Perché non possiamo non dirci valsusini

Marco Arturi



Dal sito di Carta.

Diciamo la verità: fino a qualche tempo fa se lo sarebbero aspettato in pochi.
Eppure, vedere lo spezzone No Tav aprire il corteo del decennale di Genova è stato l’approdo naturale di un cammino lungo e per nulla scontato. Quel che più conta è che si sia trattato del riconoscimento di una continuità: da Genova a Chiomonte passando per il buio degli anni Zero. Anche le parole di Heidi Giuliani ("Il G8 di Genova oggi è qui"), salita alla Maddalena a portare sostegno ai resistenti del campeggio No Tav hanno testimoniato la continuazione di quello spirito. Al di là delle simpatie e dell’iconografia dell’Asterix, del valligiano cazzuto che non si piega davanti alla potenza dell’impero, la valle ribelle ha conquistato i movimenti contaminandosi con le loro esperienze, che l’hanno fatta crescere e alle quali ha dato molto in cambio.

All’inizio, forse, erano matrimoni di convenienza: inutile far finta di non ricordare che i No Tav hanno cercato alleanze ovunque senza andare troppo per il sottile (qualcuno in valle è addirittura ancora deluso dall’atteggiamento della Lega), ma poi tra i valligiani e quella strana genia fatta di antagonisti, anarchici, metalmeccanici e ambientalisti è scattata una sintonia sulla quale avrebbero scommesso in pochi. Non è stato semplice, è stato necessario passare per lutti come quelli di Sole e Baleno e battaglie come quella di Venaus ma alla fine, mortificato dai poteri forti e stimolato dalla consapevolezza di queste realtà, il movimento No Tav si è trovato proiettato da una lotta di territorio e contro una grande opera a una battaglia generale sui diritti e sulla democrazia. Nel contempo, ha dato esempio di determinazione e partecipazione.

Così oggi a Chiomonte quella del treno è ormai solo una parte della battaglia. Tra quelle montagne si ripropongono, integri, molti dei temi di Genova e del movimento altermondialista: la difesa dei territori e dei beni comuni con la critica a un modello di sviluppo, la tutela della Costituzione e delle regole democratiche, l’antimilitarismo, la lotta alla repressione, la democrazia dal basso. La protesta ha assunto le forme della creatività (in settimana a Chiomonte si sono registrati addirittura riti sabbatici officiati da streghe nella notte) e della disobbedienza e ha dovuto suo malgrado acquisire consapevolezza dei metodi repressivi, familiarizzando con i lacrimogeni al Cs (proibiti, utilizzati per la prima volta nei giorni del G8) lanciati ad altezza d’uomo e addirittura in mezzo alle tende del campeggio – un fotografo è tuttora ricoverato in ospedale con gravi fratture al volto – fino all’acqua sparata dagli idranti contro i musicisti che suonavano. La Maddalena è una "zona rossa" militarizzata a tutti gli effetti, mentre il grosso dell’informazione, televisiva e non, continua a raccontare una realtà a dir poco distorta, a uso e consumo di quelli che comandano e di quelli che ci vogliono credere: dai giorni di Genova arrivano anche lo spauracchio black bloc e le distinzioni fatte con l’accetta tra manifestanti pacifici e violenti. Come da copione non mancano i tentativi di criminalizzazione, dalla notizia di un ex militante di Prima linea presente alle manifestazioni fino ai sospetti per l’incendio della stazione Tiburtina.

In questa vicenda il potere continua a riprodurre sé stesso come rappresentazione di interessi particolari smerciati come fossero interesse collettivo: il progetto deve andare avanti perché lo dice il buon senso, perché così avrebbe disposto un disegno supremo. Nessuno spazio per le molte evidenze tecniche e scientifiche, nessuna attenzione al rapporto costi – benefici e all’effettiva utilità dell’opera. In compenso si continua a parlare di alta velocità mentre in realtà si tratta di alta capacità: trasporto merci, non persone. Ma intanto "Chi si oppone è un reazionario" (Sergio Chiamparino, giusto ieri), punto e basta.

Nel frattempo a Chiomonte il ritmo delle giornate continua a essere scandito dal ritmo della "battitura" dei guardrail da parte dei manifestanti e da quello delle pale degli elicotteri della polizia che sorvolano la zona. Di tanto in tanto, il tonfo secco di un lacrimogeno. Da una parte delle cancellate, gli alpini della Taurinense reduci dall’Afghanistan; dall’altra le penne nere che contestano la partecipazione del loro corpo alla militarizzazione della zona. Ormai è resistenza, questo assedio senza tregua al quale tutti prendono parte attivamente, ogni giorno più consapevoli. Il movimento No Tav è diventato questa cosa strada facendo, ma non c’è nulla di cui sorprendersi, è storia che si ripete. Nel ’43 molti ragazzi scelsero di salire in montagna solo per sfuggire al bando Graziani che li richiamava nel "rinnovato esercito fascista"; poi la montagna insegnò loro che per essere liberi bisogna essere capaci di scegliere e che non si può sempre fare finta che tutto vada bene. Allora diventò una cosa diversa, proprio come oggi: chi aveva cominciato una lotta contro un treno si è sorpreso a gridare che un mondo diverso è possibile.








pubblicato da s.baratto nella rubrica democrazia il 27 luglio 2011