Notarella troppo a caldo

Luca Cristiano



Se mai trovassi il tempo di rispondere alla recensione che Tiziano Scarpa avrebbe scritto se ne avesse avuto il tempo, gli direi che mi convince molto e molto mi corruccia la fronte. Perché quello che dice, obverso per obverso, non mi pare che faccia i conti col fatto che questo film non è un film qualsiasi, meteoricamente apparso nel nostro cielo dopo aver mollato da qualche parte imperscrutabile della galassia il blocco planetario da cui si è staccato. Questo film, questa macchina per farti guardare ogni cosa con occhi che non sapevi di avere, questo Django (“la D è muta, bifolco!”) ha il privilegio di muoversi come si diceva si muovessero le parole sulla pagina di Flaubert. Spostata una spostate tutte. Soltanto che, a differenza della pagina di Flaubert, che quel maledetto forgiatore di acciaio inglese in forma di parola scritta ci consegnava già bloccata nel suo moto perpetuo statuario (si muove, voglio dire, come si muovono le statue del Bernini...quando non le guardi, nel pezzo che non vedi chiaro, poi ci giri intorno e si muovono da un’altra parte e vai a controllare...non può essere, la mano è di marmo, la frase è stampata, si muove quella di sopra, quella che sta diventando una foglia? Sì, si sta muovendo adesso, adesso la becco...no, è di marmo, la frase è stampata...)...eppure si muovono, lo giuro...ma questo Django, questo Django che arriva come un meteorite che si porta dietro la massa planetaria da cui si è staccata, tutta la galassia in cui sta confluendo...l’interno mondo dei film di Tarantino, che mettono in scena sul serio l’ardore dell’immaginazione colonizzata forte colonizzante fortissimo... mettono in scena, mettono, me e te e questa marea montante di reticolati..Django...muove tutto, si muove tutto dentro immagini che stanno ancora scorrendo negli altri suoi stessi film che non suoi, non sono più gli stessi e sono sempre di più film...a proposito, l’ha mai detto nessuno che la faccia di....sì devono averlo detto...la faccia di Uma Thurman in Pulp Fiction rifa quella dell’estasi, altro che, si muove, si muove...

Se trovassi il tempo, glielo direi a Tiziano Scarpa...eppure, invece la linea guida deve andare da un’altra parte. Giusto? Si tratta di dire che il mondo, signori e signori, tanto per cambiare, per dirla di nuovo, non esiste. Seguite il mio ragionamento. Il mondo è un insieme relazionale, giusto? In che senso ha senso parlare di mondo se non come spazio di rapporto? I nessi in questi rapporti diventano un mondo quando almeno due persone avverano la possibilità di misurare con lo stesso metro e capire la stessa cosa guardando la stessa cosa. Ok? Cosa ci restituisce il cinema? La creazione di nessi strutturali, come tutte le narrazioni. Soprattutto quelle che si propongono decisamente di fare il contrario. Voglio dire, quando uno si mette in testa di sfracellare la sintassi, se è una persona seria, nove su dieci piomba nella definizione di un ritmo. Cosa accade quando si genera un ritmo? Accade che il ritmo si grammaticalizza. Qual è il passo che immediatamente consegue dalla grammaticalizzazione protratta di ogni forma discorsiva? Un universo di senso generato per effetto di referenza diretta, analogia, evocazione, chi più ne ha più ce ne vede. No, dico sul serio. Ripeti il modo in cui hai rotto una sintassi due volte e hai creato, per forza, una sintassi nuova. Provate a chiedere a Joyce, fate un test su David Lynch. Chiedete un po’ a Kerouac, domandate gentilmente l’opinione di Céline...Django...la D...è muta. Bifolco.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica cinema il 28 gennaio 2013