Salvare la parola

Roberto Bertoni



Com’è avvenuto il suo avvicinamento al Buddhismo?

Mi sembra di poter dire che l’infanzia mi ha preparato a questo incontro. La cultura occidentale divide i mondi tra finito e infinito, attribuendo al finito un carattere opaco e muto e all’infinito la trasparenza e il senso. Ma io, e forse tutti i bambini solitari, prediligevo il muto e vedevo attraverso l’opaco. Era la vita nuda e cruda, i fenomeni, che mi davano il senso più alto del mistero, la trasparenza era guardare con simpatia nell’opaco. Giocare a nascondino era scoprire il mondo. Osservare gli animali era conoscere la natura del vivente e l’affidamento a qualcosa che ci sorpassa. Allora la traduzione-interpretazione di Dharma (l’insegnamento del Buddha) come “le cose così come sono” ha suonato una vecchia canzone. Forse è così per tutti, l’infanzia, che non è muta ma parla altri linguaggi, apre la via a quel percorso da cui si viene scelti o che si sceglie incappandoci che è il percorso per diventare se stessi. Cercavo una Via che desse voce al corpo, al silenzio, alle creature mute, che desse spazio e dignità a tutto. E l’ho trovata prima come pratica, non a caso, per un’antica diffidenza verso le discipline mentali o puramente concettuali. In India, dov’ero sbarcata per seguire un amore, ho partecipato di botto a un ritiro di dieci giorni di Vipassana, la meditazione del puro osservare fino a vedere in profondità, solo perché era in silenzio e il mio quasi inesistente inglese mi permetteva di ascoltare ben poco. Fu un incontro amoroso. Per la prima volta, sentii un fidanzamento con il corpo, mi percepii seduta di fronte a me come parte di una sfera grande e soffice che altro non era che l’aria indiana, la sua piena accettazione di ogni fenomeno, il suo abbandono al flusso. Mesi dopo, una sera mentre osservavo un anziano giardiniere bagnare i fiori oltre lo steccato di un vecchio albergo, ricordai i versi di Sereni: “Questa è l’ora in cui in Europa bagnano i giardini.” La nostalgia si fece sentire così forte… da guidarmi fino al luogo da dove ero partita. E una volta tornata in Italia, cercai di seguire la traccia che Vipassana aveva segnato. E incontrai l’antico sentiero, il buddhismo theravada in cui pratico dall’86. È forse la scuola di Buddhismo meno esotica e romantica, è molto sobria, non conosce divinità e riti e rituali sono ridotti all’essenziale. Non ha nemmeno al centro la figura del Maestro, ma solo quella del Kalianamitta, “Colui o colei con cui si ama il bello e il buono” o Amico-Amica Spirituale. Non l’ho scelto, l’ho incontrato questo sentiero e solo dopo mi sono accorta di come sia giusto per me. C’è spazio, c’è solitudine, c’è piena responsabilità di sé e c’è etica. L’etica mi ha aiutato a trovare la gioia semplice, a rimettere ordine nel caos delle emozioni, a nominarle, ad avere una mappa. È stato conoscendo i monaci che ho incontrato la compassione, il cuore coltivato come un orto. Ricordo un colloquio con uno di loro che davanti alla descrizione della mia sofferenza, anziché darmi consigli o offrirmi perle di saggezza, con occhi umidi disse solo: “Oh che luogo doloroso deve essere quello che stai attraversando.” Mi sbocciò il cuore, compresi la compassione assaporandola.

In che rapporto stanno la sua scrittura creativa e la meditazione buddhista?

