Le ceneri rimosse

Giovanni Giovannetti



... entroterra della Versilia, 1944, una delle più efferate per modalità e numero di caduti civili: uomini, donne, bambini massacrati e poi bruciati, cancellati con il lanciafiamme.
Sono passati 67 anni dai fatti di San’Anna, che precedono di poco altre feroci stragi terroristiche nazifasciste, ad opera degli stessi reparti, come a Fivizzano (19 agosto 1944, 340 morti) o a Monte Sole presso Marzabotto (29 settembre-5 ottobre 1944, 700 morti). Sant’Anna: le nostre "ceneri rimosse", un crimine per il quale nessuno pagherà.
Nel 1994 – ben cinquant’anni dopo – dall’armadio "della vergogna" (rinvenuto girato negli scantinati romani di palazzo Cesi) usciranno i fascicoli con i nomi e i cognomi dei responsabili. Dalla memoria dei sopravvissuti emerge anche la presenza di fascisti collaborazionisti - rimasti ignoti - sul posto al fianco delle truppe naziste.
Dieci ufficiali tedeschi verranno processati e infine condannati all’ergastolo: una sentenza, sia pure dall’alto valore simbolico, a carico di persone ormai ultraottantenni, che non varcheranno mai le porte di un carcere. Ma una volta tanto la verità storica ha potuto specchiarsi, nella sostanza, in quella giudiziaria.
"Le ceneri rimosse" è il titolo di un libro di Francesco Belluomini. Pubblicato una prima volta nel 1989, è l’unico romanzo pienamente ispirato alla strage, ben prima che l’ "armadio della vergogna", il romanzo di James McBride "Miracle at St. Anna" (2003) e l’omonimo film di Spike Lee (2008) dessero eco mondiale all’eccidio. Di seguito ripropongo un recente saggio di Angelo Paoluzi dedicato al massacro e un estratto da "Sant’Anna di Stazzema. Storia di una strage" di Paolo Pezzino (Il Mulino, pp. 66 e sgg.), la ricostruzione storica a oggi più esaustiva. In Memoriam. (G.G.)

Sant’Anna di Stazzema, 12 agosto 1944. Fu strage terroristica, di Angelo Paoluzi

Separiamo la finzione dalla realtà: è il consiglio che Paolo Pezzino impartisce nel suo saggio Sant’Anna di Stazzema, sottotitolo Storia di una strage (collana Intersezioni dell’editrice il Mulino, Bologna, 2008, 12 euro). La realtà è che in quella località della Versilia attorno ala metà di agosto del 1944 reparti delle SS e della Wehrmacht avevano sterminato centinaia di persone, esercitato violenze e incendiato abitazioni. La finzione riguarda le polemiche sul film Miracolo a Sant’Anna, del regista americano Spike Lee, il cui valore si limita al modo cinematografico con cui la vicenda è raccontata e non pretende di fare storiografia. Ci si era risentiti per l’episodio, inserito nella pellicola, di un partigiano che, per vendicarsi di un suo capo, aveva condotto a Sant’Anna i tedeschi per dare una lezione a chi proteggeva i ribelli. Hanno protestato i congiunti delle vittime e le associazioni della Resistenza, anche perché di tradimenti di partigiani non si era parlato nel processo, celebratosi nel 2005, contro i responsabili, ritenuti colpevoli e condannati all’ergastolo. Pezzino contesta la falsità della pretesa delazione e racconta gli avvenimenti con rigore documentario. In quell’angolo della Versilia i tedeschi applicarono una prassi sperimentata in altri paesi occupati: lo sterminio come mònito contro eventuali tentazioni di aiuto ai partigiani. A Sant’Anna di Stazzema si consumò la seconda strage, per numero di civili, fra le circa settecento che si verificarono in Italia: la cifra dei sacrificati nel borgo versiliese non si è ancora potuta esattamente calcolare, ma certamente non è inferiore a 310 persone, sino a salire a 560, in maggioranza donne, vecchi e 118 bambini. Del carnaio non ci sono altre spiegazioni se non quella, appunto, del terrorismo pianificato, che vide protagonisti reparti delle SS e della Wehrmacht, questi ultimi non meno feroci, alla faccia della leggenda (presto diffusasi specialmente in Germania) che considererà "umano" il soldato tedesco non arruolato nei corpi speciali hitleriani. La validità del libro di Pezzino, docente di storia contemporanea all’università di Pisa e autore di altri saggi sull’argomento, sta nel rispetto dei fatti accertati e nella mancanza di enfasi nel raccontarli, anche se è sottesa l’umana partecipazione alle sofferenze delle vittime innocenti. E la descrizione della dinamica degli eventi è completata dal resoconto sulle indagini che furono svolte dopo la guerra e che portarono, come s’è detto, a un processo conclusosi con la condanna