“Peace & Love” di Simone Cattaneo

Tiziano Scarpa



Dieci anni fa partecipai per l’unica volta nella vita alla giuria di un premio di poesia. Mi arrivò a casa un pacco, conteneva un’ottantina di libri, volumetti, grosse antologie personali, raccolte, plaquette, sillogi (fu allora che scoprii che gli addetti ai lavori della poesia chiamano comunemente le raccolte di poesia anche “sillogi”, senza nessuna esitazione né imbarazzo, quell’esitazione o imbarazzo che magari proverebbero nel dire “postremo”, “addivenire”, “allocato”: anzi, ancora oggi, nel terzo millennio, “silloge” è una di quelle parole-distintivo che servono a marcare una giurisdizione: se dici “silloge”, significa che di poesia ne sai, che fai parte del giro). Mi misi a leggere. Dopo un mese mi addivenì un secondo pacco, conteneva un’altra settantina di libri, volumetti, grosse antologie personali, raccolte, plaquette, sillogi. Mi rimisi a leggere.

Alla fine li allocai tutti in una pila, i centocinquanta libri, sul pavimento, addossandoli all’armadio della mia camera ammobiliata con tavolino di cm 63x63, dove scrivevo, mangiavo e a volte facevo anche l’amore (lo facevo, più che per l’amore in sé, perché ero ostile all’espressione “scrivere a tavolino”; ero ostile alla sua connotazione negativa, di recinto separato dal mondo dove si premeditano opere fredde e insincere: per ristrettezze economiche e di spazio, io potevo contare solo su un tavolino, per scrivere, e mi seccava subire, oltre al danno, la beffa di un modo di dire che si permetteva di insultare quel mio recinto di furori; perciò su quei cm 63x63 scrivevo a tavolino, mangiavo a tavolino, facevo l’amore a tavolino, e una volta per un’amica ho sgomberato e ripulito il ripiano perché potesse cambiare a suo figlio il pannolino a tavolino). La pila di centocinquanta libri di poesia mi arrivava all’altezza del capezzolo. Pila di sillogi che al cor t’attesti!

Li avrei tenuti volentieri con me, perché lì dentro c’era veramente un mondo. Strepitose quarte di copertina con impiegati in maglioncino e occhiali, signore con la permanente immortalata per i posteri, insegnanti in pensione, altisonanze, anfratti, aneliti, ideali, brama di purità, sublimi slanci, quanto orribile il mondo, e oh come sordo al bello. Purtroppo dovetti separarmi dalla mia pila quando traslocai in un’altra città. Ne conservai qualcuno, scelti fra i due poli postremi: i più scatenati nell’esibire l’impudicizia caldastra di quelle viscere perbeniste, e i cinque che mi erano sembrati libri di poesia. Cinque su centocinquanta. Percentuale altissima.

Alla riunione della giuria non riuscii a far passare in finale tutti e tre i miei preferiti. Ma mi sorpresi che tutto sommato fossimo d’accordo sul valore di alcuni di essi. Uno di questi era il libro di un esordiente. Queste cose le racconto per due motivi, oltre a quello principale probabilmente già dichiarato da titolo e occhielli di questo intervento (non ho idea di come la redazione intitolerà questo articolo [1]). Il primo è che a me, non so agli altri, ma a me sorprende sempre quando ci si trova d’accordo sul valore di un testo, poetico o narrativo che sia, quando si scopre di avere avuto reazioni simili, pensieri analoghi, osservazioni commensurabili, riguardo a quella cosa, ritenuta così impalpabile ineffabile volatile indefinibile sfuggente o, con un termine logoro, “soggettiva”, che è la poesia. Soprattutto la poesia ancora priva di riconoscimento, di consenso o dissenso critico attestati, dove bisogna esprimere un proprio giudizio senza potersi spaparanzare sull’autorevolezza di una recensione importante. Fai quest’esperienza di lettura, solitaria, idiosincratica, entri in intimità esclusiva, secerni emozioni e chiose, ti fai un’idea: poi timidamente esprimi il tuo parere, lo metti in circolo, e scopri che ci sono altri che di quel libro pensano esattamente la stessa cosa: non è prodigioso? Il secondo motivo è perché non ho intenzione di farmi bello mostrando quanto fui lungimirante e sagace e finemente usmante nel cogliere il valor di tal poeta: perché non fui affatto l’unico: tutta la giuria o quasi, senza averlo mai sentito nominare prima, senza averlo mai visto in effigie né conosciuto dal vivo, aveva riconosciuto a prima vista, nella pila di centocinquanta libri, la forza di quel ventisettenne alla sua prima raccolta, Nome e soprannome (Atelier, 2001). Ricordo che alla prima lettura mi colpì (il verbo va preso alla lettera) questa poesia [2]:

