Portfolio da Tindouf

di Stefano Montesi con testo di Maria Cerino



Nadel ha una figlia, in italiano il suo nome sarebbe Stella. Lecca gli involucri delle caramelle e ti guarda fisso negli occhi, non puoi fare a meno di chiederti se quel patetismo, quella sintassi della richiesta di carità sia connaturata, la imparino con il latte materno, una forma di estorsione innata e violenta. Anche il suo modo di giocare con le ciotole da riso con la sabbia – travasare granelli da una più grande alle altre più piccole, per ore – sembrerebbe un sottile ricatto se non fosse che si diverte davvero.

La prima volta che mi ha incontrata, Stella, puntandomi il dito contro ha detto Babati, ho chiesto al padre cosa significasse, una parola che ha inventato per indicare voi italiani, ha risposto. Credevo, l’ho creduto per qualche ora, prima che abbandonassi la tenda e le donne della famiglia di Nadel, che babati associato agli italiani avesse a che fare con la bellezza, invece no, o almeno non in forma esclusiva. Se sei un babati sei come un ramoscello sottile spuntato nel deserto, come il cucciolo di un animale, sei delicato. Ogni cosa, là nel Sahara, ti minaccia, ti spiazza, ti spaventa e io ero un babati perché più di tutto ho provato paura.

Ho avuto paura dell’intera giornata passata seduta con le donne, di dimenticarne la misura, paura che mi piacesse quella dimenticanza; ho avuto paura che mi sequestrassero ogni volta che mi sono spostata da un villaggio all’altro, che il mio cellulare non avesse linea, che il mio mondo – quello che vivo in Italia – diventasse a sua volta una dimenticanza, che l’Africa mi divorasse;

ho avuto paura della spilla da balia con cui mi hanno truccato l’interno dell’occhio all’henne; paura della carne di cammello; paura della loro acqua. Ho avuto paura di essere nel ventre del mondo e che quello non fosse il passato, o la condanna, di alcuni ma fosse il futuro di tutti.

Ho avuto paura, terribile paura, di quella collettività isolata non solo dalla propria terra ma dall’idea stessa di una terra propria; ero terrorizzata che quella coscienza di classe collettiva cresciuta nella povertà e su un senso assoluto di sacrificio avesse un’altra motivazione ancora oltre alla guerra e alla fame, sì, ma quale. Una sorta di coscienza di classe di natura, di questo ho avuto paura.


Fotogiornalista free-lance, Stefano Montesi vive a Roma. Ha collaborato con le principali testate giornalistiche italiane, dedicandosi a tutto campo ai temi sociali, ma anche politici e religiosi, che hanno interessato l’Italia degli ultimi decenni. Tra i libri pubblicati: Gente di Terre lontane e Terre Sospese, vita di un campo rom (Edizioni Prospettiva) e Partita a Pugni (Derive Approdi). Ha dedicato ai rifugiati saharawi una serie di reportage fotografici, contribuendo a fare conoscere la vita nei campi del Fronte Polisario. http://stefanomontesi.photoshelter.com/








pubblicato da m.cerino nella rubrica portfolio il 11 febbraio 2013