Io non mi penso mai buddhista, solo seguo la Via, che si fa con me, camminando, percorrendo. La Via è la mia vita che si apre a essere interrogata, osservata e poi testimoniata e trasformata. Un mio Maestro, davanti al mio timore dell’erudizione, mi ha detto: “Io e te siamo contadini del Dharma” e proprio così mi sento. Il contadino, come il poeta, non conta solo sulle sue forze, si abbandona necessariamente all’imprevedibilità della natura. La poesia è stata la mia guida fino all’incontro con l’insegnamento del Buddha. Seguivo una necessità di bellezza, di farne parte, di silenzio che detta i versi, di farmi creatura tra le creature, ricevendo il dono. L’insegnamento del Buddha e soprattutto la pratica mi hanno fatto percepire che sono attraversata da un soffio, il respiro, e che questo soffio mi fa mondo e fa il mondo me e che ci connette, con tutto e tutti. Anche la poesia connette. È un legame misterioso. Una consegna. Il respiro ci consegna alla vastità dell’aria, e la poesia a quella della parola. Entrambi sono ricevuti, entrambi vengono da fuori e ci percorrono e sono doni e ci dettano la vita e la parola.
Spesso è praticando che raccolgo le parole seminate dentro di me dalla vita che faccio, dagli incontri, dal lavoro, dalle visioni. La poesia io la attendo, da sempre, non ho mai scritto. Ho atteso e poi trascritto. E la meditazione è attesa, attesa senza futuro. Attendere niente, acquietarsi in uno stato d’attesa che è la vita stessa, sedersi a sentire l’attrito che è la vita, riceverla in pieno corpo senza battaglie e senza nomi. Allora si apre uno spazio dove si sente tutto e tutto si svolge senza discussioni. Ma anche la poesia è così, è togliere ostacoli, tacitare le voci critiche, la cornacchia che vive sulla mia spalla e mi commenta il reale senza sosta e mi dice quel che so già e non mi lascia accogliere con freschezza quello che capita. La meditazione mi insegna a non credere alle cornacchie, a stare nel silenzio con silenzio. E dunque mi consente di entrare in uno stato di poesia, di conoscenza nuda del mondo. E il mondo non è tante cose tolta io, no, è noi, è coscienza vasta dove si galleggia insieme in quell’elemento che usiamo chiamare vita, ma ci sta dentro anche la morte. Ci sta dentro proprio tutto. Anche il nulla. La poesia è stata la mia prima Via, ma non riusciva a farmi amare l’umano, mi legava alla natura e all’infinito. Ma mancava un pezzo e questo anello mancante è la compassione per noi, per i brancolanti esseri umani e me l’ha insegnata la pratica buddhista, mi ha aperto il cuore al nostro dolore. Chi ferisce ignora. Non siamo separati, siamo maglie di una stessa stoffa.

In generale, quale apporto culturale pensa che il Buddhismo abbia apportato negli ultimi decenni in Italia?

Penso che culturalmente sia la compassione il concetto chiave che il Buddhismo ha reintrodotto nella nostra visione della relazione con gli altri. Un nuovo modo di vedere la bontà, l’altruismo, meno moralistico e idealistico, più accorato e spoglio: sentire la sofferenza dell’altro come la nostra, come nostra. Non aiutare ma essere al servizio. Echeggiare con l’altro e non sapere al posto suo. Ha ridato un senso etico alla condotta umana che non è punitivo e nemmeno ascetico o contro la vita, è un’etica laica del buon vivere in reciproca armonia e in piena conoscenza delle proprie ombre. L’etica buddhista è una mappa in cui è possibile riconoscere le zone in cui rischiamo di perderci se non siamo consapevoli. Sapere come ci procuriamo sofferenza già leva un grande peso dalle nostre spalle e non soffrire di soffrire della condizione umana, della malattia, dell’invecchiamento, della morte, di essere separati da chi amiamo e vicini a chi non amiamo, rende sereni, aiuta ad accogliere il dolore come un visitatore misterioso. C’è ancora tanto che il Buddhismo può darci. Per esempio, se è vero che la compassione ha toccato la nostra cultura, non si può dire altrettanto di un altro atteggiamento che il Buddha insegnava che si chiama Mudita, la gioia per la gioia dell’altro. In italiano non esiste nemmeno una parola per dirla. E se la nostra cultura si è aperta alla sofferenza degli altri, lo è ben poco alla gioia. La gioia degli altri suscita invidia o la sensazione che qualcosa ci venga sottratto. Credo sia anche essenziale notare quanto siamo imbevuti di sensi di colpa. E il senso di colpa non ha niente a che fare con il rimorso, che è sentimento sano e religioso, nel senso di rispettoso dei legami. Il senso di colpa è solo una catena ai piedi, è auto-riferimento, l’altro non c’è nel senso di colpa, c’è solo il nostro osservarci rapace e giudicante. Ferma la vita, ferma il flusso; nel fluire della vita l’errore è energia, consente di crescere, di comprendere. Nel Buddhismo non c’è alcuna entità al di fuori di noi che ci giudica; è un’etica dell’intenzione e solo noi sappiamo con quale intenzione agiamo. Sono le conseguenze delle nostre azioni che ci risvegliano a quanto ci fa bene e a quanto ci fa male.
Il Buddhismo non coltiva opinioni, l’attaccamento alle opinioni è segno di ignoranza: ah, che sollievo! E anche che svolta, perché ora avverto immediatamente la mano pesante di chi mi vuole colonizzare.
Inoltre, il non aver fatto della religione un catalogo di dogmi e di credenze rende più capaci di sperimentare gli stati liberi della mente, la bellezza della coscienza quando è casa, dimora senza mobili, finestre aperte al vento. Proprio il non avere a che fare con un sapere fatto di concetti mi ha permesso di sentire la nostalgia di un Tu che non è persona né stato né tempo né spazio, è e basta e mi comprende.

