A caldo

Jonny Costantino



Artisti e pensatori sono una razza talvolta limitata, istupidita dai propri pregiudizi. Mentre da un lato ti scovano l’ago nel pagliaio, dall’altro sono capaci di scambiare un arcobaleno per un festone. Il sottoscritto per primo. Dubito che mi sarei trovato nel mezzo di un’avventura come "Cammina cammina", se non fosse stato per un legame e un progetto. Nello specifico: l’amicizia con Antonio Moresco e un film su di lui, con lui, un film in cammino che sto realizzando insieme a Fabio Badolato, la Ba di BaCo Productions. Non che mi ritenga un culo di piombo, al contrario. Posso vantare ragguardevoli performance da flâneur, in giro per il globo, solo o ben accompagnato. Ma far mucchio, gregge organizzato con altri, in buona parte sconosciuti, per spartire qualcosa di così intimo come il cammino e il silenzio, questo no, non credevo facesse per me. Eppure…

Alla prima tappa, Milano-Pavia, io e Fabio ci siamo arrivati malintenzionati: due super8 e l’idea di portare con noi a supporto, nelle tappe successive, una videocamera digitale. Mi ero comprato pure un gilet da carpentiere pieno di tasche e cerniere, dicendomi che, per filmare camminando, bisognava avere tutto a portata di mano. Eravamo insomma partiti da film-maker, ma presto abbiamo intuito che in ballo c’era altro. Abbiamo intuito che quell’esperienza non si sarebbe lasciata strumentalizzare ai fini di un discorso per immagini. O meglio: non che non si possa vivere filmando, quando filmare significa mettere a fuoco per intensificare, ma stavolta non si trattava né di forgiarsi un profilmico preesistente a impronta delle nostre intenzioni, né di stare in agguato, di appostarci per cogliere un’epifania. Quanto è accaduto in termini di passi e pause, parole e silenzi, vesciche e crampi, accensioni e mancamenti non c’ha consentito di porci al di fuori, e nemmeno a lato, né di finalizzare creativamente, lì per lì, quel vissuto in progress. Tutto è stato troppo coinvolgente e fisico, cioè esteriore e interiore al contempo. S’è trattato di gettare l’anima avanti e sguinzagliargli dietro il corpo. Più semplicemente: mettersi direttamente, umanamente in gioco s’è rivelato più urgente che fare i registi di qualcosa che non sapevamo ancora cosa fosse.

Milano-Pavia-Santa Cristina, Fornovo-Cassio-Berceto-Pontremoli, Lucca-Altopascio-San Miniato, Bolsena-Montefiascone-Viterbo, La Storta-Roma-Castel Gandolfo-Velletri, Formia-Sessa Aurunca-Calvi Risorta-Scampia-Napoli. 6 sessioni di cammino, 17 tappe, 476 km ca. in 136 ore ca., considerando tappe di 28 km ca. a 3,5 km all’ora ca., su tutti i tipi di strada, dall’asfalto a crateri divenuti letti di lago, riposando le ossa ovunque: seminari e conventi, palestre e stanzoni, camping e ostelli, case cantoniere e alberghi, roulotte e castelli.

Fin da Fornovo di super8 n’è rimasta una sola. Quel gilettino non l’ho mai indossato. Era chiaro, fin dall’inizio, che non ci saremmo mossi come turisti giapponesi con l’ansia del souvenir audiovisivo (ma ormai tutti i turisti sono così), ovvero che non saremmo stati lì a filmare tutto, e poi al montaggio si vede e quel che non ci sta diventa backstage – quanto al modus operandi, siamo piuttosto sensibili alla lezione dei pittori giapponesi del XIV secolo, quelli per cui ogni pennellata è l’approdo spontaneo di una ricerca interiore, in cerca dell’unisono segnico tra corpo e mente. L’idea era dunque premere il grilletto e sparare solo quando avessimo avvistato qualcosa che valesse la pena catturare, dipingere. È questa una scelta di economia (ed etica) dello sguardo che ben collima con la scelta di girare in super8, da noi prediletto per motivi fotografici: il super8 è pellicola, per cui, a differenza del digitale, i secondi costano, poco ma costano, cosa che ti rende quantomeno più responsabile al momento di registrare.

