La poesia di Osvaldo Lamborghini

Andrea Amerio



Ho tra le mani Il ritorno di Hartz e altre poesie, copia staffetta delle poesie di Osvaldo Lamborghini appena finite di stampare da Libri Scheiwiller, in libreria tra un paio di settimane. È un buon libro, carta morbida, bello flessibile; e sono contento, grazie a Massimo Rizzante, curatore e traduttore della raccolta, d’aver chiuso questa fase della mia vita editoriale pubblicando per la prima volta in Italia un autore di questa “caratura”.
Lo sono ancora di più perché Lamborghini oltre che un assoluto eccentrico, fu anche un escluso: più che un poeta della decadenza estrema, un poeta della rovina. Particolarmente adatto ai tempi. Mi fa venire in mente quella frase di Bazlen: “se qualcosa non vuole morire, che crepi”. Nato a Buenos Aires il 12 aprile 1940 e morto a Barcellona il 18 novembre 1985, oggetto di ripudio o adorazione, in ogni caso, come ricorda César Aira, Lamborghini “semplicemente era rimasto fuori della cultura ufficiale … e non aveva perso granché”.
In copertina c’è un’illustrazione di Paul Andreas Weber, molto cupa, dove si vede uno scarafaggio con la divisa da poliziotto che sbuca da un tombino. Nera quanto l’autore. Ma lasciamo che a presentarlo sia Roberto Bolaño: “Lamborghini è una piccola scatola dimenticata sulla credenza della cantina: una piccola scatola di cartone piena di polvere. Ora, se uno apre quella piccola scatola, ciò che ci trova dentro è l’inferno”. Si scusa di essere melodrammatico, ma con Lamboghini, dice Bolaño, gli “succede sempre così”.
Poi parla delle tre correnti della letteratura argentina: due sono note, una è segreta. La prima fa capo a Soriano, la seconda a Arlt. “La terza linea della letteratura argentina attuale o postborgesiana è quella aperta da Osvaldo Lamborghini. Questa è la corrente segreta. Segreta come lo fu la vita di Lamborghini che morì lasciando come esecutore letterario il suo discepolo più caro, César Aira, che è un po’ come se topo di fogna lasciasse come esecutore testamentario un gatto affamato. … Non c’è parola di descrivere la sua opera senza cadere nel truculento. La parola crudeltà le calza come un guanto. Anche la parola durezza ma soprattutto la parola crudeltà. Il lettore non avvertito può vederla come un gioco sadomaso uscito da uno di quei laboratori di scrittura che anime caritatevoli dalla vocazione pedagogica organizzano nei manicomi. È verosimile, ma è ancora poco. Lamborghini è sempre due passi più avanti (o due passi indietro) dei suoi inseguitori. … Oggi che è tanto di moda parlare di nichilismo anche se la gente quando ne parla si riferisce ai terroristi islamici che di nichilista non hanno proprio nulla, non sarebbe fuori luogo visitare l’opera di un vero nichilista. Il problema di Lamborghini è che aveva sbagliato mestiere. Gli sarebbe convenuto fare il sicario o il marchettaro, o il becchino, tutti mestieri meno complicati che tentare di distruggere la letteratura. La letteratura è una macchina corazzata. Non gliene importa nulla degli scrittori. A volte non si accorge nemmeno se sono vivi. Il suo nemico è un altro, molto più grande, molto più potente, un nemico che finirà per farla a pezzi. Ma questa è un’altra storia”.

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Lamborghini aveva una teoria sui romanzi lunghi e insisteva sul fatto che tutti i grandi romanzi fossero attraversati da un motivetto, “un po’ di musica”, una piccola frase “molto carina”, un verso prosastico (che fosse il senso della sonatede Vinteuil?): per esempio il motivo di Delitto e castigo è “Per dimostrare di essere Napoleone, uno studente deve uccidere un vecchio del banco dei pegni”. “Mi ricordo” dice Aira, il gatto affamato, “che dopo aver trascorso un po’ di tempo a casa con i genitori aveva recuperato e riletto libri della sua infanzia tra cui David Copperfield”. In un passaggio sottolineato si legge di David accompagna la madre per nutrire i polli; getta il mangime e gli uccelli lo beccano. “Ma il ragazzo guardò le braccia lentigginose della donna e si meravigliò che non preferissero beccare lì”. Evidentemente se ne meravigliò anche quel bambino che “lì” avrebbe trovato la chiave crudele di quel “po’ di musica” che definisce complessivamente la sua opera, straordinaria ibridazione tra Isodore Ducasse conte Lautréamont e Witold Grombowicz (ma anche Sade, Bataille etc.), e una serie di tanti altri autori della letteratura parodica Argentina più o meno conosciuti come Esteban Echeverría, Jose Hernandez, Horacio Quiroga e Lucio Victorio Mansilla. Scrisse un’opera in cui l’umorismo è il perfetto compagno della crudeltà, e insieme si dedicano alla loro attività preferita: l’iperbolica pornografia delle “male parole”: un’opera intrisa di sessualità, energia, sottomissione, umiliazione, transessualità e travestitismo, violenza, scatologia, oscenità, estasi. Dove il ridicolo è il nuovo contrappunto del tragico; di qui le ripetute allusioni a personaggi politici, e all’odiata patria peronista… La sua poesia è un’opera di grande ambiguità, radicalmente antielegeica, e molto difficile da tradurre anche perché usa tutte le risorse della lingua. Come nel verso finale dell’ultima poesia della raccolta, suggello di una singolare poetica ove finezza e trascuratezza non solo non sono antitetiche, o in contrasto, ma si spalleggiano l’un l’altra: “non elegía”, “non sceglieva”.

