Per filo e per sogno

Andrea Amerio



- guarda che non ho la macchina fotografica.

- non importa, vai.

- ma non ho preso nemmeno gli appunti come l’altra volta, non posso…

- ecco la polaroid, cheese, fatto. Scuoti e vedi cosa viene fuori.

picture # 1.

Nella pianura lontana che vedo come da un’altura ci sono fuochi nella notte e un grande lago sotto le stelle. È il luogo dell’origine. Fa caldo e non sono solo. Sento persone intorno. Quanti saremo? Che futuro sarà, che secolo è … è passata Roma? Che ore sono? Sognavo. Schioccando la lingua secca nella bocca impastata penso certo che sono formidabili questi impulsi elettrici del cervello che creano le immagini di dentro. Era così nitido il lago visto in sogno, sembrava l’Africa. Invece questo sembra il treno diretto ad Aversa, Campania, carrozza 8 posti 55 e 56 finestrino. Sto dormendo? non so. Puzzo? sicuro. Il treno della speranza a 49 euro solo seconda classe ha lasciato Milano alle 21 e 50 e adesso sono le 2 il che vuol dire quattro ore abbondanti di sauna. I due nigeriani con me e Chiara nello scompartimento se ti alzi la notte fanno acrobazie per finire con la testa abbandonata sul tuo posto, oppure la rovesciano sul bracciolo all’altezza del collo, in modo che risiedendoti un pezzetto devi per forza prenderla in grembo, quella testa. A mia volta nella notte finisco diverse volte addosso a uno dei due nigeriani che non so come riesce a stare accovacciato con le gambe sotto il sedere e tiene una sorta di rosarietto nero tra le mani e ogni volta che gli finisco addosso con i piedi lui dice "metti metti" e ride nel buio. Il convoglio ora è fermo in una galleria bassa che gocciola sul finestrino e pare aderire alla forma del treno. Le luci non funzionano, lo scompartimento è arroventato e buio come tutta la carrozza. Un altro tipo nel nostro scompartimento pare uscito da un film di John Ford degli anni Trenta. Magro come un chiodo, sempre muto, camicia sottile e gilet sottilissimo, barba ispida, occhi neri pungenti, alcol. Prima lo intravedevo nell’ombra silenzioso e immobile, in perenne oscillazione verso il saloon del sonno, ora non so. Dopo Roma due tipi grossi che reclamano il posto lo fanno sloggiare senza tanti complimenti e lui si accuccia fuori in corridoio in corrispondenza dello scompartimento. I sedili blu sono spugnosi e umidi. Quante estati italiane hanno conosciuto questi treni? Salgono i punk. Una ragazzina rasata liscia liscia ha un solo treccione rasta rosa e viola che attacca appena spostato rispetto al polo nord della sua calotta graziosa. Ci contorciamo fino al mattino in posizioni sempre più calibrate ma gli arti si addormentano lo stesso. Mi sveglio perché le formiche ai piedi devi batterle per fare rifluire il sangue. "Vaivaitrenoddimerda che dobbiamo andare. Altro che Tav…"

Picture # 2.

È l’alba. Scendiamo alla stazione di Aversa. Da Aversa raggiungiamo Caserta, e da Caserta Sparanise. A Sparanise Serena viene a prenderci in macchina e ci scarica nel gruppo che, partito da Calvi Risorta, è già in marcia. Ci riuniamo al gruppo dopo qualche chilometro, sulla salita verso Rocchetta.
Siamo di nuovo dentro il cammina cammina. Ci si rivede e l’unica sensazione che provo è quella di essere esattamente nel posto dove bisognava che fossi, e non c’è altro da dire. A un certo punto bisogna vivere.
E chi voleva sapere per filo e per segno le tante belle avventure che sono occorse, pazienza. Sono istantanee, non un fotoromanzo.

