L’uomo che porta a spasso il cane

Lorenzo Mercatanti



Un po’ per volta sono entrato in confidenza con l’uomo che porta a spasso il cane, l’altro giorno siamo arrivati al punto in cui mi dice, se per tre giorni vedi la mia macchina parcheggiata nello stesso posto, puoi far forzare la porta di casa mia. Io dapprima ho ripensato alla prima volta che ci siamo incontrati, poi mi sono reso conto che, se un giorno dovessi avere la stessa esigenza… ho cominciato a pensare a chi potrei chiedere una cosa del genere.
Poi ho pensato alla scorsa settimana, stavo facendo l’amore con Emma, il bambino si sveglia e piange, Emma prende a allattarlo, io mi addormento. Quella sera un’amica di Emma era stata ospite a cena da noi. Ci aveva parlato dei problemi col lavoro, col ragazzo. Io quella notte sogno l’amica a letto con noi due, me lo prende in bocca, Emma gli accarezza la testa come si fa con un cane, io penso Emma mi lascerà per colpa di questa sua amica-cane.

"Lei ha ventinove anni?" Mi chiede il medico e continua a parlare senza aspettare la risposta, "sì, si capisce, non ha avuto grosse malattie e dimostra quello che ha."
"Lei invece quanti anni ha?" Fa il medico a Emma, "ventisette?"
"Ne ho ventinove pure io."
"La gravidanza l’ha ringiovanita."
"Non me ne rendo conto."
"Perché piange?"
"Non so nemmeno questo."
"Succede, non si preoccupi. Quant’è che siete sposati?"
"Due anni."
"L’ha voluto lei il bambino."
"L’abbiamo voluto…"
"L’ha voluto lei."
"Sì."
"Visto, l’ha voluto ed è arrivato."
A casa chiedo a Emma com’è che col medico ha finito per parlare di sua madre, morta che lei era ancora piccola. "Non ti ricordi, mi ha detto: lei è troppo sensibile," Mi racconta Emma, "Se mi dice così piango subito, gl’ho detto. Lui allora mi ha chiesto dei miei genitori. L’aveva già capito da sé." A me invece il medico ha detto, "lei si vede che ha avuto degli affetti regolari". Degli affetti regolari, non ci avevo mai pensato prima.

L’uomo che porta a spasso il cane mi chiede che lavoro faccio.
"Sono nel commercio." Gli dico.
"Il commercio mi fa schifo."
"Pure lei nel commercio?"
"No."
"Di solito chi non è nel commercio lo trova affascinante."
"Come mai?"
"Non lo so, forse pensano a Marco Polo e cavolate del genere."
"Certo." Mi sorride. Poi mi racconta che ha vissuto diversi anni all’estero, faceva il giornalista. Mi piace parlare con lui, non lo so, per dire gl’ho detto cose che non avevo mai raccontato a nessun’altro. Gl’ho detto del bambino, dei medici da cui l’abbiamo portato. L’uomo che porta a spasso il cane mi dice, "i medici mi fanno schifo."
L’amica di Emma è tornata a cena da noi. Ci ha parlato dei problemi col lavoro, col ragazzo. Che al suo ragazzo gli piace far l’amore mentre le tiene una pistola puntata contro la tempia. Emma le dice che è un pazzo, che deve lasciarlo prima succeda qualcosa di brutto. Io penso al sogno che ho fatto l’ultima volta che è venuta da noi. L’amica di Emma dice che il ragazzo non può lasciarlo, che lui la minaccia di mettere in giro la voce di come fanno l’amore, della pistola, che è lei a cui piace farlo a quel modo. Io non riesco più a prender sul serio questa storia, "non è vero!" Urla l’amica di Emma, poi si scusa, aveva paura di aver svegliato il bambino, a dormire nell’altra stanza, la porta socchiusa. L’amica di Emma si alza per andare a prendere la borsa lasciata sul divano, "guarda cosa ho ritrovato," dice a Emma, adesso parla piano, quasi sussurra, ha in mano un diario e prende a sfogliarlo una pagina alla volta, "avevo sedici anni quando tenevo questo diario, una ragazzina, senti cosa scrivevo," e con un filo di voce inizia a leggere Prendi in mano la situazione entraci dentro non evitarla, non girare il viso dall’altra parte è la tua realtà. Se la eviti menti a te stessa e continui a costruire castelli in aria. E quando questi castelli crollano ecco che ti ritorna davanti la tua realtà. ma non puoi continuare a costruirti i tuoi castelli per tutta la vita, non avrai risolto niente, non avrai coltivato le situazioni che a te stanno a cuore. E poi non puoi mentire a te stessa, è la cosa peggiore, ti rovini con le tue mani. Forza coraggio che se vuoi puoi farcela. Dopo aver brancolato, fatto macello, fermati dieci minuti a cercare di capire come devi fare per salvare, per dominare ciò che vuoi, per farlo tuo e non tenerlo lontano come se fosse una cosa che non ti appartiene. Dai su che poi c’è sempre qualcuno che ti è vicino e che ti aiuterà. Aperta parentesi, Dio, chiusa parentesi.
La notte, stavo facendo l’amore con Emma, il bambino si è svegliato, Emma è corsa dal bambino, io sono andato in bagno a masturbarmi, sono tornato a letto e mi sono addormentato, niente sogni, guardando mio figlio attaccato al seno di Emma.

