Avatar

Lorenza Ronzano



Stralci, scelti da me, di un romanzo di Lorenza Verri intitolato Avatar che uscirà prossimamente presso l’editore Pequod.

Tutto ciò che assomiglia a una narrazione, o a un racconto, io lo aborrisco. Io vedo che i fatti se ne stanno là lapidari, isolati per bene nel loro orgoglio gli uni dagli altri, e mai gli verrebbe in mente di fiatarsi addosso e farsi contagiare a vicenda, mai gli passerebbe per la testa di pressarsi come sardine l’uno accanto agli altri per dare origine a una storia, a un racconto! Io cerco solo di rispettare il fulgore dei fatti.

Credo di essere morta un pomeriggio – saranno state le quattro o le cinque del pomeriggio – in via Cavour. Credo fosse primavera, aprile o maggio, molto probabilmente aprile; ricordo che indossavo una maglietta a maniche corte di cotone morbidissimo, della Max & Co., a righe sottili orizzontoli bianche, blu e azzurre. Non so perché mi sia rimasto impresso vivido nella mente proprio questo dettaglio cromatico. La maglietta non era tra le mie preferite, né mi donava particolarmente. Neppure ci avevo ricavato certe rispondenze spirituali con la situazione che stavo vivendo. Ero disperata, non mi interessavano le rispondenze spirituali tra colori.
Ero disperata perché avevo diciannove anni, mia madre mi odiava, o non altrimenti ero stata in grado di vivere il suo sguardo e i suoi atti nei miei confronti; mio padre cominciava allora il suo declino definitivo, incapace di difendermi. Il liceo era stato un inferno, una trafila di volgarità e bassezze, che subivo e vedevo subire da altri, più deboli o malriusciti di me. Passavo le mie serate in cameretta, seduta alla scrivania, e non pensavo a niente.
Cercavo aiuto nell’alcol e nelle droghe, per darmi un tono, per occupare le mani. Non ero una bella ragazza, così la mia presenza doveva sempre essere giustificata. Ricordo che una sera, a una festa liceale, ero seduta al bancone di un bar in fila ad altre due ragazze, mie compagne. Ci passò a fianco un tipo, si fermò a guardarci e poi disse: “Tu vai bene, tu anche”, riferendosi alle mie compagne, poi guardò me e disse: “Tu no”.
Queste crudeltà mi abbattevano gravemente. Io non possedevo le forze – nessun tipo di forza – per difendermi e continuare a vivere. Non sono una che generalizza facilmente, perché amo raccogliere qualche esperienza prima di incancrenirmi in un giudizio, però certe violenze gratuite mi avevano annullato la libertà di pensare: m’avevano marchiata dentro la convinzione che prevalesse il male.
A quell’epoca ero vergine, e lo rimasi ancora per anni, finché non decisi, umiliata da quella condizione, di accondiscendere all’ancora più umiliante richiesta da parte di un mio coetaneo di sverginarci a vicenda. Successe in un luogo pubblico, all’aperto, presso le aiuole di piazza della Gambarina, di fronte al “Museo degli strumenti antichi”. Avevamo ventidue anni, io mi chiamavo Ada, lui si chiamava Andrea. Non sentii nulla: né male, né bene; guardavo il buio dentro alle foglie dei cespugli, l’odore di terra era uguale all’odore del sangue.

