Il migliore della sua generazione

Simona Castiglione



Vincenzo allunga la mano verso il mouse – sta per iniziare una breve mattina di lavoro; alle undici deve andare al Gefab e poi entro le tre essere all’università. Si era mai accorto di quanto la sua mano fosse contorta e nodosa? Le vene cianotiche sembrano sul punto di esplodere fuori dal telaio osseo dell’arto, vive e pulsanti. Vincenzo se le tocca e immediatamente pensa ai lacci emostatici. Ultimamente ne ha visti una quantità impressionante. Anna la bucano in continuazione al Gefab. Non sanno più da dove prelevarle il sangue, quel poco che le resta. Che bisogno hanno di controllarla così ossessivamente? A volte Vincenzo vorrebbe soltanto che la lasciassero tranquilla a esplorare per intero il suo coma ipoglicemico e ipocalorico: chissà, magari i sogni la aiuterebbero. Ma così, continuamente interrotta da medici zelanti al seguito di professori pronti a giudicare il loro operato, dev’essere difficile perfino sognare.

"Papà ha avuto un ictus…"
"E come sta?"
"Male, sta male, Vincenzo, e come deve stare? Sta in ospedale, sta. La mamma è andata nel pallone, qui mi devo occupare di tutto io. Puoi tornare per un po’? Almeno stavolta."
"Rita, sono nel bel mezzo dell’editing del mio libro e devo preparare il seminario alla Sorbona, lo sai che non posso mollare tutto adesso"
"Sei il solito egoista, fai schifo proprio Vincenzo"
"Ah Rituccia, non dire così; appena mi libero un po’ vengo"
"Ma è adesso che servi. Non ci sei mai quando servi"

Lagne, lagne, lagne e solo lagne da Rita. Vincenzo mette giù il telefono e pensa: il papà è stato colpito sul lato destro del cervello e non riesce più a parlare. Va grassa se biascica il nome della mamma o il suo. E siccome lui se lo ricorda come un uomo dalla dialettica spigliata, francamente non ha voglia di andare e vederlo sputacchiare mentre si sforza di dire "Vincenzo". E poi lui sono anni che l’avverte, quando lo vede con la web cam sprofondato nella sua poltrona – Smettila di mangiare tutti questi cibi grassi, e fai un po’ di moto. Non vedi come ti stai riducendo? Sembri un elefante con la paresi −. Detto fatto, papà adesso è immobile su un intero lato del corpo.

Vincenzo pensa tutto questo in francese perché è parigino.
In realtà lui è di Campobasso, ma ormai vive a Parigi da vent’anni. Ne ha quasi quarantacinque e pensa e sogna praticamente soltanto in francese. Rare volte in dialetto: se tornasse nella sua città non riuscirebbe più a usare il campuvascese con la stessa scioltezza di quando era ragazzo. Il fatto è che non ci torna da quasi un decennio.

Così si limita a parlare al telefono con la mamma, senza peraltro riuscire a consolarla, e a salutare suo papà che rimane muto dall’altro capo del telefono (non vuole pensarlo con le lacrime che gli rigano le guance, ma più si sforza di allontanare quell’immagine, più lei si staglia nitida nelle sue sinapsi).

Il libro che ha in uscita è troppo importante per lui. Non è il primo saggio che dà alle stampe. Quando era un giovane e promettente studente alla Bocconi aveva pubblicato un libro sul mobbing: erano i primi anni ’90, l’argomento era ancora poco indagato, meno che mai codificato. Vincenzo aveva raccolto diversi esempi, alcuni tratti dalla realtà, altri inventati ma inventati bene, e aveva creato una tassonomia a larghe maglie che gli aveva fruttato una certa notorietà nell’ambiente intellettuale. Aveva avuto così la prova di un sospetto che, dentro il suo animo rapsodico e onnicomprensivo, aveva sempre coltivato sin dall’infanzia: nominare e descrivere le cose serve ad attribuire loro uno status di realtà. Il mobbing è il mobbing come una rosa è una rosa. Se c’è una qualità che a Vincenzo non si può proprio negare è una lungimiranza quasi da veggente; solo che lui si ostina a trattare le sue intuizioni come evidenze scientifiche affannandosi a suffragarle con prove, calcoli e statistiche. A volte pensa che sarebbe meglio lasciarle lì, appese a un foglio di carta o a un byte, quelle sue osservazioni visionarie, come se provenissero da una fonte di verità alternativa o fossero un teatrino delle ombre cinesi dietro il velo di Maya.

