Una scarpa sola

Sergio Nelli



Una scarpa sola
Appoggiate sui sedili posteriori insieme alla baguette, le buste della spesa hanno avuto un sobbalzo a causa di un dossetto artificiale. Non ho fatto in tempo a adocchiarle che ho sentito un cozzo di lamiere. Davanti a me, a una cinquantina di metri, una macchina uscita troppo fuori dallo stop ha colpito uno scooter che ha girato su se stesso sbalzando il ragazzo che lo guidava. Il ragazzo si è alzato immediatamente e si è portato sul marciapiede mettendosi seduto con le gambe distese. Aveva una scarpa sola. Davanti a lui c’era il motorino che pareva un animale riverso sulla carreggiata; l’altra scarpa era rimasta sulla strada puntando da qualche parte come l’ago di una bussola. Mentre si appoggiava per terra si è tolto il casco. Avrà avuto quindici-sedici anni, i capelli castano scuro tagliati corti. L’automobilista coivolto era sceso e stava per raggiungerlo. Dall’altra parte della via, sull’argine verde e fiorito del fiume, una donna che faceva jogging si era fermata di colpo. Pur non mostrando ferite sul viso, il ragazzo aveva la bocca impiatricciata di rosso scuro, i denti macchiati come se avesse mangiato delle more. L’ho messo a fuoco soffermandomi, e proseguendo oltre, quando ho valutato che non c’era alcun bisogno di me e che avevo altre macchine dietro. Non piangeva, non si lamentava, ha detto qualcosa al responsabile dell’incidente che si è piegato su di lui; aveva solo un’aria infinitamente delusa.

Formato tessera
In uno scatolone in soffitta ho ritrovato una bustina di plastica, trasparente da un lato e blu colorata dall’altro, di quelle simili al porta carta d’identità o al portapatente. C’erano quindici foto formato tessera di me nei diversi periodi della mia vita. Alcune le avevo già disponibili ma altre erano inedite e viste così tutte assieme facevano una certa impressione. La prima, che conoscevo benissimo, è una foto che mi feci per l’abbonamento autobus in prima liceo e raffigura un bambino in giacca e cravatta con la bocchina stretta e l’aria perbene. Non ricordo affatto quando, con in braccio il pacco di libri tenuti da una cinghia, la tiravo fuori per mostrarla al bigliettaio. La seconda è sempre una foto d’abbonamento, ferroviario, dove ho i capelli lunghi e un’aria più adulta. Ci sono poi tre pose in cui sembro mio figlio imbruttito. Non sono proprio male, ma insomma non c’è gara. Poi arriva una serie di pose in cui il dato del tempo si misura soprattutto dalla barba e i baffi e da una stempiatura che va espandendosi. I baffi li ho sempre tenuti anche se di diversa lunghezza, la barba invece intera o a pizzetto è apparsa e scomparsa. La documentazione è comunque lacunosa. Ce n’è una di mezzo in cui sembro un terrorista, o un benzinaio scuro, mentre nelle ultime il volto si fa congestionato, più macchiato, la pettinatura scomposta o sconvolta. Manca l’oggi. Inoltre, l’ultima fototessera della serie non ritrae un altro me bensì quello che è stato il mio migliore amico. E’ giovane, forse nel suo momento migliore, gli occhi ridenti e i capelli tanto folti da sembrare cotonati. Nel frattempo, ed è un tempo lungo, ci siamo persi di vista.

Stretching
Mio figlio non aveva fermezza, non faceva altro che spostarsi e parlare a voce altissima a me e a sua madre da stanza a stanza. Con calma, ho detto. Ma c’era mobilitazione. Il telefonino gli è squillato tre volte e per tre volte ha chiuso violentemente la porta dietro di sé. Quando mio figlio è uscito, sua madre si è messa a fare ginnastica nonostante il caldo. L’ho focalizzata nel salotto, denudata, su un tappetino da stretching che muoveva gambe e braccia nell’abbaglio della finestra. Quando si è messa in ginocchio le tette hanno un po’sbandato assestandosi poi con un fermento di superficie, come il latte che dopo versato ridiventa liscio nel bicchiere. Sono andato in cucina e ho bevuto del caffè freddo. Ero in pantaloncini corti, ciabatte e cannottiera. Vuoi un po’ di caffè freddo, ho detto alla madre di mio figlio mentre alzava un braccio e una gamba, e poi si ricomponeva carponi, incurante del suo buco di culo esposto che aveva, sì, il colore delle stelle marine arenate.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 4 luglio 2011