La mia prima palestra si chiamava “Canottieri”, in memoria dell’antico circolo sportivo che un centinaio d’anni fa andava per la maggiore tra le classi agiate alessandrine. Dello sfarzo di un tempo s’era mantenuta soltanto l’ampia metratura del terreno che circondava la struttura al coperto, utilizzata solo in minima parte per campi da tennis semidismessi, che d’inverno sotto i tendoni stinti dalle piogge sembravano grosse sanguisughe smunte. Per il resto i prati erano rimasti incolti, e frammenti di vecchi sentieri sbucavano qua e là tra un bidone dell’immondizia e le botole dell’Amag, come una vasta opera di land art contemporanea che un artista ignoto s’è premurato di non titolare né presegnalare in alcun modo, sfidando l’osservatore a riconoscere il balbettante confine tra mera realtà e opera d’arte.
Andrea Scala fu il mio primo allenatore. Quando gli fui di fronte mi guardò per intero, senza smettere di muovere le gambe sul posto, come se il moto fosse una specie di fuoco sacro da mantenere perpetuamente, e mi domandò: “Che cosa vuoi ottenere da te?”. Io gli dissi: “Voglio ingrassare”. Lui fece una brevissima pausa, poi ribatté: “Ma no, non vuoi ingrassare…ho capito, vieni con me”. Mi portò in sala pesi, mi fece vedere macchine e bilancieri, manubri e panche per addominali. Mi disse che ciò di cui avevo bisogno era tanto riposo, tanto cibo sano e un paio d’ore alla settimana di sforzi “bestiali” – così s’era espresso non senza una certa carica persuasiva. Io non avevo preconcetti né timori, e lo seguii passo dopo passo, senza obiettare nulla e stando attenta a non fargli domande stupide. Gli mostrai il regime alimentare che mi aveva consigliato il dietologo e me l’approvò, premurandosi soltanto d’aggiungere un ultimo spuntino prima di coricarmi, per il quale potevo scegliere tra una mozzarella con un pacchetto di cracker, e mezz’etto di parmigiano con un etto di pane integrale. A me venne da ridere: “Alla faccia di un ultimo spuntino!”, pensai. Equivaleva all’unico pasto completo che fino allora ero abituata a consumare quotidianamente.

Io mi mettevo a tavola con metodo, inspiravo ed espiravo profondamente, come un fachiro alle prese con l’ingoio d’una fiaccola senza batter ciglio, sprezzante dell’estremismo del gesto. I primi giorni avevo creduto di non potercela fare: sentivo i conati di vomito già solo guardando i cibi esposti in tavola, le razioni poste ad arco attorno al fulcro del mio stomaco, come abominevole arcobaleno che voleva svanire ed esaurirsi in me. L’odore della pasta soprattutto non riuscivo ad affrontare: sentivo un aroma molle e amidaceo, attaccaticcio e dolciastro che non sapevo da che parte attaccare. Decisi di ignorare l’olfatto. Trettenevo il respiro e ingollavo forchettate di spaghetti conditi a crudo con pomodoro e olio extravergine d’oliva. Senza annusarli andava meglio, ma sembrava che non finissero mai. Un etto e venti di pasta. Centoventigrammi. 1 e 20. Uno e venti. 1,2 ettogrammi: ecco i segni della tortura lenta e molle, che mi infliggevo due volte al giorno.

Dopo la salita stroncante della pasta, il secondo era un’incantevole discesa che il mio corpo percorreva soltanto lasciandosi andare all’inerzia del movimento. Le mie mandibole continuavano a roteare, come stupide pale d’una betoniera, su pezzi di materia scabra e rugosa con cui il mio palato convalescente cominciava allora a riconoscere quell’ancestrale sensazione che la carne prova al contatto di altra carne. Un etto di carne rossa, a scelta tra vitello, vitellone, manzo, roast-beef o cavallo, stemperato dalla letizia di una terrina di verdure crude. Cadavere e fiori.

