Il fegato di Prometeo

Sergio Nelli



Cappello
Ero sudata, sporca. Guardavo l’orologio a muro dell’ufficio, il borsone sotto il tavolo. Il tempo passa comunque. Alle 16 in punto sono uscita e ho trovato Erni in perfetto orario, con la macchina parcheggiata sotto l’ombra di un albero. Ho messo subito le gambe in alto, i piedi appoggiati sul cruscotto. Dopo più di due ore di viaggio siamo arrivati sulla spiaggia e abbiamo fatto il bagno. L’acqua era fantastica, limpida e calma. Si vedevano nitidamente i sassi, gli scogli e le zone sabbiose. Ho nuotato a rana a lungo, prima verso la spada di sole e poi tornando a riva. Era tale la voglia che spesso mi davo un colpo di reni, scivolavo sott’acqua e riaffiorando soffiavo e mi godevo tutto. Mi sono immersa un’ultima volta prendendo molta aria e scivolando su una macchia d’alghe che ondeggiavano lentamente.Il sole faceva brillare il verde, mentre le zone d’ombra producevano un colore più profondo e quasi nero. C’erano aloni violacei e perfino rossi. Erni era uscito presto, leggeva il giornale, fumava. Mi sono stesa accanto a lui mettendomi lo zaino sotto la testa. L’ aria calda asciugava velocemente. Ci siamo avvicinati sistemandoci meglio nella sabbia, gli ho fatto posto sullo zaino, abbiamo steso il pareo verde usandolo come coperta, gli ho tolto il cappello a tesa e l’ho messo sopra le nostre teste unite. Allora ci siamo addormentati e al risveglio la spiaggia lunghissima pullulava delle lucine dei pescatori.

Oort
Ho le labbra porpora. Avevo provato un glitter chiaro, ma non andava. Per gli occhi due belle strisce nere, un filo di ombretto e rimmel, del fondotinta bianco, del fard rosso sulle guance (con un effetto un po’ alla francese). Mi sono messa una gonna jeans nera e una maxi tshirt color fucile, lo scollo un po’ ampio (ma non a barchetta), le maniche lunghe con un risvolto. Ci vogliono gli orecchini a bilancia e delle scarpe col tacco. Come intimo ho delle brasiliane e una canotta con spalline di seta. Marco mi ha mandato un messaggio alle 19. Ci sei? diceva. Eccome! Sono trafilata in bronzo. Sono fanatica. Dopo la cena, lo so, faremo l’amore. Come sarà, come ci arriveremo? Non ho messo reggiseno. Sto in pensiero per me e per lui. Ho un bel culetto anche se non ho petto. Sarebbe meglio il letto piuttosto che la macchina. Sarebbe meglio una stanza con una bella finestra, invece che l’auto difesa così così dagli sguardi, smossa da onde d’aria in qualche piazzola, o esposta in isolamento a un occhio satellitare. Sarebbe meglio rimandare! Mi sono infilata una mano dentro i pantaloni: lei è a posto. La stessa mano l’ho messa alla bocca e ho alitato. Ho mandato un messaggino al mio fratellone che non sta bene. E’ tornato da solo in una casa in affitto da cui si vedono solo capannoni o macchine nuove fiammanti in vendita dietro grandi vetrate. Forza fratello! Ci manchi, a me e alla mamma. Non ci siamo ancora abituate! Per la rabbia mi sta uscendo una lacrima. Da un occhio solo! Le lacrime prendono prima il rimmel, poi la matita, rigano il fondotinta e il fard, mi arrivano fino al collo e si acquattano spandendo il loro orlo bordato. Ora devo restaurare e non è facile far sparire questo tatuaggio involontario che, con un vortice al centro e due braccini incurvati, sembra la nuvola di Oort.

Conto alla rovescia
Guardavo una partita di calcio. Stavo sdraiato sul divano con le gambe sollevate su un bracciolo, c’era una finestra aperta, mi distraevo con le nuvole, con le antenne sui tetti, con i miei piedi che si muovevano all’aria... Così mi è partito un conto alla rovescia. Dieci, nove, otto, sette ecc. fino allo zero che non si nomina; e la cosa si è ripetuta diverse volte nello stesso giorno, per esempio appena ho toccato il letto per dormire. In quel caso ho usato anche le dita delle mani.

Osservata
Ho avuto l’incidente con la mia macchina mentre andavo a trovare il mio amante. Un attimo prima di uscire dal coma sognavo di essere su un autobus che saliva verso Fiesole. Mi sentivo osservata, fissata. Ero in piedi attaccata al corrimano, guardavo il cielo, le colline e giù a valle, senza vedere niente. Avevo in gola un sapore di carne bruciata e non mi reggevo bene sulle gambe.

Il fegato di Prometeo
Sono uno scrittore esordiente. Avevo finalmente deciso il titolo del mio primo libro ma mi sono accorto all’ultimo momento che somigliava paurosamente a quello già usato dal poeta e pittore praghese Jiri Kolar (Protivin, 24 settembre 1914 – Praga, 11 agosto 2002)








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 5 agosto 2011