Nota un interesse particolare tra gli intellettuali per il Buddhismo e come spiega il loro atteggiamento in proposito?

Noto talvolta interesse e talvolta diffidenza. Di solito, l’interesse è da parte di chi conosce qualcosa del Buddhismo, la diffidenza è di chi si ferma agli stereotipi: la religione del nulla, l’egoismo spirituale, la meditazione come stato di beatitudine e di fuga, la spiritualità atea, perfino l’edonismo spirituale. I monaci non discutono mai di Buddhismo, anzi non ne parlano se non gli vengono poste domande e al primo accenno di polemica, tacciono.
In genere, non amo che si corra troppo in cerca di somiglianze tra le religioni o che le si trovi a tutti i costi. Le Vie sono tante forse proprio per permetterci le differenze, le qualità diverse di essere al mondo e di vivere pienamente la vita. Penso che del Buddhismo attragga la grande umanità, la postura del sorriso, che è non giudicante, non cinica, accogliente. E poi c’è la quiete. E qui temo una certa piega di noi occidentali, che tendiamo a utilizzare la pratica della meditazione solo per acquietarci, per pacificare tutto quanto, anziché partire dalla quiete per conoscere e andare in profondità, vedere profondamente in noi e nella nostra vita e lasciare che dalla visione nasca nuova azione, azione sentita, azione giusta. Sarebbe poca cosa davvero se del Buddhismo prendessimo una serie di concetti come l’impermanenza, l’insoddisfazione, la non esistenza di un sé separato per farne dei dogmi a cui attenerci. Se rendessimo la nostra vita un compitino che deve seguire nuove regole, un materiale amorfo che coliamo in un nuovo calco che stringe il corpo in uno schema e rende la mente un pappagallo di una nuova dottrina, béh che fallimento per noi e che spreco di un messaggio molto più ampio, che è trasformazione lenta e minuziosa della coscienza, comprensione e non imitazione e adeguamento.

Sia la poesia, da un lato, che le filosofie e le religioni, dall’altro, riflettono sui grandi temi: la vita, la morte, la labilità dell’esistenza e così via. In cosa si caratterizzano le differenze tra i loro linguaggi e le loro impostazioni?

Non so se la poesia riflette. Mi sembra più fulminante. Apre vie alla riflessione, ma mi sembra che la preceda o talvolta la segua ma sempre con un elemento di discontinuità, di salto nel vuoto, di sorpresa. Forse la poesia è visione, squarcio sulle cose. Io diffido dei saperi separati, dei calchi in cui colarsi e diventare altro. La riflessione filosofica e quella religiosa mi sembrano vere e portatrici di vero se nascono dal vuoto, dal fare spazio. Se non sono visioni letterali, se non si limitano a riflettere la storia. Il Buddhismo parte da una semplice affermazione: “C’è la sofferenza.” Indiscutibile. Ed è un’esperienza, non una riflessione o un concetto. Una semplice constatazione. Non dice: “La vita è sofferenza,” ma solo: “C’è.” Ho bisogno di affacci, qualcosa, un sostegno, un appoggio, per affacciarmi alle domande. Non voglio risposte. Quelle arrivano sulla scia della domanda con un cambiamento di prospettiva e di vita. Le risposte sono evidenti, se accetto che siano stati dell’essere, non concetti. Dunque, bisogna imparare a vederle. E anche ho bisogno di frequentare, familiarizzarmi, dimorare. Non cerco risposte alla morte, cerco un modo per familiarizzare con lei, per dimorare nelle sue vicinanze, per assaporarla. Chi è l’altro? Sente quello che sento io? Cosa sento io in presenza dell’altro? Cosa tocca la mano che tocca l’altro? Dov’è chi muore? Dov’è quel che avverto ma non vedo? Cos’è la mancanza? E l’incontro? Affacciarsi a queste domande, restare esposti alla loro forza grande, farsi asini davanti alla domanda e non eruditi, spogliarsi di saperi appresi che dividono ancora di più dall’evidenza della risposta. Le risposte sono dimore non concetti. La poesia è tutto questo ma implicito. La pratica è per me tutto questo vissuto con il corpo. Un sapere molto simile a quello poetico, ugualmente fulmineo. Ma più lento. Una pioggia sottile. Un percorso da ramo a fiore che taglia il legno, a foglia che custodisce, a frutto che matura e cade, a nocciolo, a seme. E si ricomincia. Ripetendo ripetendo ripetendo. Fino al Risveglio.
La poesia testimonia un sapere avvenuto, un dono mangiato. Da dove viene? Perché a me? Cos’è? Scrivo perché non lo so.