Stanotte di fronte al televisore spento
mi sono messo a ballare con una canna da pesca
un lento tragico e romantico, ho spostato i mobili
del soggiorno e al centro del pavimento ho ammucchiato
quotidiani vecchi, cartoni di latte e qualche
fazzoletto sporco. Poi ho dato fuoco a tutto
e mi sembrava di partecipare a uno di quei balli
studenteschi pieni di gioia e speranza nella vodka
con un chiasso infernale che mi riempiva le orecchie
con il rumore del mare.
Spento il fuoco, qualche ombra fiera e dura
incisa sulle mura, la canna da pesca incrinata
sono rimasto a suonare su una tastiera sgraziata
chissà poi cosa
aspettando di riprendere fiato
e ho pensato di uscire all’aria aperta ma chiudendo
gli occhi il rosso del fuoco divideva ancora
il mio pavimento e non colava a picco,
rimaneva fisso lì a marchiare il territorio
in attesa di tutta la mia miseria.

Devo a quell’esperienza di giurato del premio di poesia Diego Valeri, a Piove di Sacco nel 2002, l’incontro con la poesia di Simone Cattaneo, Nome e soprannome, e quindi anche con il successivo Made in Italy (Atelier, 2008). Non ho mai conosciuto di persona. Non l’ho visto alla cerimonia di premiazione dei finalisti del premio, non potevo essere presente. Non ho fatto in tempo a incontrarlo prima della sua morte, tre anni fa, della quale non parlo perché ne so troppo poco.

Così in questi giorni ho ricevuto con grande piacere (“piacere” non va bene, bisognerebbe metterci qualcosa di meno epicureo: “felicità” è troppo festoso, “gioia” è pretesco, “brivido” e “intensità” sono troppo in posa; insomma, ho ricevuto nel senso più pieno del termine) Peace & Love, pubblicato quest’anno da Il Ponte del Sale: il libro contiene le prime due raccolte, Nome e soprannome e Made in Italy, e una terza che era ancora inedita, per l’appunto Peace & Love. Ci sono anche tre pagine con le foto di tre poesie manoscritte di pugno dell’autore (riferita a Cattaneo, la consunta espressione “di pugno” si rivivifica risultando appropriata). Ecco una poesia da Peace & Love:

Ho percorso queste strade così spesso che potrei chiamare
[veranda
quel lavaggio macchine distrutto ricoperto da lamiere bollenti,
dove un vecchio marocchino con i denti consumati come
mozziconi di sigarette cerca sempre di togliersi qualcosa dalla
[bocca
con un chiodo da falegname, fra arredi domestici e molle e
materassi allineati così bene da sembrare piste di atterraggio per
aeroplani di ricchi sultani.
Adesso lo vedo il mio vecchio amico che trascina nella sua
[baracca
un calorifero avvolto in una coperta militare, mi fa un cenno
[con la testa,
mi invita ad entrare.
Cinque sedie da pic-nic, una lampada al butano con paralume
[di rame
e poi sempre le stesse cose.
Mi dice solo – Sarebbe fantastico se Milano avesse tutti i cinema
[porno sempre aperti –.
Grande rispetto per i vecchi, niente da dire. Eccone un’altra:

Le ragazze più belle ballano nel centro della discoteca
con un crocefisso appeso nell’elastico alto delle mutandine, a
[riprova
del loro amore acceso verso dio e il cazzo, sicure di non
precipitare dal montacarichi di un palazzo e di non dovere
mai lavare vestiti in consunti pneumatici trasformati in tinozze.
Bramano un uomo che sappia muovere bene il bacino a ritmo di
R&B, indossare un cappello con nonchalance e sfilare in un
ristorante con un completo di Armani. Ormai l’alba crolla e
[il cielo si
dissangua in feroci miraggi.