Con mia madre non era facile: in questa bella favola lei era l’antagonista, che faceva sparire petti di pollo dal frigo, opportunamente tagliati e impacchettati da me con dovizia, o al peggio derideva la mia concentrazione e i miei visibili sforzi nel portare a termine una razione difficile. Si sedeva di fronte a me, mangiandosi un “Duplo” o un “Kinder Bueno”. Mi sbirciava di traverso, e di certo aveva capito le mie intenzioni, così con tono di vissuto cinismo mi diceva di smetterla con quelle forzature, e di mangiare quello che mi piacesse. “Guarda me” – mi diceva inglobando con le labbra mobili un cubetto di “Bueno” dentro la bocca – “guarda come sono bella io a sessant’anni, che ho sempre mangiato solo quello che mi piace!”. In quei momenti la odiavo, avrei voluto che la mia mano e il mio braccio si trasformassero in un trattore che a tutta velocità andasse a schiantarle la faccia contro il muro retrostante. Un volto di madre bidimensionale sulla parete del tinello, come in “Grattachecca & Fichetto”, pensavo, o come i poster di Mimmo Rotella.

Dopo appena tre giorni ero aumentata di tre chili. Ero incredula. Telefonai al mio nutrizionista per dirgli del miracolo, a proposito del quale si sentì in dovere d’informarmi, con splendido tatto, che si trattava in realtà di un fenomeno naturale, e che un aumento di peso così consistente era limitato ai primi giorni, perché era principalmente dovuto alla reidratazione dei tessuti muscolari. Non si trattava dunque di un aumento di massa, bensì dell’effetto dei liquidi che andavano a irrorare un corpo gravemente disidratato. Anche quella volta gli fui enormemente grata, come se le sue delucidazioni obiettive e razionali obliterassero e validassero ufficialmente i miei successi.

Gli allenamenti non mi richiedevano particolari sforzi, e anzi alla fine di ogni sessione me ne andavo negli spogliatoi a fare la doccia con gli angoli della bocca all’ingiù, increduli, come a dire: “Boh, tutto qui?”.
Il mio scheletro e i miei nervi possedevano una potenza e una forza spropositate rispetto alla piccola massa di carne che riuscivo a manovrare con grande facilità, quasi fosse priva d’attrito, mossa da invisibili fili d’acciaio. In poche settimane dovetti aumentare oltre il previsto i carichi di bilancieri e manubri, dal momento che nell’eseguire certe serie di esercizi mi sembrava solo di dover dare la corda a un gigantesco carillon. Danny, l’allenatore più anziano, titolare della palestra, mi consigliava di andarci piano, e mentre passava accanto al mio squat sfilava con gesti esatti e paterni un paio di dischi di ghisa da cinque chili, per poi tornarsene nella saletta adibita alla ginnastica dolce per anziani, che lui seguiva personalmente. Io lo lasciavo fare, poi ricaricavo. Andrea Scala mi guardava, annuiva. Le ore di allenamento erano il mio tempo preferito, perché lo sforzo fisico assorbiva tutte le energie che altrimenti avrebbero continuato ad alimentare a dismisura il mio “io”, la mia ipertrofica interiorità. Tutte le energie psichiche che da anni s’arrovellavano attorno alla mia nuca, in un ronzìo monotono e sfiancante, alimentate dai rimuginii di rabbie e dolori inespressi, trovavano finalmente il loro naturale