Ora e sempre resistenza

Sergio Baratto



Occupazione militare del territorio, colonne di decine e decine di blindati, migliaia di agenti in tenuta antisommossa che sparano lacrimogeni ad altezza uomo (e che di sera, non avendo più modo di scaricare l’adrenalina sui manifestanti, pare si divertano a malmenare e intossicare musicisti punk nella loro stanza d’albergo).
Cosa pretendono? Che la gente della Val di Susa se ne stia zitta a subire la violenza di Stato?

La divisione posticcia di chi protesta in buoni e cattivi – laddove i buoni sono quelli che dopo aver espresso sommessamente il proprio dissenso smettono di rompere e accettano tutto quello che gli si vuole rifilare, e i cattivi quelli che non obbediscono e non si rassegnano –, tanto cara alle forze politiche sedicenti progressiste, è un’operazione da falsari oltre che un giochetto retorico non meno ripugnante della demonizzazione tout court della protesta tipica della destra.
Rimarco solo, ma con lo sconforto privo di sorpresa che mi viene dall’aver visto e vissuto fin troppe volte, nell’Italia di questi anni, l’assurda messinscena dei lupi che predicano la pace vestiti da agnelli, che viviamo in un paese così mal messo da meritarsi – senza scomporsi – figure istituzionali che rivolgono accuse di terrorismo e tentato omicidio a un’intera comunità che protesta essendo nello stesso tempo esponenti di spicco di un movimento xenofobo specializzatosi in proclami antisemiti (nella variante aggiornata dell’antislamismo), esortazioni alla pulizia etnica del territorio da zingari e arabi, roghi di campi nomadi.
Detto per inciso: signor Maroni ("onorevole" proprio non riesco a scriverlo), provi un po’ a spiegarmi perché lo slogan tanto caro al suo partito, "padroni a casa nostra", non vale per i valsusini.

Tuttavia poco mi importa della gentaglia di quella parte politica. Di certo, dalla destra italiana non mi aspetto che riesca a compiere un’operazione tanto difficile come quella di cogliere la complessità e la differenza; né mi illudo che possa non dico sposare un’attitudine di ribellione, ma anche solo semplicemente prendere atto che a volte si può essere radicalmente contro senza essere giovani facinorosi dei centri sociali.

Nemmeno voglio parlare di Beppe Grillo, una figura che mi pare tristemente rappresentativa dei flussi qualunquistici che attraversano il sottosuolo del Paese come minimo dai tempi di Guglielmo Giannini. Quale credito posso dare alle parole di uno che, nel 2007, all’esplodere della più virulenta campagna antirom della storia d’Italia, diede voce sul suo blog a chi denunciava la violazione dei sacri confini della patria da parte di presunte orde nomadiche di parassiti antropologicamente incompatibili con la civiltà?

Mi rivolgo piuttosto alla sinistra, a quel blocco politico che periodicamente viene a chiedere il mio voto e a titillare il mio senso di responsabilità come se fosse una zona erogena della coscienza.
Questo oggi voglio dire, da militante di sinistra che ieri era con il cuore e con la mente accanto ai valsusini e che, se si fosse trovato tra loro in carne ed ossa, avrebbe cercato di vincere la paura e di compiere i medesimi gesti di ribellione: il vostro non essere né caldi né freddi mi rivolta lo stomaco. Siete una razza di ipocriti, che nascondete il manganello dietro paraventi verbali come "dialogo" e "responsabilità", siete così divorati dalla paura di apparire cattivi (e intanto lo siete, in modi che nemmeno immaginate, lo siete!) al vostro parco-elettori immaginario da aggrapparvi alle più vergognose menzogne, da riesumare feticci lessicali abusati e polverosi come "no-global" o "black bloc" (vi prego, questo armamentario retorico da giornaletto antisemita russo dell’Ottocento lasciatelo a "Libero", lasciatelo al "Giornale", che saranno sempre più bravi di voi nell’usarlo), in una specie di farsa allucinante della campagna di disinformazione di massa di una decina di anni fa – quando altri sbirri si diedero all’allegra mattanza nella generalizzata riprovazione nei confronti di noi facinorosi figli ingrati dell’Occidente democratico che sapevamo soltanto dire no e devastare il giardinetto con Biancaneve e i sette nani della buona e mansueta società civile…

