Inventio

Roberta Salardi



Da quando la scrittura è diventata una professione borghese, aspirante come tutte le professioni a una retribuzione regolare e possibilmente elevata, la serialità di molta produzione narrativa, segnata dai ritmi incalzanti (e al contempo impiegatizi) dell’industria libraria, ha quasi cancellato la parte più fantasiosa e brillante delle opere: l’inventio, l’inventività, l’idea da cui scaturisce tutto. Un’idea originale è più facile che sorga da qualcosa d’inaspettato anziché su commissione o in obbedienza ai cliché commerciali.
Tuttavia si trovano ancora libri ricchi d’invenzione.
Era il 1969 quando uscì La divina foresta di Giuseppe Bonaviri, favola scritta fra il 1965 e il 1967 e recentemente ristampata da Sellerio (Palermo 2008) Molti scrittori l’accolsero con entusiasmo, da Caproni a Manganelli a Calvino, che parlò di un’insolita storia naturale.
L’incipit rievoca la nascita della vita e la metamorfosi degli esseri: il protagonista da organismo unicellulare si evolve in pianta di borragine quindi in avvoltoio. Il problema, fin dalle forme più primitive, è il rapporto col mondo, dal momento che egli si pone in atteggiamento interrogativo e dialogante con le altre forme di vita; tutti gli esseri viventi, per parte loro, si rivelano parlanti e filosofanti. Un gruppo eterogeneo di volatili, che fanno amicizia, fonda addirittura una scuola di pensiero su un carrubo in una mitica Sicilia incontaminata. Così scelgono il luogo: "Attratti da certi sparsi riccioli di gravitazione, senza nessuno sforzo ci trovammo in una terra (che poi diventò la mia dimora) coperta di un vasto mare e di foreste infinite in una mutevolezza di scogliere e montagne. Fendendo un liquame aeriforme dove in parte ci si intricava, scomparendo e riemergendo, come stella filante, ci portammo sempre più in basso, sinché finimmo presso un rilievo di monti che chiamai Camuti, per non confonderlo con altri rilievi, e là, a fondovalle, vidi per la prima volta un torrente che scorreva in un dolce snaturamento di acque." (Rizzoli, Milano 1969, pag 22). Alcuni animali morenti paiono annunciare che su tutto c’è il vuoto, ma non si stanca per questo l’io narrante di sperimentare sempre nuove esistenze. Finché, osservando l’incredibile distruttività degli esseri umani, sospinti da tedio e malinconia, alcuni volatili cercano di migrare sulla luna.
Scriveva Giorgio Manganelli nella prefazione alla prima edizione: "La divina foresta è attraversata dal tema della ricerca di qualcuno, in un mondo che ignora che cosa sia la consistenza di qualsivoglia qualcuno (…) un infinito itinerario comporta infinite perdite, la conoscenza dell’addio come struttura segreta del mondo, quel nucleo di pena che nessun Orfeo riesce a consolare con la volatile grazia delle sue cantilene solitarie.". Col vano tentativo degli uccelli-filosofi di raggiungere la luna si chiude questo moderno, tascabile De rerum natura, lasciandoci la sensazione di una profonda, quasi inafferrabile, armonia.

