Profitti e doveri

Paolo Ferloni



Ci si è forse lasciati trasportare da un maldestro entusiasmo quando su queste colonne il 20 giugno scorso si sono espressi complimenti e felicitazioni agli italiani, con un "legittimo godimento" forse intempestivo? Non sembra. Anzi occorre riprendere un punto che merita un adeguato approfondimento ed esige di essere visto bene, con molta chiarezza.
Infatti da un lato, i due quesiti sul nucleare e sul legittimo impedimento hanno sancito - si spera! - due pieni e defintivi no istituzionali: il popolo sovrano non vuole avere in Italia centrali elettronucleari e non vuole che nel Paese qualche cittadino privilegiato sia più uguale di altri.
D‘altro lato invece i due quesiti sull’acqua pubblica, nel chiedere l’abrogazione degli articoli di legge contestati,
hanno altrettanto solennemente sancito due sì, convergenti nella primaria e positiva considerazione che l’acqua è un bene essenziale, vitale e comune. Basti rammentare che acqua, aria, terra, fuoco per millenni sono stati visti dall’umanità come costituenti primordiali sia del pianeta sia dell‘universo.
Perciò l’acqua soltanto in via secondaria, ad un secondo livello, con motivazioni di gusto, estetiche, e di second’ordine si può considerare come un materiale di cui qualcuno pensi di appropriarsi, magari per poi venderlo: come una merce, un bene da imbottigliare e da etichettare, al quale apporre un marchio per un consumo di pregio e magari di prestigio. E allora diventi pure acqua minerale, con un suo nome, sotto un marchio. O la si usi pure per farne, in miscela con differenti liquidi e aromi, aranciate, birre, coca-cola, whisky e altre bevande, giustamente oggetto di commercio. Rimane il fatto che ritrovare e acquistare in ogni bar, negozio e museo ad esempio di New York e di Boston bottigliette in PET da mezzo litro di acqua San Pellegrino sia per il turista italiano una sicurezza organolettica ed un diverso legittimo godimento (del quale un viaggiatore serio non sentirebbe la mancanza), non disgiunto dall’amara constatazione che il capitalismo globalizzato si nutre di sprechi, di bisogni artificiosi, di stupide pubblicità e immagini: perché i buoni statunitensi non si imbottigliano le loro acque dalle loro sorgenti, e se proprio gradiscono una certa marca non la chiamano Pilgrim Saint? A riguardo dell’acqua gli oppositori dei referendum avevano detto che la proprietà di essa era e rimaneva pubblica, e perciò secondo loro il voto era inutile. Resta la questione di chi ne sia il gestore, di chi assicuri che si facciano gli investimenti per il corretto funzionamento di acquedotti, fognature e depuratori. Dopo il successo del referendum, restano aperte molti punti discutibili, sia organizzativi sia politici.
Per entrare subito nel vivo del punto più scottante, che ha raccolto il numero massimo dei voti, il Sì al 2° quesito referendario ha abrogato il comma 1 dell’art. 154 del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006, cioè quello dell‘ “adeguatezza della remunerazione del capitale investito“.
Ma potrebbe essere facile non darsene per inteso e non convincersene, da parte di un gestore tenacemente attaccato al profitto fornito dal capitale investito. Tale situazione pare che si stia in effetti verificando in Puglia, dove con il beneplacito del presidente della Regione, Nichi Vendola, la ripubblicizzazione della S.p.A. Aqp è stata rapidamente approvata il 14 Giugno scorso, ma senza tagliare il profitto del 7 per cento sulla gestione del sistema idrico.
La scelta di non tagliare il 7 per cento di profitto e quindi di far finta che il referendum non dia luogo a conseguenze è stata subito rilevata dal Comitato Pugliese “Acqua Bene Comune“ e dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, che hanno registrato, nelle dichiarazioni in merito dell‘assessore regionale competente, Fabiano Amati del Partito democratico, quella che a loro avviso sarebbe una confusione tra costi finanziari indicati in bilancio per ripagare interessi su mutui contratti nel 2005 e invece la remunerazione vera e propria del capitale che si traduce in un buon attivo per l’Aqp. Il fatto che il bilancio dell’Aqp presenti un attivo sembra accertato, se anche un esponente della minoranza in Regione, Giovanni Alfarano del Pdl, rileva la previsione di 30 milioni di euro di utili per il 2010, come riporta il “Corriere dell’Ofanto” del 19 giugno scorso.