In Bevendo il te con i morti, ci sono alcune poesie brevi con immagini di natura, ma destinate, parrebbe, a una fruizione psicologica ed esistenziale. C’è una relazione con l’haiku in questi testi brevi?

Dell’anima di un haiku, trascurando la struttura, mi piace l’accenno a quel che è fuori scena, un quadro che fa vedere oltre la cornice. Un senso di mistero domestico, come l’acqua che un attimo prima non bolle e dopo bolle. Come un suono che svanisce. Come la tosse che si calma. Dove sono andati? Come il vento che fa volare una tenda. Sono inimitabili, intessuti di impermanenza e di fluttuanza. Forse alcune mie poesie sono solo brevi pennellate, da giovane ho scritto una serie di brevissimi componimenti ma li ho intitolati Telegrammi. Non so. Mi è sempre piaciuto chiedermi cosa provano gli sfondi per noi. Cosa sente il bosco mentre io cammino in lui? Cosa sentono le foglie per terra se rido? Con gli animali è più semplice, ma con i vegetali un po’ meno. Certe volte, mi siedo sotto un albero che mi piace, magari fiorito e mi lascio guardare da lui. Un amico una volta ha detto: “Se qualcuno mi sorride mi dà il permesso di essere,” a me succede sotto gli alberi fioriti, mi danno il permesso di fiorire, di far parte della bellezza senza volerlo. Forse nasce da questo sperimentarmi in contatto con il mondo quell’aria da haiku di certe poesie? O forse dall’antico amore per i regni non umani? La solitudine per me è stato lo stato più frequentato e magari mi ha reso un po’ monastica, cioè cuore a cuore, muso a muso con la natura e le creature. Chissà.

Sempre in Bevendo il te con i morti, l’elemento di impermanenza, oltre che il rapporto con i non vivi o non pienamente tali, che importanza ha e come si definisce?