Sia chiara una cosa: io non ce l’ho con voi perché siete a favore della Tav ecc. Lo so che avete come vostro nuovo idolo lo sviluppo, che siete ancora tutti dentro questa dimensione novecentesca della crescita, che ambite a essere le "colombe" del neoliberismo. Io la penso diversamente e per questo vi considero miei avversari, quantunque possa accadere che, su determinate questioni, mi ritrovi tatticamente al vostro fianco.
Non è la vostra adesione al vitello d’oro del capitale globale, che mi esacerba. Di quella sono ben conscio, e non da oggi. Ciò che mi disgusta fino al vomito è la vostra ipocrisia, il modo in cui riuscite a combinare bigottismo e cinismo. Io voglio che abbiate il coraggio di dire apertamente che, quando ci sono in ballo grandi opere e ingenti grumi di interessi economici, non ci sono cazzi e lo Stato può legittimamente ricorrere all’uso della forza per far digerire l’indigeribile ai suoi cittadini.
Che i cittadini in democrazia sono cittadini ma all’occorrenza possono essere declassati a sudditi.
Voglio che abbiate il coraggio di dirla tutta: che se a rompere i coglioni sulla Tav ci sono anche le vecchiette, anche quelle vecchiette vanno – delicatamente, nei limiti del possibile – rimosse dal tracciato su cui dovranno sfrecciare i treni ad alta velocità.
Voglio che riconosciate almeno questo, alla gente della Val di Susa, glielo dovete: che è un’intera comunità, quella che sta lottando, e che quindi è l’intera comunità a meritarsi quello statuto di antagonista che voi invece vi ostinate ad affibbiare a certe entità fantasmatiche dall’esistenza a orologeria.

E poi è ora che la piantiate di sparare cazzate sulla violenza e la non-violenza. Vi riempite la bocca di concetti di cui non avete la minima cognizione, che non sareste mai in grado di sviluppare.
Dov’è secondo voi il limite che separa la protesta legittima e la violenza intollerabile? Qual è per voi il discrimine tra i comportamenti accettabili e quelli inaccettabili? In cosa consiste la violenza da aborrire e condannare? Se uomini in divisa sparano candelotti ad alzo zero, cosa devo fare per difendermi senza diventare un violento?
Dovrò forse starmene giudizioso e composto a farmi riempire di fratture scomposte perché lo Stato è l’unico soggetto a poter legittimamente ricorrere all’uso della forza?
Vogliamo una volta per tutte discutere non del tabù della violenza, ma del feticcio della nonviolenza con cui il Potere può agevolmente criminalizzare una pietra scagliata, un corpo steso sui binari, il lancio di una bottiglietta di plastica, lo sciopero non autorizzato?

Ma io lo so perché avete bisogno di introdurre questa suddivisione artificiale: perché siete orribilmente incistati nella bolla del vostro piccolo potere, isolati nel vostro allucinante sgabuzzino ontologico al piano seminterrato del palazzo, e l’idea che possa esistere una ribellione di massa, che un’intera comunità possa assumere un atteggiamento di protesta ostinato e radicale, vi sembra spaventosa e aliena. Qualcosa che le vostre categorie non riescono a cogliere, a definire. Un mostro indefinibile, per voi, e così orribile che deve essere per forza destrutturato e ricomposto sulla base delle vostre categorie. Eccole dunque, bell’e pronte, le divisioni, le vecchiette buone e i giovani cattivi, quelli del posto che sono ragionevoli e quelli da fuori che sono facinorosi. Ecco la condanna della "violenza" che "è sempre inaccettabile", ecco la solidarietà d’ufficio alle forze dell’ordine. Ecco i pacifici che non rompono le righe (e le palle) e i violenti che – addirittura! – tirano petardi e sassi!
I sassi!

Eppure vi ho sentiti negli anni scorsi, durante l’infuriare della seconda Intifada palestinese – quando con una pratica dissennata e barbara gli attentatori suicidi si facevano saltare in aria sugli autobus e nei ristoranti israeliani, pensando forse che ammazzare un numero imprecisato di civili innocenti fosse d’aiuto alla causa… Vi ho sentiti, allora, rievocare con voce incrinata la buona vecchia prima Intifada, quando era più facile schierarsi con i bambini palestinesi perché lanciavano sassi contro i carri armati. Ecco: quei sassi che in mano ai palestinesi nell’82 andavano bene, erano la fionda di Davide contro i cannoni telescopici di Golia, adesso d’un tratto sono una forma di lotta inaccettabile e irresponsabile?

("Irresponsabile"… un aggettivo che ho udito uscire dalle vostre bocche così tante volte in questi anni che ora non appena lo sento la nausea mi travolge. Irresponsabile è per voi tutto ciò che esula dalle vostre sporchissime operazioncine di politica parlamentare di piccolo cabotaggio. Perciò oggi rivendico la mia irresponsabilità, perché essa è in verità per me il modo più nobile che mi riesca di esercitare la mia responsabilità.)

Perciò sì, io mi schiero senza se e senza ma (se proprio ci tenete userò questa espressione così stronza che a quanto pare a voi piace tanto).
Con i valsusini.
E con le pietre della loro valle.








pubblicato da s.baratto nella rubrica democrazia il 4 luglio 2011