Trentanovesimo giorno di marcia. Sulla salita per Rocchetta, lasciamo l’asfalto della strada per il verde impervio dei sentieri. Le stradine si sviluppano a mezza costa con diversi saliscendi in ombra. Ansimando ricordo di aver pensato "pare di essere nelle valli cuneesi". Abbiamo una guida del Cai, un ex militare che conosce bene i posti e ci racconta molte cose interessanti. La Rocca risale all’epoca della Cales romana. Durante il periodo delle invasioni barbariche, la Rocca divenne quartiere generale dei Saraceni che dall’altura scendevano a fare razzie in valle, in particolare di schiave che poi vendevano sui mercati arabi. Si dice che rientrassero nella Rocca attraverso un passaggio segreto scavato nella montagna che conduceva al cortile del Castello. Per arrivare al mare e caricare sulle navi le ragazze rapite percorrevano il Volturno che raggiungevano nascosti dai sentieri impervi nei boschi del Monte Maggiore, con le donne trascinate al seguito. Si narra di un Capo saraceno di nome Chadidan che innamorato di una bellissima fanciulla di Francolise, Erazia, le fece costruire dei magnifici giardini e due stanze alle quali egli solo poteva accedere. Costretto a cederla al Sultano, Chadidan impazzì e fece distruggere i giardini e le stanze, vagando giorno e notte sulle macerie. Nel 1802 durante i lavori di scavo sulle pietre che formavano l’intera parete di una sala da pranzo del Castello, furono trovate scolpite queste parole: «Vivrò sempre in tristezza Erazia ... La disgrazia mi colpì. Chadidan l’infelice...». Ricordo di aver ripensato questo episodio tutte le tante altre volte in cui ho visto le scritte sui muri Moccia-, qui molto in voga, segno forse della proverbiale passionalità mediterranea. La migliore campeggiava fuori la stazione della metro di Scampia, vergata in sobrie lettere cubitali fucsia: "Gennaro B. sei la ragione in cui vivo" (corsivo mio).

Attraversata Rocchetta accompagnati dal racconto della guida, prendiamo l’antica mulattiera della località Santella verso il paese di Croce. Da qui proseguiamo sul sentiero che sale agli eremi di San Salvatore e Fradejanne, sfioriando località per me inesistenti ma ricche di storia: Fondola, Cavallari, Medici, Lautoni, e la Valle di Assano conosciuta già ai tempi di Plinio il Vecchio, che parla delle sue Acque salubri e delle sue Terme. Arriviamo a Formicola, e il nostro Cicerone ci dice che nei pressi, a Treglia, ci sono i resti di Trebula Baliniensis, una città di fondazione sannitica, con importanti resti di mura e porta megalitiche. Lui ci porterebbe in giro a vedere tutto ma mancano le forze per questo surplus di conoscenza quindi riprendiamo il cammino verso Funari su una carrareccia di cresta panoramica che da un lato ha la piana del Volturno e dall’altro la pianura campana e il golfo di Napoli. Attraversiamo una zona conosciuta come delle tre piscine, e poi la periferia di Bellona per giungere nella zona termale di Triflisco che ci offre lo spettacolo inatteso di alcune fontanelle sorgive di acqua pura e freddissima che si gettano in una piscina naturale incantevole e incontaminata. Altro che munnezza, Plino aveva ragione! Chi avrebbe pensato di finire immersi nel verde con i piedi a mollo in una gelida piscina naturale di acqua buonissima che quando la bevi pare acqua mineralizzata? E di dover arrivare fin qui per apprezzare a fondo il senso dell’acqua? Ripartiamo in discesa. Dopo qualche ora siamo sul Volturno e attraversiamo il Ponte Annibale, alto sulle acque verdi e schiumose e risaliamo ancora attraverso il bosco di San Vito, fino alle falde della Collina di S. Iorio. Procediamo su sentiero fino alla strada che sale a Sant’ Angelo in Formis e poi ancora verso la Basilica che è la nostra meta, dove ci attendono gli scout per rifocillarci e condurci in una visita guidata alla Basilica difficile da apprezzare a pieno a causa della stanchezza. In ogni caso l’accoglienza è calorosa e noi cerchiamo di rispondere al meglio. La notte alcuni la passano sulle brandine e sui materassini presso gli scout; altri, che accettano di pagare 15 euro, in un piccolo Hotel dai connotati inquietanti su cui per ora è meglio soprassedere. La sera c’è una festa improvvisata con alcuni ragazzi del posto, evidentemente non troppo turistico. È un momento intenso, la meta è vicina. Guardandoci negli occhi percepiamo che nelle nostre vite avremmo potuto non passare mai per questi luoghi né vivere queste sensazioni inattese.

