La magia della distanza: da Cornell a Bolaño.

Silvio Bernelli



Le opere di Joseph Cornell sono piccoli templi dedicati al culto della memoria.
Si tratta di scatole riempite con i materiali più vari che l’artista americano trovava nelle soffitte, per strada, davanti alle case dei suoi concittadini newyorkesi che, prima di traslocare, come vuole la tradizione a stelle e strisce, si liberavano delle proprie cianfrusaglie.
Cartoline, ritagli di giornale, piccoli oggetti, bambole, disegni: messi gli uni accanto agli altri emanano una sottile vibrazione enigmatica, danno la sensazione di sbirciare nel teatro privato di uno sconosciuto. Ecco perché il lavoro di Cornell ha affascinato molti e tra i tanti intellettuali anche il poeta di Belgrado Charles Simić, che proprio sull’artista americano ha scritto Il cacciatore di immagini, pubblicato qualche anno fa da Adelphi nella traduzione di Arturo Cattaneo (pp 124, 10 €).
Davanti ai misteriosi assemblaggi di Cornell, Simić si pone una serie di domande fondamentali: “Cornell, sapeva quello che stava facendo? Sì, ma in prevalenza no. Chi può davvero saperlo? Cornell sapeva quello che gli piaceva vedere e toccare. Quello che piaceva a lui non interessava a nessuno (le prime opere di Cornell risalgono agli anni ‘30 del Novecento n. d. r.) (….) La sua è una pratica divinatoria. Dada e Surrealismo gli fornirono un precedente, e la libertà. Penso soprattutto alla sorprendente scoperta che la poesia lirica può nascere da operazioni casuali. Anche Cornell credeva nella stessa magia, e aveva ragione! Tutta l’arte è un’operazione magica o, se si preferisce, una preghiera per una nuova immagine.”
Un’operazione che ha a che fare con il cut-up testuale di William Borroughs e che decenni più tardi diventa la logica del campionamento hip-hop, insomma. Una filosofia di lavoro che mischia i più diversi elementi allo scopo di creare una formula nuova. Che per rimanere a Il cacciatore di immagini di Charles Simić, si può definire moderna: “Il modernismo in arte e letteratura ha dato all’individuo una libertà senza precedenti d’inventarsi un suo mondo a partire dai frammenti di quello esistente. Ha abolito le gerarchie della bellezza e ha consentito il combinarsi degli stili e l’aprirsi all’esperienza quotidiana. Solo un’estetica così onnicomprensiva poteva restituire il senso della realtà americana.”
Un’affermazione che insieme alla precedente dev’essere stata decisiva nel convincere il responsabile grafico dell’Adelphi a scegliere un’opera di Joseph Cornell per la copertina di Stella distante del celebrato post-mortem Roberto Bolaño, uscito originariamente nel 1996 e ora tornato in libreria nella traduzione di Barbara Bertoni (pp 147, € 16).
Il romanzo è un compendio di elementi pop e stralci di critica colta, ammazzamenti e poesie, che come le scatole di Cornell può contenere qualunque cosa, ma solo perché il senso ultimo del mistero letterario, della creatività scintillante, nasce dal loro scontro più che dal loro incontro. E la luce che scaturisce da questa collisione resta enigmaticamente sempre fuori dall’opera.
La vicenda raccontata in Stella distante (il titolo allude allo straniamento impotente che si prova davanti ai temi cruciali dell’esistenza, letteratura compresa) è un lungo inseguimento a Carlos Wieder: un pilota-poeta di stampo post-futurista, assassino del regime di Pinochet negli anni ’70, bizzarra figura di intellettuale in fuga dai suoi stessi crimini che viene fuori dalle pagine di un altro libro bolañiano, La letteratura nazista in America, un falso manuale di letteratura.
Sulle tracce di Wieder si lanciano un disincantato ex amico di gioventù, uno dei molti protagonisti della diaspora politica cilena provocata dal regime, e un ex poliziotto mosso dalla delusione e da un ben celato desiderio di vendetta. Ma l’inseguimento al camaleontico Wieder avviene solo attraverso le tradizionali armi del pedinamento, degli interrogatori, degli appostamenti; ma anche compulsando le pagine di oscure fanzine dedicate ai poeti cileni underground o leggendo brochure di mostre d’avanguardia organizzate, e spesso cancellate all’ultimo momento, nelle più sperdute città del pianeta.
C’è tutto il Bolaño letterario e sanguinario di 2666 in questo Stella distante, anche se restano lontane le vette toccate da quel capolavoro.
La caccia a Wieder, un personaggio sfuggente anche a lettura terminata, potrebbe anzi quasi essere vista come l’esperimento per una delle innumerevoli storie infilate nel monumentale 2666.
Un allenamento in vista della maratona.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica libri il 13 febbraio 2013