Da quando si è trasferito a Parigi ha pubblicato un secondo libro, in francese, dal titolo pretenzioso: L’économie des corps. Era un tentativo di creare un paradigma di pensiero e un modello di calcolo sulla valutazione economica del corpo delle persone inteso come forza lavoro, come oggetto di mercificazione, come strumento di marketing, come oggetto di cure o di incurie di vario genere (la salute, l’estetica etc.). Il saggio in sé è stato un flop a livello di vendite, ma gli ha fruttato qualche conferenza in giro per l’Europa.

L’ultimo, in inglese, ha il tema più intrigante di tutti, quello che Vincenzo studia e sperimenta da anni, a volte utilizzando se stesso come cavia da laboratorio: Il titolo provvisorio del saggio è Body dematerialization both in physical and virtual world. Il concetto di fondo, attorno al quale Vincenzo costruisce l’impianto economico, etico ed estetico del saggio, è l’inutilità del corpo come vettore di comunicazione nell’era moderna.

"La potenzialità che ha il mondo digitale di divorare il corpo fisico fino all’osso comporta un notevole aumento dei disturbi alimentari, in qualche modo collegati all’uso costante delle nuove tecnologie": così si apre uno dei paragrafi del suo saggio. Quando riflette su questo concetto, Vincenzo è pervaso da un’immagine infantile che non lo molla: il videogioco di Pac-man che aveva da bambino, una sfera che mangia altre sfere inseguita da fantasmini.

La possibilità di comunicare in maniera incorporea suscita nella mente di Vincenzo un circo di immagini, una sfilza di chimere: la prima, la più ovvia, è l’uomodonna, ma poi anche il bambinoanziano, l’uomoanimale, l’alienoumano. Negli ultimi anni l’immagine che insiste di più è quella del corpo che si scarifica, che trascende se stesso, mantenendo intatte solo le funzioni per comunicare: un dito per la tastiera e uno o due occhi per il monitor. Ė proprio su questo che il saggio di Vincenzo s’incentra, e con il saggio la sua intera esistenza. Spingerla fino al punto in cui l’unico bisogno primario resti quello di comunicare, aboliti o ridotti tutti gli altri.

Il divario fra il reale e l’ideale rimane comunque piuttosto frustrante per Vincenzo, non foss’altro per la terribile voglia di scopare che s’impossessa di lui quando alcune studentesse lo chiamano professeur Mastrangelò. Quand’è così si accorge che del suo corpo fisico non ha nessuna intenzione di fare a meno. Non per il momento, in ogni caso.

Vincenzo ha mandato le bozze di Body dematerialization… a un professore della Sorbona del dipartimento di filosofia e lui l’ha chiamato, persino prima che il libro uscisse, per tenere una conferenza ai suoi studenti, e poi un seminario di due giorni come visiting professor.

Vincenzo a otto anni era un bambino felice e rotondo.
I suoi genitori avevano un ristorante, Al Ghiottone. Dopo la scuola Vincenzino andava al ristorante e pranzava. Suo padre gli versava anche due dita di Biferno. Lui tornava a casa a riposarsi tutto stranito e intontolito dal cibo e dal vino.

