Taccuino

Andrea Amerio



Il critico Paul Bénichou definì "profeti del romanticismo" gli autori che con le loro opere e le loro posizioni politiche tracciarono la fisionomia dell’artista engagé e il ruolo sociale dell’uomo di lettere e del poeta nell’incipiente modernità tra le due Rivoluzioni (francese e industriale). Sono i profili "eroici" del primo romanticismo europeo: Alfieri, Foscolo, Chénier, Heine, Puškin, Byron, Shelley, Wordsworth, Keats, Goethe, etc…, una galleria di emblemi la cui genealogia potrebbe essere tracciata prendendo come estremi da un lato il giovane Victor Hugo del celebre prologo di Hernani, e dall’altro la filippica di Legrandin nella Recherche (La côté de Guermantes, tr. it. Bur, pp. 176-177). Baudelaire e Flaubert, classe 1821, si dice appartengano a un’altra famiglia: da una parte il dandy maudit, dio crudele sazio e ubriaco, dall’altra l’acuminato distruttore che sogna il «livre sur rien [...] qui se tiendrait de lui-même par la force interne de son stile»: quell’Education sentimentale che ironizzerà amaramente sull’engagement di Lamartine nella rivoluzione del 1848 e sulla sua impotenza politica.
Dopo il 1830 in Francia con la presa del potere della borghesia conservatrice assistiamo a una progressiva «dépolitisation de la littérature», per dirla con Albert Cassagne e uno dei protagonisti indiscussi di questa "depoliticizzazione della letteratura" fu il dedicatario delle Fleurs du mal, quel Théophile Gautier che nella prefazione ad Albertus (1832) scrisse in questo senso parole molto significative: «l’auteur du présent livre n’a vu du monde que ce que l’on en voit par la fenêtre, et il n’a pas envie d’en voir davantage. Il n’a aucune couleur politique; il n’est ni rouge, ni blanc, ni même tricolore; il n’est rien, il ne s’aperçoit des révolutions que lorsque les balles cassent les vitres».
Nella prefazione a Mademoiselle de Maupin (1835), poi, Gautier oppose il bello all’utile: «il n’y a de vraiment beau que ce qui ne peut servir à rien» sancendo così il rifiuto dell’utilitarismo e la rivendicazione dell’autonomia dell’arte dalla morale e dai valori sociali. Anni dopo, quando nel 1852 nascerà il secondo impero come segno del trionfo e dell’egemonia borghese, nella prefazione a Emaux et Camées, Gautier riprenderà ancora la topica dei «vitres fermées» di fronte ai disordini della strada e nel 1957 la sua poesia Arte diverrà il manifesto di una compiuta dottrina dell’arte per l’arte che tuttavia sempre di più si veniva connotando di una rassegnata condiscenza.
L’immagine delle finestre chiuse sui tumulti della strada parrebbe rappresentare anche la dissociazione tra arte e politica che interessa Baudelaire e Flaubert, ma leggere questo progressivo distacco dal mondo naturale e storico nei diciassette anni che separano il 1830 dal 1857 trascurando l’elemento politico sotteso a tale depoliticizzazione sarebbe una lettura quantomeno parziale del fenomeno, tant’è vero che i contemporanei ne intuirono immediatamente il valore destabilizzante, come emerge dalla lettura del recente saggio di Emmanuel Pierrat che ha impegnato parte di questa mia estate.
Annus mirabilis nella storia della censura francese, il 1857 miete tre celebri vittime: Flaubert a gennaio, Baudelaire in estate (le sue poesie erano appena uscite, il 21 giugno!) ed Eugène Sue a fine anno. A orchestrare le accuse, tale Ernest Pinard. In un solo anno la frenesia moralizzatrice di questo trentacinquenne ambizioso segnò l’apogeo della censura del regime autoritario di Luigi Napoleone Bonaparte conducendo alla sbarra in rapida sequenza Madame Bovary, Les Fleurs du mal e Les Mystères du Peuple. Histoire d’une famille de prolétaires à travers les âges. Le prime due opere erano pressoché sconosciute al pubblico e tiravano all’incirca 5000 e 1000 copie rispettivamente – i numeri medi di un romanzo e di una raccolta di poesie di oggi – per l’ultima si parla invece di 60.000 copie sequestrate (allora fu un best seller, ma il tempo da più di un secolo ha pronunciato il suo verdetto: a Sue l’uovo oggi, agli altri due le galline di domani).