Cammin facendo, abbiamo capito qualcosa di decisivo per il nostro film: ragionando per forme sintetiche (come del resto abbiamo fatto finora), ci saremmo concentrati su minute cose. Niente di "Cammina cammina", della sua atmosfera, della sua magia, dei suoi protagonisti, finirà dentro questo lavoro. Semmai: il volto di Antonio sul nero di un tronco carbonizzato, il suo corpo filiforme tra alti cardi secchi, il bianco della barba che dialoga con l’arancio di un papavero, le Vele di Scampia attraverso la lente dello scrittore, incorniciata da una montatura gialla. Visioni servite dal paesaggio in cui avanzavamo e composte con rapidità, per non interrompere oltremodo un flusso, e sempre con evidente imbarazzo di Antonio, che in quei momenti diventava suo malgrado il centro dell’attenzione, nonostante tutte le cautele approntate (di solito si restava indietro a lavorarsi il "modello" nella location prescelta e poi, con un piccolo sprint, si raggiungevano gli altri). Momenti rubati a "Cammina cammina", solare voyage che rilascerà lentamente i suoi effetti, le sue essenze, su coloro che vi hanno preso parte. Ciò che si trova in un viaggio è sempre altro da ciò che si credeva di cercare. Io ho trovato persone. Tra luce e sudore, sono sbocciate relazioni inaspettate. Nel frattempo, limiti che credevo fisici e ambientali si rivelavano soglie mentali. Varcate. Sono tornato da dov’ero partito con una sfera del possibile notevolmente ampliata.

Pur tra differenze e distanze, contrasti e abbandoni, "Cammina cammina" è stata un’intensa esperienza di condivisione verace, una di quelle rarissime che, rendendoti parte di una comunità che pulsa all’unisono, rendono legittimo sperare per il meglio, un meglio comune. Quanto a me, non riesco a sperare, devo essermi intrattenuto troppo in compagnia di stoici e presocratici. Preferisco coltivare la mia disperazione attivamente, nell’amore per il progetto e la sua realizzazione, nell’amore per la costruzione con quel che comporta di necessaria distruzione, individuale, collettiva. Fuor di retorica. Forte e vulnerabile di una lucidità che si mette in moto, e si trasfigura, nella follia di un’illusione a occhi aperti, vissuta e condivisa in tempo reale. Come "Cammina cammina", ovunque avrà la forza di condurci, questo sogno partito così sgangheratamente garibaldino e consolidatosi a colpi di cuore.

Le costruzioni che amo sono fatte di bagliori e tensioni. Ogni passo che sente il suolo, che ha piedi coscienti, come ogni frase che testimonia l’autentico, è già – in un certo senso, quello che mi preme – un traguardo. Non riuscirei a tener fede al grande disegno che si profila all’orizzonte, se non riconoscessi a ogni singola tappa una bellezza vivificante, capace di sfolgorare finanche di fronte al fantasma nell’incompiuto, quando ogni orma è stata lasciata come fosse l’ultima. Il funambolo deve arrivare da una parte all’altra, questo è ovvio, consapevole che è durante il passaggio che si gioca tutto, sul filo. Potrà malauguratamente cadere, capita ai migliori. Ciò che importa è che abbia irradiato camminando (un funambolo può solo camminare, quand’anche vorrebbe correre o volare), facendo dei propri passi, solidi o tremanti che siano, una danza sul vuoto.

Affiora un pensiero di Ingeborg Bachmann: «Collaboro a una società di domani. E sono ancora nel deserto che viene prima del domani». Anch’io mi trovo qui. Ma oggi – in questo deserto porcilaia intasato di ologrammi grugnenti – mi sembra di scorgere qualche chance in più per creature che condividono ideali e sentimenti che non si lasciano mortificare da questi tempi grigi, melmosi, disonorati. Passo e apro.








pubblicato da j.costantino, s.baratto nella rubrica cammina cammina il 12 luglio 2011