L’impermanenza è una buona notizia. Non è una minaccia, non è la caducità. Non è tutto muore, ma tutto scorre. E quale sapere è la poesia se non questo sapere fluviale? Il non afferrare e non afferrarsi a nulla, lasciar scivolare l’esperienza tra le dita, come acqua. Imparare a galleggiare, entrare con fiducia nella corrente. La vita è il nostro elemento come l’acqua per i pesci. Costante trasformazione, mutamento, fluidità. In questo senso è presente in quella raccolta. Ero appena tornata dall’India e il nostro mondo mi sembrava il Regno dei Morti. Non riuscivo a incontrare. E passavo ore in compagnia di libri scritti da morti o di ricordi o di persone perdute. Mi sentivo come se qui gli incontri mi sottraessero il corpo. Si stava seduti sulle nostre terribili sedie a muovere la bocca, aspettando che le parole raggiungessero l’altro che rilanciava altre parole che raggiungevano me e… Era vita? I morti avevano invece un tocco. All’improvviso li sentivo vicini. Trasmettevano. E così i libri. Tanti libri abitabili, ospitali, cordiali. Libri tana. Libri culla. Libri nido. Libri aria aperta, foresta, deserto, oceano, percorribili. Insomma Bevendo il tè con i morti è stato letto come un libro sulla morte ma è un libro sull’incontro. Quali incontri sono più veri? Chi è vivo?
In quel periodo c’era un uccelletto, credo un fringuello, che veniva a bussarmi col becco ai vetri di casa qui a Milano. E se cambiavo stanza, dopo un po’ mi raggiungeva. Poi hanno cominciato altri uccelli a lasciarmi semi sul davanzale, li conservo ancora, sono semi rosa. Io mettevo pezzetti di pane sul davanzale e loro semi. Uno scambio. Succede a chi si abbandona con slancio alla solitudine, senza lamenti. Erano incontri, ho scritto così, di incontri forse meno soliti, più trascurati, soffi, sussurri, passi, raffiche. Minuscoli segni. Le mie molliche di pane per tornare a casa.
È ancora difficile per me stare con gli esseri umani, mi sembra di stare con edifici di tanti piani e mi inquieta cosa stia succedendo nei piani diversi da quello da cui mi stanno parlando. Diffido un po’ e sono spaventata e smarrita. Mi aspetto di tutto. Mi sento un ufo, impacciata. Cerco relazioni paritarie, non mettermi a pontificare e non farmi addestrare, ma dialogare, passare un po’ di tempo insieme, annusarsi, mordicchiarsi, giocare. Da poco ho per amico un asino bianco che vive in campagna. È da lui che ho imparato queste parole, non lo vedo spesso, ma si parte sempre da un bella zolla di fiducia. E poi ci sono nella raccolta le poesie dedicate a mia madre, la madre eretica. Madre che aveva perso la ragione. Tanti anni con lei mi hanno insegnato a non dare niente per scontato. A lasciarmi disfare, anche a lasciarmi vedere tutta intera. Quando una volta ero a pezzi, proprio esausta di lei e della nostra situazione, lei mi fissò, come vedesse tutti i miei pezzettini e mi chiamò forte: “Macedonia?!” Non sapevo se scoppiare a piangere o a ridere. Cosa vedono i cosiddetti matti? Cosa resta della loro mente e del cuore? Cosa se ne va? Le poesie hanno registrato le fluttuazioni di un amore e di una tempesta. Non è facile stare con chi vive in un’altra dimensione e rispettarlo ma non farsi massacrare. Ho imparato così tanto che … Quel che più conta è che è stato un sapere anonimo, non suo, non mio, esistenza delle ossa e poi anche della polvere, tutta viva, sapere pulviscolo. Lasciarsi frantumare restando al centro, ecco cosa ho imparato. E la poesia ha specchiato le nostre faccende, gli urli, le preghiere, i sorrisi, le botte, gli abbracci. Una relazione. Cos’è una relazione? Non lo so. Ma so che finisce. E so che invece l’amore non finisce. Solo la relazione finisce. L’amore si riversa nell’aria. È aria, è spazio. Sono stata figlia. Le facevo da madre e così sono diventata figlia. Figlia di tutto. Non so spiegarmi meglio. Vedere la propria madre morire, vederla morta è una porta sbattuta in faccia. Un inizio fuori dai luoghi chiusi. È l’aperto. Con la sua libertà e il suo danno.
Dunque, c’è anche la relazione con la follia in quel libro, come una morte in vita, come una sfida alla vita piccola, perché si faccia vasta abbastanza da accogliere un altro modo di vedere e di sentire. Non è anche questa impermanenza? Non edificare alcun io intorno all’esperienza, continuare a scorrere e non costruire un’identità spirituale al posto della precedente identità. Fare a meno della personalità è un lavoro minuzioso di costante apertura delle mani e rende ampi e unici, ma senza compiacimento, si è solo attraversati dalla vita, non c’è io.

Se dovesse lasciare un messaggio in una capsula che viaggiasse verso il futuro, cosa vorrebbe dire?

Come stai?

Se pensa al presente in cui viviamo, cosa è più urgente fare, in quanto poeta?

Salvare la parola. La parola è in via d’estinzione. Non dice più. Forse informa, talvolta comunica, ma trasmette quasi mai. Tocca cosa? Dove? Non voglio una parola che accende emozioni né che spiega, voglio che mi risvegli, che mi metta sulla Via, che mi derubi di quello che so già, che mi spogli, che mi dia una faccia viva, un corpo pronto a scattare come un felino, morbido e sveglio, un balzo nel mondo. A salvarsi. A salvare.


Questo dialogo è tratto da: R. Bertoni et al., Aspetti del rapporto tra Buddhismo e cultura in Italia, «Quaderni di cultura italiana», IX, Department of Italian, Trinity College Dublin








pubblicato da t.lorini nella rubrica poesia il 27 gennaio 2013