Nel vento

Giuseppe Munforte



Il nuovo romanzo di Emiliano Gucci (Nel vento, Feltrinelli, 12 euro) è tutto racchiuso in un’immagine, quella di un centometrista nel momento della sua gara decisiva, la corsa della vita. Alle spalle un fratellino ucciso dal padre, un amore finito, una vita passata a correre e a inseguire un primo posto che sfugge sempre,a costo di anabolizzanti e rovina fisica.

L’idea della corsa e la tensione dei cento metri, grazie a un racconto in cui si intrecciano di continuo presente e vissuto, afferrano il lettore e lo conducono in progressione verso la fine, facendogli condividere timore, speranza, determinazione.

La vittoria nella gara più importante, l’ultima, consentirebbe finalmente una resa dei conti attraverso una dichiarazione o una denuncia (la mia frase definitiva dal gradino più alto del podio, da solo, in faccia a tutti). Nell’attesa il protagonista dispiega con grande lucidità e intensità il suo mondo interiore, ripercorrendo il passato e osservando quello che lo circonda. Sono pagine molto forti e in tante parti commoventi, scritte senza sbavature o compiacimenti, che portano a una consapevolezza estrema (mio fratello è morto sulla neve. So chi è mio padre. So chi era l’uomo che mio fratello doveva incontrare quel giorno. Lo so mentre salgo con entrambi i piedi sui blocchi di partenza e porto le mani ai fianchi). Consapevolezza di tutto il dolore provato ma anche del bene ricevuto, di tutto il male ma anche della dolcezza dell’amore vissuto con la donna che ha perso, della poesia lontana dei giochi con il fratello. Consapevolezza che diventa il motore, l’energia propulsiva pronta a esplodere sotto i piedi.

La metafora dei cento metri si riflette ovunque, a partire dalla struttura stessa della narrazione che inizia appunto con un’esplosione (di violenza), a una velocità emotiva spiazzante. Il crimine compiuto dal padre, avvenuto senza che lui riuscisse a muoversi per intervenire, ha condizionato per sempre la percezione di quello che il narratore osserva attorno a sé (Vedo il sangue. Io non posso vedere il sangue. Sangue che come sgorgasse da una fonte inonda il corpo di tutti i presenti e poi la pista, il campo, sangue che non si arresta e rende porpora la città, il pianeta). Nella corsa cerca salvezza, una fuga possibile, ma la corsa, si comprende, è solo l’equivalente della paralisi vissuta al momento dell’uccisione del fratellino. Inerzia e velocità, scandite in una sequenza di istanti – mentre “al di fuori” accade qualcosa di irrimediabile, diventano una stessa forma di privazione – di distacco estremo dal mondo. L’inazione consegna al narratore un rimorso e un dolore senza fine, e la corsa lo porterà agli anabolizzanti e a vivere la gara come una battaglia (Troppo tardi ho capito che sulla mia vita sarebbero ricadute le galere morali di mio padre. Che nel luogo dove cercavo la libertà, il correre, avrei probabilmente trovato la mia prigione definitiva).

Riuscirà l’eterno secondo a vincere? Porteranno finalmente pace nel suo cuore le parole di comprensione e di sostegno del fratello (adesso è finita, hai tagliato il traguardo, non hai più bisogno del tuo magnifico dolore), che appare sovrapposto a un giudice nel corso della cerimonia finale di premiazione? Il passato può essere riscritto al positivo, come un’occasione inedita di slancio alla vita? Nel vento è un libro molto coraggioso anche nel finale, che sarebbe potuto risultare facilmente consolatorio e invece punta alto e restituisce per intero l’ambivalenza della corsa, nella sua dimensione di fuga e di immanenza estrema. Immanenza come potenza del presente, dell’istante, unica possibilità per il narratore (sei un centometrista, questa è la sola verità), così nel dolore come nell’amore: io quando amo – amo smisuratamente. Accade per pochi istanti in cui la mia esistenza ha senso soltanto in rapporto a un’altra esistenza. Una vacanza dal mio ego.

Quella di cui ci parla Nel vento è l’esperienza che facciamo di continuo, quasi senza rendercene conto, quando nel nostro cuore e nei nostri pensieri vorticano i momenti decisivi della vita che abbiamo vissuto e costituiscono il fuoco, l’energia di ciò che facciamo e di ciò che non facciamo, delle esitazioni, della fiducia, del malumore, degli slanci, della rabbia e delle paralisi. Emiliano Gucci ne ha costruito una grande metafora. Complessa, densa di possibilità di attraversamento e di lettura, non esauribile, come ogni testo importante, da una sola interpretazione.

Io ho proposto la mia e mi auguro che tante altre ne vengano. Chiudo con un’osservazione sulla scrittura. Ho comprato il libro senza quasi sapere di cosa parlasse, come sempre faccio con gli scrittori che stimo. Nel primo suo lavoro che ho letto, L’umanità, avevo subito riconosciuto un talento preciso, che è una cosa rara, una vitalità della pagina che si può manifestare in modo diverso da un testo all’altro ma che non scompare. Qui si riverbera quasi frase per frase, all’interno di una scrittura che sceglie il rischio del nuovo, nella costruzione e nel senso, rifiutando segnaposto e cartelli per il lettore, il predigerito dei testi che non si pongono nemmeno il problema della sfida. La sfida dell’autore invece qui è grande – anzitutto a se stesso e poi a chiunque voglia condividerne la tensione e il piacere.








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 14 gennaio 2013