12:47 Strage in Fabbrica, di Saverio Fattori

Giuseppe Munforte



Nei romanzi di Saverio Fattori esiste una deriva pulp che tende a mettere in discussione il bottino di lucidità e la forza di visione della società e dei comportamenti umani che si accumulano nel corso della narrazione. È una deriva che ha comunque il merito di accendere il racconto e di tenere il lettore attaccato alla pagina.

Nel suo ultimo lavoro 12:47 Strage in Fabbrica (Gaffi editore) Fattori rimette in scena Ale, il protagonista del suo primo romanzo, Alienazioni padane, spostando questa volta lo scenario dall’esterno all’interno della fabbrica di componenti di automobili per cui lavora. Dopo diciotto anni, da tecnico di controllo qualità Ale viene declassato a un lavoro umiliante di servizio alle catene di montaggio, che rifornisce trasportando pezzi meccanici con un carrettino tirato a mano. Non viene detto esplicitamente ma si comprende che da tempo la fabbrica ha prodotto in lui una follia fatta di dedizione e rifiuto. L’umiliazione della nuova mansione, però, dalla quale il protagonista si difende con mp3 e eroina, lo porta, in un crescendo di paranoia e intelligenza, a progettare una strage nella mensa della sua azienda, senza distinguere tra operai, impiegati, dirigenti, tra colpevoli o innocenti. Il piano prende forma quando Ale incontra Frank, figlio di un compagno di scuola diventato assessore, una sorta di Mefistofele impasticcato che trasforma risentimento e follia in energia distruttiva.

Ale ama la sua fabbrica e le procedure del lavoro e allo stesso tempo prova per loro, e soprattutto per gli uomini che vi si adattano, un disprezzo invincibile: vive “l’eterna esitazione tra rabbia e pietà”, ma muove progressivamente verso la prima. È sia carnefice che vittima, teorico e invasato delle procedure della qualità totale del processo produttivo e “primo teorico dello stragismo aziendale”. È addetto a una mansione avvilente e allo stesso tempo aguzzino di una nuova collega interinale, al cui suicidio concorre – uno degli episodi più toccanti del libro.

La strage che colpisce e convince di più, tuttavia, è quella che Fattori compie in molte pagine della prima parte del suo romanzo e che investe i luoghi comuni della retorica del lavoro e abbatte, come risultato della sua furia descrittiva, ogni possibile senso e valore della produzione di fabbrica. In questi giorni di imperio di quella retorica, fatta da chi non ha mai esperito il lavoro come annichilimento, un ron ron che i figli delle classi subalterne sono abituati a ascoltare fin dalla nascita, leggere quelle pagine è come fare un bel respiro. Fattori lascia cadere la sua piccola, corrosiva goccia di rifiuto, dipingendo un’umanità che modella la propria esistenza sul ciclo produzione-consumo, calando il lettore nell’inferno parallelo della vita e, verrebbe da dire, del sistema dottrinale e iniziatico di una grande azienda. È la spiazzante lucidità che riesce a produrre la mente di Ale come contrappeso alla follia, spingendosi su vette dove il buon senso non potrebbe arrivare.








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 5 maggio 2012