Pinard, originario dell’antica città borgognona di Autun vantava un lignaggio d’eccellenza e tra i suoi antenati annoverava anche un alto funzionario di corte del breve e sanguinario regno di Carlo IX che diverrà poi segretario personale di Maria de’ Medici, in prima linea contro la libertà di stampa già nel periodo delle guerre di religione, a ridosso di quella pagina nera della storia europea che fu il massacro della notte di San Bartolomeo. Accusés Flaubert, Baudelaire, levez-vous!, il saggio di Emmanuel Pierrat dedicato alla figura di Ernest Pinard, seguita dagli esordi forensi fino alle glorie mondane, passa poi a ricostruire nel dettaglio la vicenda giudiziaria dei tre libri alla sbarra. Il saggio (che riporta in appendice i gustosissimi verbali dei processi e le arringhe dell’accusa e della difesa) mi porta a riflettere ancora su temi consunti, come il ruolo dell’intellettuale nella società, e a ritornare su altri volumi letti a proposito di Baudelaire in tempi meno recenti. Giuseppe Montesano per esempio nel suo saggio narrativo Il ribelle in guanti rosa, uscito per Mondadori nel 2007, a quanto ricordo non cita l’opera di Jean Paul Sartre ma sospetto che questo suo saggio possa essere letto come una risposta all’immagine di Baudelaire delineata dal padre dell’esistenzialismo nel suo celebre saggio del 1945 in cui com’è noto Baudelaire ne usciva malconcio: un poeta malinconico e frustrato, incapace di veri atti rivoluzionari. Il perché di questa incomprensione provò a spiegarlo, tra gli altri, anche Alessandro Piperno in un pregevole saggio uscito un anno prima di quello di Montesano (Il demone reazionario) in cui il testo di Sartre veniva sottoposto a una minuziosa anatomia: una puntuale disanima di quella che Paul de Man avrebbe identificato come una feconda cecità critica capace di disegnare un passaggio inedito, una nuova visione.
Un Baudelaire ancora diverso, infine, è quello che viene fuori nella Folie Baudelaire di Calasso in cui si indaga il rapporto di Baudelaire con le immagini: l’odio per Ingres, l’amore per Delacroix, e la scelta di Guys, come Peintre de la vie moderne, capace di distillare dalla moda ciò che essa può contenere di poetico nella trama del quotidiano e di estrarre l’eterno dall’effimero.
Ma è il confronto con Delacroix e con il grande quadro intitolato La morte di Sardanapalo a rivelare il differente punto di vista dei autori, in questo frangente diametralmente opposto: quello di Calasso tutto volto a far emergere la componente platonica e metafisica di Baudelaire e quella di Montesano che continuamente riporta la visione del poeta al sangue dei morti invano nel tentativo di insurrezione e rivolta del 1948. Nel confronto con queste letture, benché tutto sia mutato, mi ritrovo a pensare che i termini della questione tra autonomia ed eteronomia così com’erano stati posti da Anceschi nel suo celebre edito da Sansoni nel 1936, e nove anni prima di lui Julien Benda, forse non sono ancora del tutto superati…

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Libri (in ordine di apparizione)

Paul Bénichou, Le temps des prophètes. Doctrines de l’âge romantique, Gallimard, Paris 1977.
Albert Cassagne, La théorie de l’art pour l’art chez les derniers romantiques et les premiers réalistes (1906), rist. Champ-Vallon, Seyssel 1998.
Théophile Gautier, Emaux et Camées (1852), tr. it. Smalti e cammei, a cura di I. Landolfi, Avagliano, Roma 2000.
Emmanuel Pierrat, Accusés Flaubert, Baudelaire, levez-vous!, André Versaille, Bruxelles 2011
Giuseppe Montesano, Il ribelle in guanti rosa, Mondadori, Milano 2007
Alessando Piperno, Il demone reazionario. Sulle tracce del Baudelaire di Sartre, Gaffi, Roma 2006
Roberto Calasso, La folie Baudelaire, Adelphi, Milano 2008

Vedi anche

Antonio Prete, I fiori di Baudelaire. L’infinito nelle strade, Donzelli, Roma 2007
Bernard Henry-Levi, Le dernier jours de Charles Baudelaire, Grasset, Paris 1988 (tr. it G. Bona, De Agostini, Milano 1989)








pubblicato da a.amerio nella rubrica libri il 31 agosto 2011