sbocco, rifluendo lungo le arterie per il corpo intero, come il traffico urbano intasa nelle ore di punta le strette vie del centro, per poi smaltirsi con sollievo di tutti lungo i viali ad alto scorrimento delle circonvallazioni. Le delusioni e i rancori passati mi si erano incuneati e conficcati proprio nel cervello e nella nuca, creando una specie di ematoma nervoso, come un buco nero che continuava ad attrarre a sé tutta la forza del mio pensiero. Lo sforzo fisico stava sciogliendo il grumo delle mie follie interiori che via via cambiavano di colore, da livide a grigiastre, da viola cupo a lilla, da blu a rossastre e finalmente di nuovo rosse.
A discapito dei detrattori del body-building, che lo rimproverano di essere uno sport asfittico e grossolano, io invece, dagli esercizi mirati a stimolare uno specifico gruppo muscolare, avevo imparato che i bicipiti, i glutei, e i polpacci, e i tricipiti possiedono una coscienza e una volontà proprie. Appresi che la coscienza e la volontà, sebbene vengano ascritte all’attività cerebrale, e annoverate tra le più nobili prerogative della nostra mente, sono in tutto e per tutto qualità fisiche. Più di ogni altra cosa facendo gli addominali capii che le viscere sono il centro esatto del corpo, non solo in senso spaziale e strategico, ma anche e in primo luogo per ciò che concerne la gestione del potere e delle priorità vitali. Prima di allora io non sapevo nemmeno di avere i visceri, credevo solo di avere una testa pensante, e che questa testa si desse continuamente il pensiero di mandare avanti come un carrozzone tutto il corpo, fardello passivo e inetto di cui tuttavia non può disfarsi per una specie di tacito adempimento morale. “Per forza di cose ho sempre fatto tanta fatica a vivere finora – spesso pensavo esultante tra un crunch e l’altro – avevo attaccato il cocchiere al traino, e messo i cavalli in carrozza!”, ridevo divertita dallo smascheramento della mia stoltezza passata.
Una cosa interessante è questa: che al culmine dello sforzo, mentre il sudore mi colava dalle tempie e la vista si offuscava, a me pareva che la personalità in cui fino allora mi ero immedesimata e alla quale facevo riferimento come un tram al capolinea per poter a tutti gli effetti dire: “Eccomi qua, io son questo!”, ecco mi pareva che tutta la mia personalità fosse solo un volto stilizzato, scolpito in bassorilievo su un cammeo, che ci si appunta al petto per darsi un tono nelle occasioni più formali. Mi pareva che quel cammeo in cui per routine mi ero abituata a impersonarmi si stesse allora sciogliendo in sudore, e che venisse da questo condotto sotto forma di piccole gocce fino ai confini del mio corpo, in esilio, per abbandonarlo per sempre. In tre mesi di dieta e allenamenti aumentai di otto chili. Sfioravo ormai i sessanta, e assomigliavo alla Nike di Samotracia, ma con una sfumatura contemporanea che faceva virare tutta la mia nuova apparenza al cibernetico. Non c’era alcuna vanità né alcun compiacimento sensuale nel valutare le nuove forme che il mio corpo aveva assunto, perché il mio corpo era e rimaneva in vita per testimoniare innanzitutto una mia volontà, quella di mostrare al mondo come ce la potremmo cavare bene senza amore.