Oramai credo siano già due giorni interi non vedo l’uomo che porta a spasso il cane, la macchina sempre al solito posto. L’ultima volta ci siamo visti era mattina presto, gl’ho detto, oggi portiamo il bambino all’ospedale, sono preoccupato, "no no no", faceva lui, non voleva sentirne parlare, "queste cose dei bambini vanno sempre bene, non possono andar male," io sentivo le lacrime bagnarmi le guance, "no no no", continuava lui, distogliendo lo sguardo, "queste cose vanno sempre bene," m’ha salutato veloce, sparito. Passo vicino lo stabile dove abita, sto un po’ lì, penso, il cane è tranquillo non abbaia quasi mai, mi dico, intanto prova a suonare il campanello; penso, non son sicuro dei due giorni e forse ne son già passati tre, che scocciatura. Gli volevo dire, il bambino sta meglio, Emma però vuole lasciarmi, se ne andrà appena il bambino uscirà dall’ospedale. Aspetterò ancora fino a domattina, poi faccio come mi ha detto e telefono alla polizia. Ho telefonato all’amica di Emma. Non sapeva niente: del bambino; di Emma che ha deciso di lasciarmi. Strano, ho pensato. Mi dispiace, ha detto l’amica di Emma. Te come va? Gl’ho chiesto.
Te lo sai già, ha detto l’amica di Emma.
Col tuo ragazzo?
Sì.
Gl’ho chiesto se gli andava di vederci.
Non credo sia il caso, ha detto l’amica di Emma.

Passo da casa dei miei. Mia madre mi abbraccia, vorrei spingerla via ma così lontano che resto paralizzato finchè non mi lascia, prende a fissarmi senza chiedere nulla di me e Emma, io le dico come sta il bambino senza che me l’abbia chiesto. Mio padre mi saluta veloce e sparisce in cucina, pensa di cavarsela facile, io do una sbirciata, il televisore acceso, sta guardando la partita, è un anticipo del campionato di serie A, in una delle squadre c’è un giocatore cresciuto dalle nostre parti.
"Quel ragazzo è un fenomeno," dico ad alta voce.
"E’ bravo," sento che dice mio padre.
"Un fenomeno! C’è lui e basta in campo, gli altri 21 quando c’è lui chi vuoi li stia a guardare."
"Sono giocatori professionisti anche gli altri, di serie A."
"E’ vero, c’hai ragione, è questa la cosa impressionante, che quando c’è lui siano come delle nullità."
"Te esageri sempre, non ti seguo più."
"Delle nullità, niente."
"Stai esagerando, con te…" Mi lascia perdere.
"Potrebbero andarsene e lasciarlo da solo, che la gente è lì allo stadio per lui e basta, è un testa di cazzo, lo so, gioca una partita sì e cinque no, altrimenti uno così c’avrebbe il posto fisso in nazionale, uno che tratta la palla a quel modo, che ha la partita in pugno, nel bene e nel male, un attimo ed è capace di mandare tutto in malora, partita, compagni e avversari, arbitro e pubblico, santi e cristi… un fenomeno, punto.
… babbo."
"Cosa c’è adesso?"
"Ma, secondo te, gli altri 21 giocatori se ne rendono conto che quando c’è lui in campo sono delle nullità?"
Me ne vo in soggiorno e vedo subito il cane, come si fa a non vederlo, sento mia madre che piange nell’altra stanza. Alle volte, quando vado a trovare i miei, non m’accorgo nemmeno che c’è il cane, è sempre sdraiato al solito posto, poi guardo in terra e lo vedo e mi vengono in mente cose a cui fino a quel momento avevo cercato di non pensare e altre cose ancora, oppure niente di niente… "Ce l’ho avuto pure io un cane," dissi una sera all’uomo che porta a spasso il cane, "E’ morto?" "No, è a casa dei miei." "Quanti anni ha?" "Almeno un secolo." Come mi inginocchio per accarezzarlo alza la testa e prende a guardarmi, come guardano i cani, poi fissa lo sguardo appena sopra la mia spalla sinistra, un punto qualsiasi, come ci diceva da ragazzi il professore di matematica, prendete un punto qualsiasi nell’infinito universo di punti, senza pensarci appoggiavamo il gesso sulla lavagna, la cosa più naturale di questo mondo, come fa il cane adesso.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 30 agosto 2011