all’ergastolo di dieci ex appartenenti alle SS – peraltro tutti contumaci – oltre cinquant’anni dopo i tragici avvenimenti. Anche la sentenza di Sant’Anna di Stazzema fa parte di una pagina nera della nostra storia: quella della mancata celebrazione in tempo utile dei processi contro i massacratori. C’è tutta una letteratura sull’"armadio della vergogna": nel quale furono ritrovati alla fine del secolo scorso 695 fascicoli di procedimenti contro criminali di guerra che, per motivi di opportunità politica (il recupero della Germania di Konrad Adenauer nell’Alleanza atlantica), erano stati, volutamente, "dimenticati" da qualche esponente dei governi del tempo. Pezzino denuncia un atteggiamento che ha alimentato l’amarezza dei superstiti e dei parenti delle vittime per la giustizia negata, al di là dal riconoscimento – tardivo, va detto – del sacrificio di tanti innocenti. Alle celebrazioni in loro memoria non hanno mai partecipato (anche questo non deve essere dimenticato) esponenti dei governi di destra succedutisi dal 1990 a oggi. L’autore, infine, contesta la diffusa leggenda, che le rappresaglie naziste si svolsero soltanto in risposta ad attacchi dei partigiani contro gli ccupanti. Ricerche storiche (fra esse quelle di uno scrupoloso studioso tedesco, Lutz Klinkhammer) hanno provato che in una percentuale minima di casi la repressione era motivata da quegli attacchi, mentre per lo più si trattava di azioni dimostrative in aree di interesse strategico, come ad esempio nelle "zone nere", dove era consentito sparare contro tutti coloro che vi si trovavano e che venivano considerati nemici, neonati compresi. Alla strage di Sant’Anna non parteciparono (come in molte altre occasioni, per esempio a Marzabotto) reparti italiani militarmente organizzati. Ci furono presenze a, diciamo, "titolo personale", come fu ricordato nel processo contro i massacratori. Un testimone al processo ricordò uno che «non era un tedesco… penso che fosse un italiano perché parlava bene il versiliese». Un altro descrisse due, fra i soldati, che «avevano il volto nascosto da una rete, e uno di essi parlava italiano, con inflessione dialettale della zona». Una donna raccontò che un soldato, vestito da tedesco, dopo averle sferrato un calcio, le intimò «in italiano, e precisamente in versiliese» di andare «al muro con gli altri». Senza contare il contributo fornito da collaborazionisti e spie. Nessuno di loro è stato mai identificato. Peccato. Perché a questi "militi ignoti" si potrebbe attribuire l’"Ordine del Tricolore", la più recente iniziativa di un gruppo di parlamentari del Popolo della Libertà tendente a riconoscere «la pari dignità di una partecipazione al conflitto di molti combattenti, giovani e meno giovani, cresciuti nella temperie culturale guerriera e imperiale del ventennio, che ritennero onorevole la scelta a difesa del regime ferito e languente». (Europaquotidiano.it)

Indagine sulla strage, di Paolo Pezzino

La prima delle spiegazioni che i sopravvissuti si dettero fu quella dell’eccidio casuale. Che la strage non fosse stata programmata, ma rappresentasse l’evoluzione improvvisa di un’azione di rastrellamento, era ipotesi di cui parlava esplicitamente già nel 1946 il vicecommissario di pubblica sicurezza Vito Majorca, che però del fatto che avrebbe provocato il brusco cambiamento di atteggiamento dei tedeschi non era riuscito a trovare prove certe. Egli aveva tratto probabilmente l’informazione da Alfredo Graziani, testimone oculare degli eventi, che nel suo scritto pubblicato in occasione del primo anniversario della strage, scriveva testualmente:
Si disse che, nei pressi della «Vaccareccia», fosse stato sparato un colpo di fucile contro i tedeschi di cui un ufficiale sarebbe stato ferito. L’eccidio sarebbe stato, quindi, una conseguenza imprevista per gli stessi tedeschi i quali – si dice – si sarebbero altrimenti limitati alla distruzione delle abitazioni per «punire» gli abitanti della connivenza che avevano o avevano avuto coi partigiani. Una barella con un ufficiale ferito, da alcuni, fu infatti veduta scendere a Valdicastello, e ciò fu confermato anche dall’interprete di una Commissione Alleata che, nell’ottobre scorso, si portò a Sant’Anna per una inchiesta preliminare, il quale disse appunto che erano in mani alleate alcuni delle SS partecipanti all’eccidio, fra cui l’ufficiale ferito che, a quel tempo, era degente in un ospedale militare a Livorno.
