si abbraccia sapendo che il mondo può sparire da un momento all’altro.
E ci siamo baciati sotto la magnolia al centro dello slargo. Prima di rinchiuderci in una stanza umida di fianco alla sacrestia per fare l’amore di nuovo, su un cumulo freddo di sacchi di grano.
Sull’ultimo raggio d’occaso abbiamo risalito la via e siamo riapparsi sulla piazza: c’erano gruppi di uomini in ogni angolo. Il mio amico ha salutato tutti. Pure quelli che passavano nelle macchine, che si affacciavano ai balconi, o che stavano in fondo a certe vie buie e nascoste. Qualcun altro, di passaggio ha stretto la mano al mio amico che le teneva in tasca, saldamente ancorate al corpo. A uno che gli ha chiesto di “non mollare” lui ha risposto che ha quasi cinquant’anni.
Allora io ho sentito vibrare e commuoversi insieme i nostri cuori, così come ci si commuoveva sempre quando seguivamo i passi che facevano i baci a maggio per posarsi sulle nostre labbra.
Al bar accanto alla sede del Comune c’erano tre vecchi seduti attorno a un tavolo senza parlare e senza bere.
Alla fine, il mio amico e io siamo andati via.
Ma prima di raggiungere l’area industriale, dove io avrei ripreso la corriera per rientrare in città, siamo passati a salutare sua mamma.
Forse sarei dovuta partire prima.
Invece sono rimasta in macchina con lui che scriveva una poesia.
Finché è arrivato l’autobus e sono andata via.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica racconti il 14 febbraio 2013