Ma allora i cittadini pugliesi stanno anche pagando una sorta di remunerazione sugli interessi? Ci si aspetterebbe da parte della Regione Puglia un chiarimento su questo punto come pure una revisione del bilancio dell’Aqp per il 2010 che mostri un opportuno adeguamento al risultato referendario.
Non dubitiamo che il sistema bancario e finanziario, che nel mondo intero si è dimostrato maestro in passato nell’escogitare bolle speculative e nel difendere a spada tratta profitti elevati ottenibili da investimenti “sugosi” come quelli associati alla privatizzazione dell’acqua, cercherà di opporsi con ostruzionismi e resistenze al venir meno della “adeguatezza della remunerazione del capitale investito“, norma che serviva precisamente a garantire alle banche un comodissimo quanto ingiusto profitto a carico e a spese dei consumi idrici del comune cittadino.
Se ci si è abituati a realizzare consistenti guadagni col giochino del profitto minimo del 7 per cento annuo, si farà di tutto per non vedersi obbligati a rinunciare a questa specie di truffa.
A confondere le idee ed a cercare di pasticciare, sprecare e metter disordine nel campo della gestione dell‘ acqua ha pensato, ovviamente, anche il governo nazionale, che ormai il popolo italiano con sovrana benevolenza considera al massimo un governo da Bar Sport.
Infatti questo governo ha posto ed ottenuto la fiducia sul ’Decreto legge Sviluppo’ che prevede, fra le altre cose, l’istituzione di una cosiddetta Agenzia per i servizi idrici integrati, cioè l’ organismo che servirebbe a regolare il mercato. Ma come, si dirà, non si è stabilito con 27 milioni di voti che l’acqua deve restare fuori dal mercato? Già! Dunque un’agenzia che regoli un monopolio naturale – come viene definito il servizio idrico dai referendari – è un organismo inutile, privo di senso. Ma intanto il governo, o meglio lo sgoverno, lo ha inventato, come un segno, un avvertimento che la battaglia non si chiuderà certo qui.
Per evitare di lasciare i lettori sotto l’impressione che la novità post-referendum sia rappresentata dall‘ Agenzia, ente dal sapore di barzelletta burocratica, possiamo citare invece un interessante documento rilasciato il 14 Giugno dall’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani), che consiste in un’articolata nota interpretativa sull’esito dei due quesiti referendari sull’acqua e sulle sue ricadute sulle amministrazioni locali. Esso si trova nel sito http://www.acquabenecomune.org (in: archivio notizie) ed ha lo scopo di facilitare una lettura sistematica delle norme nazionali e comunitarie, delle abrogazioni e delle pronunce della Corte Costituzionale per mettere a disposizione dei Comuni degli strumenti operativi volti a rassicurare gli enti stessi nell’interpretazione delle norme che saranno chiamati a svolgere in sede territoriale.
Il documento rileva che ora vige l’applicazione immediata nell’ordinamento nazionale della normativa comunitaria, meno restrittiva rispetto a quella oggetto di referendum. Cioè non s’impone la privatizzazione dei servizi pubblici locali, ma si consente agli Stati membri di mantenere la gestione pubblica e non si prevede una soglia minima di partecipazione dei privati nelle società miste. Nel frattempo alle Autorità d’ambito, di cui è stata già disposta la cessazione dell’attività al 31 Dicembre 2011, rimane affidato il compito di determinare le tariffe.
Toccherà dunque alle autorità regionali adottare delle decisioni sensate ed equilibrate che tengano conto degli esiti referendari. E ci si augura che il Parlamento si decida finalmente a discutere e a varare la legge di iniziativa popolare presentata dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua nel 2007, che si proponeva di definire il diritto di accesso all’acqua come uno dei pilastri fondamentali della normativa italiana sull‘acqua, assieme al quantitativo minimo quotidiano gratuito da garantire, da parte dell‘ente gestore, ad ogni essere umano.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica democrazia il 14 luglio 2011