Nel 1999 uscirono, fra gli altri, due romanzi molto originali: Per quante vite di Marosia Castaldi (Feltrinelli) e Ti squamo di Antonio Rezza (Bompiani).
Per quante vite ha una trama sfuggente e per certi versi incontenibile. Dora (personaggio sdoppiato in quanto a volte la voce narrante dice "io e Dora" come se in lei ci fossero due Dora) abita in una via dall’improbabile nome straniero, Pfeffingerstrasse (che non esiste sulla cartina di nessuna città), una via interminabile in cui la protagonista trasloca in continuazione o sale e scende scale alla ricerca di sempre nuovi lavori. Per questa strada si spostano anche camion carichi di materiale da costruzione, nella costante attività di edificare e riedificare case, negozi, le persone stesse. A dispetto di tutto questo fervere di vita, scoppiano improvvisamente bombe, incendi, si fanno rastrellamenti, si finisce dall’ospedale in manicomio, mentre scorrono fiumi di sangue, senza che vengano specificate le ragioni storiche o geografiche di un preciso conflitto. La protagonista e sua figlia (anch’essa sdoppiata in una figlia in carne e ossa e nel fantasma di un’altra figlia perduta in precedenza) si difendono portando sempre con sé nelle mutevoli abitazioni un paravento-totem, soglia di comunicazione col mondo dei morti, su cui viene incollato di tutto: lettere, fotografie, biglietti di vivi e defunti, rimasugli di barattoli, pagine di libri o banali elenchi telefonici, affinché niente, ma proprio niente si disperda o si dimentichi. Così è descritto quest’insolito paravento: "E’ un paravento altissimo. Non si può passarci sopra né sotto né a fianco né di lato non ha varchi né passaggi. Oltre le sue pareti sostano i morti o passano e ripassano aspettando che qualcuno si accorga di loro. (…) Esco e vado ad insegnare nella scuola vicino a casa.
Sicché mi sembra di non uscire mai di casa come se fossi sempre a casa e ovunque mi seguisse l’ombra o l’anima del paravento. Il paravento è tutto e niente e, dato che non si può passarci sopra né sotto né a fianco né di lato, è a me come la mia vita che non posso passarci sopra né sotto né a fianco né di lato. Mi limito a starci a fianco di lato. Abbastanza prossima. E ogni sera ci lascio accanto le mie scarpe vuote come si va a deporre fiori sulle tombe dei morti, non perché si creda che possano risponderci ma per stare anche a loro un po’ più a fianco, di lato. Abbastanza prossimi (…) Vado in tutte le direzioni: avanti e indietro a fianco di lato tanto comunque non si può passare attraverso. Entro esco metto e tolgo le scarpe perché so di non uscire mai, di non varcare soglie. Per questo vivo in compagnia di quest’unica invalicabile soglia di cui nella strada si dice che sia tutta blu e che di notte io ci parli insieme e che sia molto gelosa del mio paravento forse per la nostalgia invincibile di varcare soglie di dividere il bianco dal nero di credere di poter scegliere tra la vita e la morte…" (pagg 9-10).
La protagonista è un personaggio ma anche narratrice di un libro interminabile e doppio dell’autrice stessa, a significare il fatto che la scrittura sconfina spesso e volentieri nella realtà e viceversa. Lei e la sua amica Iride, un altro suo doppio, cercano di comporre un libro infinito battendo furiosamente su una tastiera e inviandosi lettere, ma a un certo punto i dischetti si smagnetizzano e non si sa se il libro si sia salvato oppure no.
Dora muore ma riprende a fare cose simili anche nell’aldilà.

Così inizia Ti squamo. Storia di un amore screpolato: "Brutta morte quella del boccone, prima annega nella saliva e poi, sul suo corpo affogato, battono denti incisivi che lo smembrano. (…) Una volta che il giudizio palatino è di buon grado il povero boccone è deglutito: dalla bocca esce la parola e incontra il cibo che va a farsi merda. Per questo non parlavo, il pensiero che le parole e la pietanza usassero un sol canale mi inorridiva a un punto tale che sedevo a tavola, non mangiavo per non sporcare la parola e non parlavo per non mischiarla al cibo. (…) Piano piano decisi di alternare la pietanza alla favella: alcuni giorni parlavo fitto fitto senza mai fermarmi e digiunando, altri mangiavo zitto zitto senza proferir non eloquendo, in questo modo eliminando ogni possibilità di contatto tra pronuncia e pranzo." (pagg 9-11). In alcuni giorni il letterato anoressico mangia libri e dizionari o, più banalmente, fili e apparecchi telefonici incrostati di parole. Non soddisfatto, uccide un postino perché insensibile al delicato materiale che trasporta, lettere intrise di viva umanità, e attacca in maniera altrettanto inverosimile il mondo intero. Di questo passo: "Vivevo ormai di solo me, gli scambi con l’esterno svogliati e radi, i libri ormai agli sgoccioli ma con intatta fame di sapere. Come burattino con le bucce iniziai a cibarmi delle copertine. Poco dopo ero gonfio di titoli." (pag 44). "In un universo che non si accorge della privazione convenevola cui li sottopongo, mi trovo finalmente al noccio del problema: io voglio estirpare la parola dal ventre di chi superficiale la pronuncia, io sono convinto a fondo che il genere umano non meriti il loquare perché lo umilia a pressappoco. Come mi pesa il non comunicare agli astri lo stato di paralisi in cui cade il mio paese, come mi pesa il ragionare in inconsueto modo in un mondo piegato dalla consuetudine che ammazza. Ho gli strumenti per fare la letteratura ma il solo pensiero che siano gli altri a leggermi mi scòra la faringe: perché io prima pronuncio e dopo scrivo, prima mi umetto le orecchie dello sprazzo fonetico e dopo umilio il concetto orale alla carta stampata, che diviene straccia, che diviene macero mentre io macero il mio cuore." (pag 60).
Ironica a grottesca, questa lunga digressione, o visionaria meditazione, intorno al linguaggio conduce spesso e volentieri fuori dai consueti schemi narrativi e pare farsi beffe di trama, personaggio, narratore, prosa e persino poesia, le volte che fanno capolino, tra il celio e il faceto, brani in versi.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica libri il 13 luglio 2011