Picture #3

Quarantesimo giorno di marcia. Da Sant’Angelo in formis a Scampia. È l’ultima tappa veramente impegnativa da un punto di vista fisico, lunga più di trenta chilometri. Nulla a che vedere con il saliscendi di ieri e con i dodici chilometri di domani. È una tappa molto diversa ma ugualmente dura. Passeremo zone fortemente contaminate dalla diossina protetti da mascherine profumate e altre zone trasformate dalla criminalità in discariche a cielo aperto. È fondamentale partire presto per non bucare gli appuntamenti della giornata. Ce la facciamo e di buon ora siamo già in marcia verso Santa Maria Capua Vetere. Con Paolo Ferloni si dice delle coltivazioni di tabacco, dei campi di girasole pieni di bestioline, particolarmente inadatti a fare l’amore, della Russia e degli Stati Uniti. Lui è da poco tornato da New York ed è stato di recente a Boston. Parliamo delle funicolari, di Davide Lajolo, di una serie di argomenti disparati e gustosi; Paolo è un brillante conversatore e una miniera ironica di conoscenze tecnico-scientifiche oltre che un conoscitore intenst di poesia e letteratura. Il sole è a picco. Camminiamo verso Marcianise seguendo l’ipotetico antico tracciato della via Atellana e piano piano giungiamo ai Regi Lagni (una volta fiume Clanio) e alla Chiesa di Santa Venere dove facciamo una pausa vicino all’ottocentesco cimitero dei colerosi. Riprendiamo la marcia per raggiungere il luogo dove pranzeremo con l’associazione di Legambiente, nell’antico casale del Teverolaccio a Succivo, dov’è la loro sede. Il dopo pranzo è tutta febbrile attesa e frenesia di arrivare. Dei paesi che attraversiamo o sfioriamo, S. Arpino, S. Antimo, Casandrino non ricordo nulla. Arrivati a Melito ogni dieci metri qualcuno ci ferma per sapere della nostra impresa; "Da dove venite? Dove andate? Perché camminate?" Io riesco a rispondere con slogan sempre più brevi ed efficaci ("perché l’Italia è immobile e noi no!") ma perdo anche gli altri visto che tutta questa bella curiosità ci rallenta e noi vogliamo arrivare. Ci mettiamo ai bordi di una grande strada che a qualcuno ricorda viale Monza, a Milano. Ma da Milano sono passati centinaia di chilometri e l’entusiasmo e il fervore sono alle stelle. Quando vediamo gli immensi palazzoni e la banda Baleno che ci aspetta con i suoi cimbali, i tamburi, i fischietti e flautini capiamo che siamo a Scampia, che ci siamo, ed è il momento della follia; dei balli, delle urla, dei sorrisi ebeti ed estasiati, è il momento di sciogliere la tensione, di gridare di gioia. Il nostro ingresso è trionfale e ballabile proprio come me l’ero immaginato. Un uomo che insapona una limousine bianca di nove metri ci guarda stupito così come la gente affacciata dai balconi o i ragazzini sugli scooter strafottenti e curiosi come da copione. Ricordo solo di aver detto. "Questa è una festa!" e poi di essermi abbandonato. La cena al centro Hurtado con i piatti cucinati da Argentina e dagli altri zingari del campo rom di Scampia ha il gusto della vittoria; il vino bianco e rosso scorre nei bicchieri, nemmeno le zanzare sembrano pungerci. Dopo cena restano da lavare montagne di piatti e piano piano ci mettiamo a finire anche quel lavoro di rimettere a posto i tavoli. E dopo ancora ci aspetta un momento di confronto e discussione che da più parti era stato invocato anche nei giorni passati, per cui dopo le undici ci mettiamo seduti e cominciamo a parlare. Di questo parleremo in futuro. Ora dirò solo che ero stupito. "Ma guarda", mi dicevo, "abbiamo davvero abbassato enormemente l’asticella delle nostre possibilità… l’ideale oggi pare salvare il mondo con un sms da un euro. E così è successo che meno chiediamo alle persone, meno ci aspettiamo da loro. E infondo meno ci aspettiamo da loro, meno le rispettiamo; meno le crediamo capaci di fare qualcosa di grande, di determinante. Invece ero felice che persone che già camminavano otto ore al giorno sentissero il bisogno di parlare, di discutere, e ci chiedessero più riunioni alla sera, che volessero più parole, più condivisione, anche più letture, come quelle fatte da Tiziano Scarpa. Le persone che già avevano chiesto tanto a loro stesse ora sembravano avere ancora più da dare e da chiedere. Forse è il segno di quella forza prefigurativa e rigenerante che andavamo cercando in questa avventura. Dalla riunione emerge chiaramente quello che in parte si era già intuito. Questa impresa è un organismo collettivo in continua mutazione e crescita, una palestra in cui si mettono in gioco tutte le dimensioni dell’esperienza umana compresi i conflitti, le contraddizioni e le zone oscure che ciascuno di noi vorrebbe tenere a bada. Cammina cammina non è un esercito di soldati che marcia e nemmeno una schiera di zombie: sono teste pensanti e personalità forti per cui ci sta anche la dissidenza, e lo scazzo. Siamo andati giù nel profondo e che le persone che hanno creduto in questa impresa vogliamo giustamente essere protagonisti, presenti con le proprie decisioni e rispettati nelle scelte. Questa notte c’è una presa di responsabilità collettiva che mi stupisce, una volontà di incarnazione che era inattesa anche per chi si aspettava l’impossibile. È l’esperimento felicemente sfuggito di mano che crescerà proporzionalmente a quanto ogni persona che ha camminato o che idealmente le è vicino si farà rizoma capace di attecchire e crescere. Verso Stella d’Italia.

