The Tempest

Maria Cerino



C’è qualcosa di inspiegabilmente attraente in certi eventi del cartellone teatrale del Napoli Teatro Festival, per esempio in The Tempest di William Shakespeare portato in Italia in lingua russa da un regista inglese. Lì per lì ti domandi perché mai dovresti assistere a un’opera che è un classico e la cui forza è nell’inglese in cui è stata scritta, dovendo poi prestare attenzione ai sottotitoli senza comprendere se c’è vera rigenerazione in quel cambio di idioma. E con quell’interrogativo che sa di forzato, Vorrà forse dire che il russo e la Russia di oggi, di un secolo fa, hanno in comune con l’Inghilterra Elisabettiana (nella lingua) e con l’Italia seicentesca (nella trama) più di quanto si possa immaginare? La risposta sarebbe comunque sbagliata perché sbagliata è la domanda. Purtroppo non bisognerebbe mai leggere la sinossi della messa in scena soprattutto quando cerca di persuadere il pubblico con l’idea che l’opera abbia una ragione d’esistenza e una necessità doppie che non sono nella grandiosità del testo ma nella sua versatilità. Gli attori devono essere versatili, il teatro è maestoso anche quando corre il rischio di risultare datato perché, come la letteratura, è universale. Quindi, a mio parere, a parte le ragioni sociopolitiche che sono quelle di sempre, connaturate al testo che Shakespeare compose secoli fa, si assiste con piacere allo spettacolo di The Tempest in russo per pura fascinazione, di lingua e di abiti maschili da fine Russia zarista.

Un secondo disappunto, non del tutto indipendente dal primo, riguarda le digressioni spazio temporali che sembra tanto interessino i registi ospiti di questa edizione (due su due è una percentuale che non lascia molto spazio al caso) e in particolare la dicotomia comunismo/consumismo negli ultimi imperi conquistati dal capitalismo. Capitava in Le Dragon Bleu nella Cina di oggi e c’è pure in The tempest con un canto di abbondanza leninista e tre dei personaggi – che non si sa come – si lasciano abbagliare dalla scoperta delle griffe e delle carte di credito. Ora, che il teatro possa avercela con il capitalismo (la nascita del cinema industria della televisione e della rete ne sono diretta conseguenza) è comprensibile, visto che in un certo senso ne hanno sancito il superamento, ma il rischio che corre adottando questi espedienti è di sembrare ingiustamente vecchio e piegato su se stesso. Non perché non ci siano motivazioni per parlare oggi di consumismo e comunismo, ma farlo in maniera così diretta, particolare, banale e pretestuosa è davvero sconfortante, toglie allo spettacolo metà del suo valore. E’ ridicolo il gioco delle trasposizioni al contrario, come a dire ci avevo visto lungo esistendo nella maniera in cui esistevo e voi, abbagliati dalle luci del progresso, avete rovinato tutto.

Declan Donnellan, regista inglese, conferma la sua fama in ciò che nel teatro è classico, l’uso del palcoscenico come spazio dell’azione. La scenografia è scarna, essenziale, se non fosse per le tre porte che definiscono il passaggio da un atto all’altro e l’uscita e l’ingresso dei personaggi non ci sarebbero che attori. E gli attori mutano in tutto, diventano oggetti, musica (i musicisti recitano in abito scuro e compaiono e scompaiono dalla scena interpretando il ruolo della melodia), elementi della natura. Un’armonia coinvolgente, la perfetta misura dell’azione nei tempi e nel luogo, un bravo regista sa come far muovere i suoi attori senza che un solo spettatore abbia l’impressione di perderne di vista uno, qualsiasi posto occupi in platea o sui loggioni; Donnallan è magistrale.

Magari qualche battuta è un po’ falsa – il peggior umorismo l’ho trovato al teatro, sempre – ma l’erotismo che domina la scena è tanto coinvolgente da mettere il resto in secondo piano. Il palco è acqua, c’è acqua ovunque, sembra che i personaggi si prendano a gavettoni e non si ha l’impressione dell’annegamento ma, appunto, una premunizione di sessualità selvatica. Come se l’opera dovesse chiudersi con un’orgia invece che con un perdono e una partenza. Tale tensione sessuale aggiunta alla comicità dei dialoghi e delle situazioni detrae al personaggio di Prospero la complessità del dramma che ha vissuto e il percorso di crescita che compie; qui mancano il dolore e la rabbia, la vecchiaia, la percezione della fine di un’epoca.








pubblicato da m.cerino nella rubrica teatro il 3 luglio 2011