La voce quindi si diffuse subito dopo l’eccidio, e rappresentava una risposta plausibile alle domande sul perché della strage, tanto più che le testimonianze su quel tedesco ferito erano più d’una [...] A questa tesi fu subito contrapposta quella di un ferimento accidentale, da fuoco «amico». Così continuava Graziani la sua esposizione:
Il fatto in se stesso non prova nulla, però. Eran così nutrite le raffiche di mitragliatori e così fitti i colpi di moschetto che i tedeschi, sfociati nella valle, sparavano all’impazzata a scopo intimidatorio, per cui nulla di più verosimile che l’ufficiale ferito lo sia stato dagli stessi compagni di spedizione. [...] Secondo un appartenente alla 6a compagnia, Ludvig Göring, interrogato nel marzo 2004, un commilitone sarebbe stato ferito dallo sparo di un partigiano. Ma è difficile credere a questa versione di un colpo singolo di fucile: i partigiani non c’erano a Sant’Anna il 12 agosto, ed è ancora più problematico dare credito a quanto si sussurrava a Sant’Anna, di un colpo sparato, magari dallo «scemo» del paese, o comunque da un qualche abitante della Vaccareccia che, all’arrivo dei tedeschi, avrebbe tirato fuori il fucile da caccia: nessuno dei sopravvissuti della Vaccareccia, o di altrove, ha sentito questo sparo (che avrebbe dovuto essere precedente alle raffiche dei tedeschi) e non si capisce bene a quale scopo, essendo fin troppo ovvia l’evidente inutilità di tale gesto.
Inoltre appare poco convincente che un eccidio di tali proporzioni sia stato la risposta al ferimento di striscio di un solo soldato: per Sant’Anna si mosse, come appurò l’inchiesta della commissione crimini di guerra della V armata, l’intero II battaglione del 35o reggimento della XVI SS Panzer- Grenadier Division, composto di 4 compagnie (ed infatti i due soldati feriti appartenevano all’8a compagnia), armato con mitragliatrici pesanti, con parecchie munizioni (tanto da utilizzare almeno 14 civili come portatori delle munizioni), e con mortai (che però non sembra siano stati usati): si trattava, a seconda delle stime, dai 150 ai 300 uomini, in assetto da combattimento. Il tutto è assolutamente sproporzionato per una semplice operazione di rastrellamento, tanto più se si afferma che i tedeschi erano consapevoli che nella zona non vi erano più partigiani.
Che l’azione fosse invece programmata come «rastrellamento finalizzato al massacro» (così lo storico Lutz Klinkhammer ha definito le successive operazioni di fine settembre contro la brigata partigiana «Stella Rossa» a Monte Sole), lo dimostrerebbe non solo tutto l’andamento delle operazioni in quella giornata, ma anche la testimonianza di Gianfranco Quilici, resa nel corso del processo Simon: il cuoco della villa di Nozzano San Pietro, dove era stato fissato il comando di Simon, gli preannunciò l’operazione di Stazzema («mi disse che stavano andando a Stazzema ed altri villaggi per un’operazione di rastrellamento e che potevano uccidere civili»).
[...] La stessa considerazione fu svolta da Graziani (e fu poi ripresa alla lettera dal vicecommissario Majorca), altro scampato all’eccidio: «sia per il numero rilevante delle SS che vi presero parte, che per il piano di attacco che svilupparono, è chiaro [che] tutto era già stato previsto prima e che le pattuglie andarono lassù col preciso scopo di fare quello che fecero». Ed oggi che conosciamo le dichiarazioni di alcuni soldati delle SS presenti a Sant’Anna, si conferma questo carattere programmatico: così Ignaz Alois Lippert ha ricordato che, durante il tragitto per raggiungere Sant’Anna di Stazzema, videro due uomini anziani che camminavano nella loro stessa direzione. Qualcuno nella sua squadra disse che erano partigiani, lui invece ritenne fossero abitanti del villaggio. Senza chieder loro nulla, un sottufficiale estrasse la pistola e li uccise sparando un colpo alla nuca, lasciandoli morti sul bordo della strada.