Un’altra: Vieni figlio mio, portami cento occhi in un cesto da frutta e poi
vestiti da donna, ungi il tuo corpo su quei muri pieni di cocci
di bottiglia sotto i riflettori di una scintilla e spompina ogni
profugo che incontri, buttati dal quinto piano di un palazzo per
[cercare
un taxi, muovi i tuoi fianchi e il denaro non ti mancherà figlio mio,
orgoglio mio, fissa il movimento della luce in soffitta e traine
beneficio, è lunga la strada che porta all’estinzione
e tu non hai nessun diamante da fare sventolare nei capezzoli.
Guadagna e prosegui, siediti sui rami e cerca di farti crescere il
[seno,
devi avere iniziato da queste parti fra le sere spuntate e tre
biliardi in fiamme.

(Questa parentesi contiene alcuni minuti di silenzio). (Fine dei minuti di silenzio). Tempo fa ho visto un documentario della BBC su Gustav Klimt. Faceva parte di una serie dedicata ai più grandi artisti di tutti i tempi. Più che illustrare opere e scelte estetiche, la voce narrante fuori campo del documentario faceva notare, con sussiego british, quante amanti avesse Klimt, quanto fossero promiscui gli artisti di quell’epoca, in che modo Freud interpretasse tutto alla luce del sesso negli anni sfrenati di quella città arrapata e lo praticasse indebitamente con le sue pazienti, quanto si scopasse nella Vienna fin de siècle e quanto si continuasse a scopare all’inizio del Novecento, perché Vienna all’epoca era un bordello a cielo aperto e per le strade non si trovava nient’altro che gente ingroppata a mucchi… “Ecco un ottimo, e buffo, esempio di proiezione”, mi dissi, “tienilo a mente: un documentario che promette di parlare di grande arte, in una serie dedicata alla grande arte, e che parla di sesso dall’inizio alla fine, naturalmente attribuendo questa ossessione agli altri.” Mi è tornato in mente adesso perché, non so, ma la poesia di Simone Cattaneo fa tante cose che, per quel che ne so io, per quel che ho capito io, non fa gran parte della poesia italiana attuale, ma che molta poesia italiana attuale vorrebbe tanto saper fare e poter fare, ma non le sa fare per tanti motivi, perché non ne ha la forza o il coraggio o perché non glielo consente il culturalismo che la invischia e impiastra e trattiene e risucchia e affonda ma che le permette pur sempre di vivacchiare pubblichicchiare polemizzicchiare agonizzicchiare… Magari è una scemenza, uno scrupolo gratuito, ma non vorrei che, quando Simone Cattaneo, come spero e confido e peroro, verrà riconosciuto e letto quanto merita, non vorrei che si applicassero meccanismi proiettivi alla sua poesia, innescati dalla repressione poetica nazionale. O forse va bene lo stesso, forse è anche così che i poeti vengono ascoltati: proprio perché dicono quel che il resto della loro epoca vorrebbe dire, ma non è in grado di farlo. Però non voglio finire con le mie parole, allora eccone un’altra:

Arrivano stranieri bramosi di niente dagli altri continenti,
mi auguro non si integrino ma sgozzino i nostri ragazzi,
violentino le nostre donne chiuse in chiese, palestre e discoteche,
mi ammazzino per primo sarà un piacere, basta sorrisi avvizziti
al gin, sconfinamenti nei campi magnetici, non mi interessa se
la statica si equivalga alla dinamica, è giunta l’ora che i
rottami privi di sesso dai dialetti strani: albanesi, criminali o
calabresi brucino questa nuova Milano di Averna e cambiali,
[nessuna
visione metaprospettica, vivono in macchine abbandonate in balìa
del gelo, torce di immondizia, corpi vivi ma già in avanzato stato
di decomposizione. Milano ti amo dalla ’ndrangheta al Cenacolo
[Vinciano
ma sentire una vecchia canzone alla radio e poi ringiovanire
di dieci anni non serve a nulla, è un saldo di fine stagione
dieci Tavor da un ml e due litri di vino bianco non fanno più la
differenza è solo un vapore che ti assale alle spalle:
è un verde chiaro lo sfondo di questo giorno.

Simone Cattaneo, Peace & Love, Il Ponte del Sale, pp. 123, 15 euro.
Il numero 67 della rivista “Atelier” (settembre 2012) è dedicato alla poesia di Simone Cattaneo, con numerosi contributi e saggi.




[1] Questo articolo è stato pubblicato su “La lettura” del Corriere della sera del 23 settembre 2012.

[2] La riga predeterminata in questo sito a volte è troppo breve per contenere la lunghezza dei versi di Simone Cattaneo. Un motivo in più per leggerli nell’edizione cartacea di Peace & Love.





pubblicato da t.scarpa nella rubrica poesia il 4 febbraio 2013