L’informazione è potere

Aaron Swartz



La notizia del suicidio del giovanissimo Aaron Swartz mi ha molto colpito perché credo sia, molto di più delle faraoniche esequie di Steve Jobs, la vera cifra del nostro tempo desolato. Mi aveva colpito tanto, questa morte (ravvicinata a quell’altra, per certi vesti sintomatica anch’essa, del rapper ventiduenne Freddy E), che mi ero messo a scrivere persino una piccola ode in cui paragonavo Jobs a D’Annunzio e Swartz a Rimbaud; e poi, azzardando una tripla rima in “o”, un verso di autoconsapevolezza che suonava “per celebrarti ci vorrebbe Hugo \ e io non lo sono, neanche un po’”. Al che mi fermai, e pensai che fosse molto meglio lasciare la parola a lui, nell’intervento che segue. E invitare tutti a inviare nei prossimi giorni un pdf protetto da copyright a #pdftribute.
Una sorta di gesto di trasgressione e ribellione; un omaggio per questo ragazzo che, grazie al suo eccezionale talento, era riuscito a trasformare in realtà i sogni dei suoi fratelli maggiori. Sogni risalenti alla fine dello scorso millennio, nati in nome della libera circolazione del sapere e maturati immediatamente prima che la grande bolla/balla della new economy, spostasse il fulcro della questione, as usual, verso il Businnes. Devo confessare che anche io nel 2004 per scrivere la mia tesi di dottorato grazie a Swartz saccheggiai JSTOR, il grande archivio che poi avrebbe perseguitato penalmente Aaron creandogli gravi problemi, e credo che caricherò proprio uno di quei file. Molte persone di fonte alle sue posizione anarco-libertarie, anti-copyright, ricordano che o la conoscenza si paga, o, come la politica, non potrà essere più autosufficiente. D’accordo, dico io, il discorso fila, ma mi pare di ricordare che fu proprio JSTOR la prima, nella creazione del suo immenso archivio, a non riconosce diritti agli autori, e, dunque, esattamente come la pirateria dell’audiovisivo, essa ha lucrato grazie a una sorta di mercato parassitario, sorto a danno di chi ha prodotto (o pagato) i contenuti. Anche la rivista “Il primo amore” come collettivo in breve farà la sua parte in questo senso, ma ne diremo a tempo debito. Per ora, buona lettura.

“L’informazione è potere. Ma come ogni tipo di potere, ci sono quelli che se ne vogliono impadronire. L’intero patrimonio scientifico e culturale, pubblicato nel corso dei secoli in libri e riviste, è sempre più digitalizzato e tenuto sotto chiave da una manciata di società private. Vuoi leggere le riviste che ospitano i più famosi risultati scientifici? Dovrai pagare enormi somme ad editori come Reed Elsevier.
C’è chi lotta per cambiare tutto questo. Il movimento Open Access ha combattuto valorosamente perché gli scienziati non cedano i loro diritti d’autore e che invece il loro lavoro sia pubblicato su Internet, a condizioni che consentano l’accesso a tutti. Ma anche nella migliore delle ipotesi, il loro lavoro varrà solo per le cose pubblicate in futuro. Tutto ciò che è stato pubblicato fino ad oggi sarà perduto.
Questo è un prezzo troppo alto da pagare. Costringere i ricercatori a pagare per leggere il lavoro dei loro colleghi? Scansionare intere biblioteche, ma consentire solo alla gente che lavora per Google di leggerne i libri? Fornire articoli scientifici alle università d’élite del Primo Mondo, ma non ai bambini del Sud del Mondo? Tutto ciò è oltraggioso ed inaccettabile.
“Sono d’accordo,” dicono in molti, “ma cosa possiamo fare? Le società detengono i diritti d’autore, guadagnano enormi somme di denaro facendo pagare l’accesso, ed è tutto perfettamente legale— non c’è niente che possiamo fare per fermarli”. Ma qualcosa che possiamo fare c’è, qualcosa che è già stato fatto: possiamo contrattaccare.
Tutti voi, che avete accesso a queste risorse, studenti, bibliotecari o scienziati, avete ricevuto un privilegio: potete nutrirvi al banchetto della conoscenza mentre il resto del mondo rimane chiuso fuori. Ma non dovete — anzi, moralmente, non potete — conservare questo privilegio solo per voi, avete il dovere di condividerlo con il mondo. Avete il dovere di scambiare le password con i colleghi e scaricare gli articoli per gli amici.
Tutti voi che siete stati chiusi fuori non starete a guardare, nel frattempo. Vi intrufolerete attraverso i buchi, scavalcherete le recinzioni, e libererete le informazioni che gli editori hanno chiuso e le condividerete con i vostri amici.
Ma tutte queste azioni sono condotte nella clandestinità oscura e nascosta. Sono chiamate “furto” o “pirateria”, come se condividere conoscenza fosse l’equivalente morale di saccheggiare una nave ed assassinarne l’equipaggio, ma condividere non è immorale — è un imperativo morale. Solo chi fosse accecato dall’avidità rifiuterebbe di concedere una copia ad un amico.
E le grandi multinazionali, ovviamente, sono accecate dall’avidità. Le stesse leggi a cui sono sottoposte richiedono che siano accecate dall’avidità — se così non fosse i loro azionisti sirivolterebbero. E i politici, corrotti dalle grandi aziende, le supportano approvando leggi che danno loro il potere esclusivo di decidere chi può fare copie.
Non c’è giustizia nel rispettare leggi ingiuste. È tempo di uscire allo scoperto e, nella grande tradizione della disobbedienza civile, dichiarare la nostra opposizione a questo furto privato della cultura pubblica.
Dobbiamo acquisire le informazioni, ovunque siano archiviate, farne copie e condividerle con il mondo. Dobbiamo prendere ciò che è fuori dal diritto d’autore e caricarlo su Internet Archive. Dobbiamo acquistare banche dati segrete e metterle sul web. Dobbiamo scaricare riviste scientifiche e caricarle sulle reti di condivisione. Dobbiamo lottare per la Guerrilla Open Access.
Se in tutto il mondo saremo in numero sufficiente, non solo manderemo un forte messaggio contro la privatizzazione della conoscenza, ma la renderemo un ricordo del passato.
Vuoi essere dei nostri?”

Aaron Swartz
Luglio 2008, Eremo, Italia








pubblicato da a.amerio nella rubrica condividere il rischio il 17 gennaio 2013