I problemi iniziarono con la pubertà: il fatto di essere grassoccio non gli andava più bene: le ragazzine non lo guardavano e i maschi lo prendevano in giro: "Si nu cicciabomb".
Vincenzo diventò cupo e solitario. Ma era intelligente. Per lui studiare non era mai stato un problema, anzi non era mai stato affar suo: aprire i libri a casa per ripassare non gli serviva. Gli bastava ascoltare l’insegnante in classe e si ricordava tutto.

Così intelligente che il padre decise di fargli provare il test d’ingresso per la Bocconi. Come previsto Vincenzo lo superò brillantemente e si trasferì a Milano in un monolocale sui Navigli. Tutto regolare, come c’era d’aspettarsi, il figlio brillante a studiare fuori sede, la figlia spenta in casa a imparare il mestiere dei genitori: la ristoratrice.

Non durò a lungo: la crisi economica e un po’ di pasticci finanziari fecero fallire l’impresa di famiglia. Il ristorante del signor Mastrangelo venne chiuso e Vincenzo si ritrovò da studente benestante a studente in braghe di tela. Si trasferì in un appartamento in condivisione in via Paolo Sarpi e cominciò a stare male col cibo. Era capace di mangiare tre panini con la mortadella al pomeriggio e poi per cena farsi due etti di pasta al sugo. Trovò un look che lo valorizzava: sopra i pantaloni della tuta indossava delle tuniche come quelle che portano i tunisini, i capelli li teneva lunghi e boccoluti – li aveva neri e folti come quelli di una donna − e poi il modo di fare, la battuta pronta: Vincenzo era forte coi soprannomi, coi calembour, coi giochi di parole. Dialettica pura in un metro e settanta di altezza per 90 chilogrammi. Insomma sapeva come affascinare l’altro sesso. Passava di ragazza in ragazza con la stessa bulimia che lo spingeva a ingozzarsi di sfilatini e focacce.

Finché non conobbe Anna, anche lei di Campobasso, anche lei bocconiana e anoressica del tutto, il suo ideale di donna, senza sedere, senza seno, senza fianchi ma con le gambe sottili e i capelli lunghissimi. Fu lei che gli insegnò i trucchi base per perdere peso e non riacquistarlo più: fondamentalmente, eliminare dalla propria esistenza il pensiero stesso dei carboidrati. Inizialmente non fu facile per uno come lui, abituato alle pizze e alla pasta di casa, ma poi vedendo come il suo grasso tenace fatto di annosi depositi andava lentamente smaterializzandosi, cominciò a prenderci gusto.

Un’estate Vincenzo portò Anna a conoscere i suoi genitori. Un po’ si vergognava di avere un padre grasso e diabetico e una madre tettona. Soltanto sua sorella minore era secca, però assemblata male: un tronco stretto con poche tette e la vita sottile, ma i fianchi, nascosti da maglie informi, assolutamente spropositati.

Insomma, la portò a pranzo una domenica. Anna non mangiò quasi nulla. Papà la guardava come se venisse da Marte e poi, molto gentilmente, disse ad alta voce, mentre erano ancora a tavola: "Vince’, ma chista che misura porta e’ reggipetto? A mezza?". Meno male che Anna non si offese, perché era una ragazza intelligente, anzi super. Vincenzo la trovava geniale e perfetta per lui.

C’è da dire che su questo Vincenzo è sempre stato un uomo generoso: trova almeno un motivo di bellezza in ogni donna che incontra, perfino nei suoi difetti, come i poeti barocchi che componevano sonetti su donne gobbe, occhialute o sudice. Possono piacergli gli occhi chiari ma anche il culo basso (che lui ammira incondizionatamente senza aver mai capito il perché), o il naso che preferisce lungo e importante, "sesquipedale" come ama definirlo lui.

Da quando ha stabilito di rinunciare per sempre a zuccheri e carboidrati (e anche ai suoi boccoli neri da spagnolo del siglo de oro: scomparsi assieme al grasso in eccesso), è il rischio a insaporirgli l’esistenza, come quando va a letto con le sue studentesse o con le colleghe sposate.