Picture # 4
Quartantunsimo e ultimo giorno di marcia. Da Scampia a piazza Plebiscito è una passeggiata. Bazzecole. Dieci chilometri. Passiamo Capodimonte fiancheggiando il parco, poi il quartiere Sanità, che mi pare goda di una fama peggiore di quella che merita, per Miracoli, Foria, Decumani, giù fino in via Roma. Si parla e si discute concitatati, cercando di non disperdersi per l’entusiasmo. A fondo di via Roma il Palazzo è un sogno oltre cui scintilla il mare. La grande piazza pare che raccolga l’aria del golfo e la spari a ricircolo lungo le architetture dei palazzi; le fisionomie delle statue sono grandiose, così come gli interni, i porticati, le volte di Palazzo Reale. Ci accoglie Silvio Perrella, il presidente del premio Napoli, poi arriva il sindaco de Magistris. Si celebra, gli regaliamo la bandiera e leggiamo la lettera del sindaco di Milano. È il nostro momento istituzionale, e come tale, ancorché felice, il meno intimo. Dopo la pizza nel pomeriggio è il momento di conoscere realtà importanti che operano sul territorio. Parlo dei ragazzi dell’associazione Libera che lavorano nei beni confiscati alla camorra e di Tina, una giovane giornalista del "Corriere del mezzogiorno" attiva nell’associazione nata in memoria di Don Peppe Diana, ucciso dalla camorra negli anni Novanta. Una figura che da queste parti ha lasciato un segno profondo. Ci parla di Castel Volturno, dove c’è un bene confiscato di 7 ettari riconvertito in una fattoria didattica bioenergetica e sociale. Mentre ci porta in macchina dice che però il più grosso bene confiscato alla camorra, è a Siena. "A Siena?" "Sì, ed è grande come una collina… non si sa come fare a organizzarlo, tanto è grande". Poi dice che a Sessa Aurunca c’è un altro bene confiscato esteso per 17 ettari, diviso in tre lotti e affidato ai volontari della cooperativa Al di là dei sogni e a San Cipriano d’Aversa, dove siamo diretti, invece c’è una villa a tre piani da ristrutturare e nelle vicinanze il Ristorante Sociale ’NCO’ che sfotte l’odioso acronimo della famigerata Nuova Camorra Organizzata con un ben più invitante Nuova Cucina Organizzata. Intanto siamo entrati in una bella villetta su due piani sequestrata al boss Pasquale Spierto e ora sede di un gruppo di convivenza per persone affette da disagio psichico affidato alla cooperativa Agropoli. Tina ha una grande determinazione e un piglio energico quando ci racconta di come nell’area casertana, e non solo attorno all’associazione Peppe Diana, si sia venuta a creare una grave situazione di intimidazioni personali e aggressioni, atti vandalici indirizzati contro i beni confiscati e di come sia in atto una pericolosa delegittimazione delle associazioni operanti da tempo sul territorio. Noi siamo con loro, perché stando con loro è come se la nostra avventura non fosse finita e avesse trovato immediatamente un nuovo orizzonte d’incontro e condivisione. La strada è ancora lunga e questa non è che una piccola sosta verso un Paese migliore.








pubblicato da a.amerio nella rubrica racconti il 18 luglio 2011