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Concludo con alcune parole di Alan Paulus, scritte appositamente per l’edizione Italiana: “Nella sua opera assistiamo al dispiegarsi di un’esperienza che sempre di più ci stiamo abituando a coniugare al passato: l’esperienza di una sovranità letteraria brutale, che fa della lingua qualcosa di estremamente opaco, tattile e biodegradabile come un corpo, e dello scrivere un processo quasi chimico nel quale ‘narrazione’, ‘poesia’, ‘saggio’, ‘fabulazione’, ‘personaggi’, ‘intreccio’, sono il prodotto di accumulazioni, precipitati, coagulazioni che si ergono sempre davanti ai nostri occhi, vivi”.

Ora alcuni brani dalle sue lunghe poesie, un assaggio della sua voce nella traduzione di Massimo Rizzante.

Una penna a sfera
Un quaderno.
Sono triste e sbavo
in questo alberghetto
che si chiama Dallas
nella città di Mar del Plata.
I coglioni si perdono – diceva –
quel pazzo di Van Gogh.
Sebbene non comprenda nulla di ciò che leggo,
comprendere mi capitò all’epoca
in cui mi guadagnavo da vivere
e procuravo l’orgasmo
a mia moglie Garba
e avevo perfino una tenuta,
moglie e figli.
E facevo
anche giochi di parole. E
avevo una superba
retorica
da vedetta. E adesso che ho?
Rime, Puré Chef, Psicofarmaci

Per scrivere mi sono vestito
(pioveva) inzuppato fino alle ossa ho fatto ritorno.
Mi sono svestito, di nuovo a letto
a letto di nuovo
Sospeso: ma adesso di nuovo
con la penna e il quaderno.

Sono bagnato, eccitato.
Sbavo:
la mia Bic azzurra
con cappuccio bianco che fa da bandiera

Il mio,
quaderno a righe, a spirale,
marca America

– le lettere ben dritte
prova del mio essere infantile
E,
lo so,
tutta la malafede
la ruffianaggine
della y greca
E Lacan
E Lévi-Strauss
Che ci raccontano ancora una volta la Leggenda
Leggendola

E adesso nel mio nuovo lavoro
di fermapali in un bowling
dal quale di certo mi cacceranno
per essere arrivato ubriaco fino alle mutande
o per non aver avvisato che mio padre era morto
proprio il giorno in cui sono mancato.
Non mi costava nulla telefonare:
nulla costava neppure
al Pagliaccio
al vecchio, attendere

un altro momento
per consegnare il suo culo al monitor e all’infermiera.

Morto in terapia intensiva.
Gli fecero perfino un massaggio cardiaco.
Era pelle ossa e occhi.
Risultò di sesso
maschile, il
gran teatrante, il molto
introdotto: fin dove
poté
Tutta la massa del cadavere pareva
un’escrescenza, un coglione
insensato adesso che si dissolve.
E lui, di certo niente a che vedere con l’universo.
Gli ho visto i testicoli bianchi

e le membra della vecchiaia.

La vita trascorreva come un lago.
Le sponde agitate, il centro muto.
Acqua cieca, povera e accerchiata.

Cristo fuma
Getta il mozzicone e un centurione
lo raccoglie per un’ultima tirata

Tra il calcagno e il miracolo

sono finito anche se non mi annoio
vivo in famiglia e ho sperperato
tutto fino all’ultimo soldo
per quel cazzo di funerale di mio padre.
Sto pensando anche di sposarmi e di scrivere
(«O preferisco ritornare all’ospedale?»)
avanguardie di romanzi come ordina il mio medico e amante.

se sono tornato in questo posto è stato solo per un momento
i miei ex colleghi poeti sapranno perdonarmi
: sono venuto a fumare una sigaretta nel camerino
e appuntarmi già che c’ero un numero di telefono
: la diva un tempo mi ha amato

Come una brava passeggiatrice
ho continuato a passeggiare.
La vita come i denti si perde facilmente.
Ho continuato a battere la strada e quegli alberghetti
tutti uguali
un po’ di droga molto alcol
andando dal medico ogni volta che potevo

mostrando di voler curarmi
senza ingannare nessuno, istrione.
Ma amo le cliniche e gli ospedali
le mani candide dei medici
prive di eros
e perfino la calligrafia delle ricette.
Consumato il loro farmaco
tornavo al mio.
Tutto è cosi semplice
che ci si vergogna perfino un po’.

«Se non puoi scrivere, non scrivere. Stattene tranquillo: non mentirti»
Io so quel che vi dico. Me ne intendo
Ci sono poeti meravigliosi,
leggeteli;
così come io non posso ingannare nessuno.
così, così è difficile,
che voi
mi facciate ingoiare il rospo

Desidero un posto all’accademia delle lettere
o un letto stabile, “cronico”,
in un ospedale psichiatrico.
Desidero una sigaretta.

La mia parola
– l’unica cosa –
può ancora pascolare pecore
e prendilo come un dogma
un koan lamborghiniano:
tutto è più semplice di quello che credete
ragazzi: lapidario

Altre sue poesie su “La cangura” n. 1 2011 (on line su Absolutepoetry 29/7/2011) e “Satisfiction” 29 marzo 2012.








pubblicato da a.amerio nella rubrica poesia il 21 gennaio 2013