Ancora più chiara l’intervista rilasciata da Horst Eggert, con lo pseudonimo di Alfred Otte, a Christiane Kohl nel 1999: Eggert, che aveva 18 anni, ricorda che erano acquartierati vicino a Pietrasanta. L’ordine riguardante quella che venne presentata come operazione contro le bande venne dato la sera prima: «si trattava di annientare i partigiani», e come tale veniva considerato di fatto chiunque si trovasse nell’area delle montagne, gli uomini ma anche le donne, che «potevano essere molto pericolose», e diversi ordini della Wehrmacht includevano l’uccisione della popolazione civile, per esempio se quest’ultima forniva ai partigiani generi alimentari. Infine lo stesso Göring ha ammesso che il presunto ferimento del suo commilitone da parte di un partigiano sarebbe avvenuto solo dopo che la sua squadra aveva già ucciso un gruppo di donne. Rimane da affrontare un’ultima questione, il diverso comportamento dei soldati nelle frazioni più lontane dal centro del paese (Argentiera, Sennari), dove le persone furono rastrellate e indirizzate verso il paese (all’Argentiera) o a Valdicastello (a Sennari). Alcuni borghi poi non furono interessati dall’azione tedesca (Bambini, Case di Berna e Vallecava). Si è dedotto da tale circostanza un cambio di atteggiamento dei tedeschi: fino ad un certo momento la loro azione si sarebbe limitata all’incendio di case o capanne, e al rastrellamento di persone inviate verso Valdicastello o alla Vaccareccia, dopo lo sparo del fantomatico colpo di fucile il rastrellamento si sarebbe trasformato in strage. Ma, oltre alle considerazioni sopra svolte, è difficile individuare un’ora precisa dopo la quale il massacro sarebbe cominciato (le testimonianze in merito sono comprensibilmente poco precise); inoltre altre considerazioni, di natura più strettamente tattica, potrebbero spiegare un simile comportamento, ad esempio l’esigenza di restringere il perimetro del campo di operazioni prima di dedicarsi ad operazioni di sterminio di massa, che comunque avrebbero occupato tempo ed attenzione dei reparti impegnati. Si consideri che Argentiera è sull’altro versante rispetto alla foce che immette nell’anfiteatro di Sant’Anna, Case di Berna sono il gruppo di abitazioni, sulle pendici del monte Gabberi, più lontane dal centro del paese, e Vallecava è un colle relativamente periferico (oggi vi è situato l’ossario). In ogni caso, una differenza di comportamento delle truppe è rilevabile anche fra le varie località dove non furono commesse uccisioni: all’Argentiera le persone furono avviate verso Vaccareccia, ai Bambini non fu commesso alcun atto di violenza e anche le abitazioni furono risparmiate (tanto da giustificare il sospetto degli abitanti di Sant’Anna che ciò fosse dovuto alla presenza in quelle case di parenti di fascisti), le Case di Berna e Vallecava furono evitate, a Sennari l’intervento di un ufficiale evitò la strage già decisa.
È difficile, oggi, dare conto di queste differenze di comportamento, che non trovano una spiegazione, tuttavia, neanche secondo la tesi di chi vorrebbe trovare in esse la dimostrazione di un cambiamento di atteggiamento da parte tedesca nel corso delle operazioni a Sant’Anna. Un’ipotesi potrebbe essere quella avanzata da Carlo Gentile: «la parte di gran lunga più consistente delle uccisioni si svolse nel settore occidentale, quello più vicino alla zona d’accesso del battaglione Galler. Questo potrebbe significare che nel settore orientale furono impegnate altre unità, con un diverso atteggiamento verso i civili». L’ipotesi è peraltro applicabile alle borgate di Sennari e Case di Berna, non a quella ai Bambini.
Le modalità dell’azione di rastrellamento-sterminio di Sant’Anna di Stazzema sono d’altra parte le stesse che verranno attuate qualche giorno dopo, il 19 agosto, a Valla, e il 24 agosto a Vinca (entrambe in comune di Fivizzano, sulle Apuane), e oltre un mese dopo a Monte Sole: la zona da «rastrellare», che in molte testimonianze viene indicata come «zona nera», rappresenta il perimetro entro il quale chiunque venisse trovato, fosse bambino, anziano o donna, era considerato un «nemico» da eliminare. Essa veniva circondata da uno schieramento di forze più o meno imponente, a seconda della sua ampiezza; quindi vi penetravano truppe scelte, normalmente appartenenti ai reparti più «agguerriti» in questo genere di azioni finalizzate allo sterminio. Una volta arrivati in posizione i vari reparti, cosa segnalata spesso da razzi, il massacro aveva inizio.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica il dolore animale il 12 agosto 2011