Il corpo elastico, muscoloso e ben proporzionato che m’ero costruita con uno stomaco e una volontà di ferro, mi procacciava ormai gli apprezzamenti degli uomini ma, com’è ovvio che sia, si trattava soprattutto di attenzioni di natura sessuale. Nulla che mi interessasse di meno. Ero piuttosto attratta da gente ambigua, amavo frequentare dubbie compagnie. Per un certo periodo ho seguito un uomo. Era un uomo alto, magrissimo e un po’ dinoccolato, come un burattino con i fili che non arrivano all’altezza di chi li manovra, alla cui presa sfugge cascante. Credo che fosse un funzionario comunale, o che s’occupasse dell’amministrazione di qualche ufficio, perché spesso lo vedevo sbucare dalle stradine laterali che conducono al palazzo del Comune in piazza della Libertà, o sgusciare veloce rasente i muri fuori da un’uscita di sicurezza. Inoltre portava sempre con sé una vecchia cartella in pelle marrone, e indossava malinconici completi che a loro tempo dovevano essere stati molto eleganti. Ciò che mi attraeva in lui era la sua magrezza eccessiva, l’aria di gloria trascorsa che si portava appresso, come un peso di cui non riusciva a disfarsi ma che, nel frattempo, lo faceva risplendere d’una misteriosa luce riflessa, come polvere fosforescente sotto le lampade UV.
Aveva una testa un poco schiacciata in senso orizzontale, come se una pressa invisibile tentasse di ravvicinargli il mento alla fronte, il che gli dava un’espressione lievemente buffa, per il contrasto col suo corpo tirato per il lungo. Gli occhi, quello sì, erano molto belli. Un uomo alto e magro, con occhi molto belli, può permettersi tutti gli altri difetti del mondo – pensavo. Erano occhi-chincaglierie, non occhi-occhi. Sembravano biglie blu con onde violacee, come meduse fosforescenti nel mare buio, ma morte. Non che non muovesse gli occhi – il mio uomo non era cieco, mi pareva anzi vederci benissimo, difatti già durante la prima passeggiata che condussi, diciamo, appresso a lui, mostrò di aver visto e compreso benissimo quali fossero le mie intenzioni e ciò che stesse accadendo; ne ebbi la prova un paio di giorni dopo, quando fu lui a mettermi a fuoco con un’occhiata rapida di riconoscimento, mentre io attraversavo disattenta piazza della Libertà verso via Mazzini. E’ sveglio, il ragazzo – pensai. Comunque i suoi occhi avevano una fissità da soprammobile di lusso, che mi attrassero ma, allo stesso tempo, fin da subito, mi allontanarono sentimentalmente da lui. Per qualche remota ragione lo sentivo più debole di me, più bisognoso di cure e amorevolezze, tutto dedito alle moine con cui accaparrarsi la protezione degli altri. Solo avrei voluto poter osservare a modo mio il suo lungo corpo nudo, adagiarlo da qualche parte, non dico già d’averlo tra le mani con lo spirito anatomico e dissezionante che si ha verso un cadavere, ma poter a mio agio disporre di lui, sospendergli la volontà e la coscienza, e sottrargli una parentesi di vita, sulla quale stampare il mio marchio, come un timbro su un bel prosciutto. Immaginavo d’averlo condotto con me presso uno scantinato – niente sesso, non ci si immagini nulla di sessuale, per l’amor di Dio – e di averlo poi disposto lungo un tavolaccio di legno scabro, giusto un asse buttato alla bell’e meglio su due cavalletti, per lasciarlo lì immobile, ad aspettare. Io mi sarei messa in un angolo buio, seduta come uno gnomo su uno sgabello, a fumare una sigaretta. Non gliene avrei offerte, non perché gli negassi volontà e desideri, ma perché lui, durante quegli attimi che m’immaginavo sublimi, altro non sarebbe stato che un mio prolasso, un’efflorescenza carnale di me stessa. Forse avrebbe potuto parlare, forse stimolato dalle mie domande avrebbe risposto, ma sarebbero state le risposte e le parole che io avrei detto tramite un altro corpo – il suo - in quel momento. Certo non ci saremmo assomigliati, perché lo stesso spirito come può mantenersi uguale a se stesso in due corpi e filtrato da occhi tanto diversi? I nostri occhi erano dei colini: i suoi dalle maglie larghe e slabbrate, incapaci da trattenere in sé nulla di ciò che raccogliessero in giro, come un pescatore animalista libera le prede tramortite; i miei fitti e irretenti, strumenti doganali d’alta intransigenza, che richiedono altissimi dazi d’uscita. Io ero un essere conservatore e ritentivo, lui un uomo dissipante, all’acqua di rose. Mi sarei rivolta a lui, gli avrei chiesto: “Che ne pensi di questo posto?”, lui mi avrebbe detto: “Non è un po’ troppo buio?”, e che lui mi rispondesse con un’altra domanda non avrebbe potuto far altro che rimarcare le mie credenze su di lui, sul fatto che lui dal mondo non esigesse nulla, e che solo coi suoi gesti di immobilità quotidiana traeva un’identità e una distinzione dignitose. “A me qui piace molto – gli avrei detto – qui sopra ci sono le persone che camminano, che parlano, ognuna distinta, ognuna credendo d’essere se stessa dietro ai propri affari. Io invece sono qui, un piano sotto terra, a farmi i fatti miei, a capire le cose come meglio vadan capite. Mi intendi?”. “No” – mi avrebbe risposto l’uomo con gli occhi da biglia. Io avrei allora cominciato – per esempio – a lavargli le gambe, non con umile devozione, ma per sfondare un confine. Chi l’ha detto che io debba toccare dei corpi solo per riprodurmi o per procacciarmi un piacere? Che dittature son mai queste? Lui ne sarebbe rimasto imbarazzato, avrei sentito i suoi tendini sfuggire furtivamente alle mie mani, e la sua pelle insieme ritrarsi come lenta marea lasciando scoperto un tratto, su cui non potevo più far presa. L’avrei lasciato andare, guardando con durezza i suoi occhi tanto morti ma ancora così paurosi di fare la cosa sbagliata. “Ma cosa credi che sia l’inferno?” – lo sgridai, con voce durissima. “Non ti capisco”, m’avrebbe quasi implorato. “Hai paura di te stesso? Di me? Dello scantinato?”. Lui si sarebbe allora alzato mestissimo, si sarebbe passato un lenzuolo o una camicia attorno alle spalle, e sarebbe scomparso nel fumo della mia ennesima sigaretta.