Anna ha accettato il tipo di amore che lui le ha prospettato "libertà e perline colorate, questo è quello che io ti darò, e la sensualità delle vite disperate…", e l’ha fatto suo. Anna e Vincenzo sono una coppia aperta, ma rimangono insieme come i cardellini abituati alla cattività. Qualcuno gli ha aperto la porticina della gabbia, ma loro non escono se non per qualche svolazzata in giro per casa. Quando sbattono con le ali sul soffitto o contro il vetro di qualche finestra, tornano in gabbia.
Insieme hanno deciso di andare a Parigi, perché in Italia, terminati gli studi, non sapevano più che fare. Sbocchi lavorativi non ce n’erano, neanche per loro due laureati magna cum laude.
A Parigi Anna ha seguito un master e poi ha cominciato a tenere delle docenze a contratto. Per lui è stato un po’ più difficile inserirsi, data la specificità dei suoi interessi.
C’era di buono che per Vincenzo l’ago della bilancia scendeva sempre di più. Quando raggiunse i 60 kg, lui e Anna fecero una festa solo per loro due, a base di porno e vodka.
Adesso non si pesa da qualche mese, ma i vestiti e il viso smunto e irradiato dalle rughe, gli dicono che deve essere sceso un bel po’ ancora, forse addirittura sotto i 55.

Un anno fa Vincenzo si prese una cotta terribile per Danielle, una ricercatrice che sapeva suonare la chitarra e cantare le canzoni di Brassens accompagnandosi con pochi accordi piazzati al momento giusto.
Vincenzo la trovò tanto sexy ed eccitante che decise di provarci, anche se lei era la donna di uno dei suoi più cari amici. Lei rimase incantata dai suoi spartiti di armonie e dissonanze dialettiche. Si incontrarono un pomeriggio a casa di Vincenzo: Danielle era un donna giunonica col busto tornito e le gambe a forma di tronco. Non era proprio il suo tipo ideale, ma le sue erezioni non avevano mai richiesto la perfezione. Danielle era nuda davanti a lui, mentre lui si spogliava; si sfilò la maglia, i pantaloni, rimase in mutande e fu allora che gli parve di vedere sul viso di Danielle l’ombra di una smorfia di disgusto. Che poi si trasformò in dispiacere: "Non posso, Vincenzo"
"Perché, che problema c’è?"
"Non me la sento di toccarti" e già si rimetteva il reggiseno "sei così piccolo… voglio dire magro, se ci abbracciamo ho paura di romperti qualche costola" e poi, sorridendo "scusami sai, ma non può funzionare: siamo come la donna elefante e l’uomo lepre del Kamasutra. Un accoppiamento caldamente sconsigliato"
A questo punto si era già rivestita per intero. Vincenzo ancora in mutande, sbigottito e infreddolito, la accompagnò alla porta di casa e poi liquidò il tutto nella sua mente con un fragoroso "macchittesencula!".

Da qualche tempo le cose gli girano bene sul piano lavorativo: ha ottenuto una borsa di studio presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales e il saggio in inglese è arrivato come la ciliegina sulla torta.

Poi la torta gli si è sfaldata fra le mani quando Anna ha avuto un collasso con arresto cardiaco ed è stata portata prima al pronto soccorso e poi smistata verso il Groupe d’Etude Français sur l’Anorexie et la Boulimie, dati i suoi 43 kg per un metro e sessantotto di altezza.

Quello che Vincenzo non ha detto al padre, muto e malato, né alla madre né a Rita è che Anna la cardellina ora è in ospedale, che è uscita dalla loro gabbia di coppia perché adesso è il suo corpo a fargli da gabbia. Vincenzo avvolge una mano attorno ad Anna distesa, col braccio la solleva un po’ delicatamente, facendo attenzione a non staccare i tubi del sondino e dell’alimentazione artificiale. Con un dito esplora le cavità fra le costole ma è del tutto inutile: là dentro lui non può entrare.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica racconti il 2 agosto 2011