Cammino svelta lungo via Dante, guardo le antenne paraboliche e le pareti scrostate dei palazzi; in fondo alla via sporge una porzione di cielo grigio, carico di nuvole. Sento il rumore delle saracinesche, i negozianti si sorridono, schiamazzano da una parte all’altra delle strade. Ho visto un fulmine, finalmente un temporale. Affretto i passi e svolto in via san Pio V, sono felice, l’aria è piena di elettricità. All’angolo saluto la proprietaria della trattoria, si toglie la sigaretta di bocca e mi fa: “Ciao bella”. Ciao, ciao, le dico. Un tuono si spacca sopra la nostra testa, io rido, mi piace. Svolto in via Savonarola e saluto Franca, che ha già abbassato la saracinesca, e ansima con la bocca aperta. Quando arrivo sotto casa dei miei inizia a piovere. Piove fortissimo, è come stare sotto la doccia. Sto per citofonare ai miei, ma non trovo il pulsante; al suo posto c’è un’etichetta vuota, senza alcun nome. “L’avranno appena sostituita – penso – forse non hanno ancora avuto il tempo di compilarla”. “Mamma! Mamma!” – chiamo mia madre. Mi allontano un poco dal portone, per poter guardare meglio in alto, alle finestre del secondo piano. “Mamma, maaaa!”, insisto a chiamare. Non risponde nessuno. Forse non mi sentono, la pioggia corre fortissima, i tuoni rimbombano tutto intorno. Ma dal portone esce una signora, una donna di una cinquantina d’anni, mi domanda: “Posso aiutarla? Sta cercando qualcuno?”. Io la guardo: ha la carnagione chiara, gli occhi celesti, mi sembra di conoscerla, ma non ricordo chi sia. E’ una signora distinta, sta sotto la pioggia scrosciante senza batter ciglio, senza ombrello. Io ne rimango contrariata: “Come sarebbe a dire se sto cercando qualcuno?! Questa è casa mia! Chi è lei piuttosto?”, penso tra me e me, ma non proferisco parola. La signora incomincia a guardarmi negli occhi, e a muovere avanti e indietro la testa, come a voler accennare a un perpetuo “Sì, sì… è così”. Prima che possa risponderle, lei mi previene: “Signorina, è da tanti anni ormai che i signori che lei cerca non abitano più qui… mi dispiace”, mi dice con estremo tatto, continuando ad annuire col capo. In mano stringe un mazzolino di violette, lo noto solo ora che me lo porge. Lo prendo, lo tengo sotto la pioggia. Sembra che i piccoli fiori continuino a crescere, sotto la pioggia. Anch’io annuisco alla signora. Finalmente posso risalire, penso.








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 18 gennaio 2013