America amore

Teo Lorini



Brani dalla raccolta di scritti teatrali Grazie per le magnifiche rose (Feltrinelli 1965); cospicui estratti da Off-off (Feltrinelli 1968), il volume che assembla le esplorazioni nel teatro d’avanguardia americano della stagione ’66-’67; una selezione delle Sessanta posizioni (sempre Feltrinelli, 1971) ormai introvabili – se non a prezzi proibitivi nel “mercato del modernariato” – e ancora vari reportages apparsi su “Il Mondo”, “Tempo presente” o “L’illustrazione italiana”: si deve alla perizia di Andrea Cortellessa, e alla sua enciclopedica conoscenza dello sterminato opus di Arbasino, l’identificazione (in un articolo apparso su “TTL”) dei pezzi che compongono questo ricchissimo volume adelphiano. Il quale esce, ahinoi, senza indici e senza indicazioni sull’originaria collocazione dei singoli articoli. Vuoi perché le riscritture, come di consueto nell’opera del Vogherese, si sono stratificate e intersecate progressivamente, vuoi perché se Arbasino riprende una sua pagina, o un’opera intera (si pensi alla riproposta della versione 1963 dei Fratelli d’Italia nel primo Meridiano) è per confermarne un’attualità che trascende il tempo della composizione originaria o magari per chiosarla con brevi ripensamenti e aggiunte in clausula.
Tale spiegazione soddisfa senz’altro l’Autore, insofferente com’è alle problematiche di filologia e variantistica, ma dall’altra parte spiace un po’ a chi legge questi splendidi reportages per la prima volta e vorrebbe magari collocarli nel tempo (se non proprio nelle testate d’origine) per avere un’idea dell’anticipo con cui la proteiforme curiosità arbasiniana si baloccava con temi e riflessioni che sembrano a tutt’oggi d’estrema attualità. Tale è ad esempio il caso de “Il pranzo in piedi” in cui Arbasino diagnostica, con profusione di esilaranti esempi, l’ossessione tutta americana per le social skills e per la popolarità come unico indice di successo personale e persino professionale, col corollario del monologo pubblico di auto-accusa in cui il tapino, spronato magari da qualche martini di troppo, ammette la propria inadeguatezza sociale e invoca il perdono della collettività come ai tempi dei pionieri. In “Le età dell’uomo medio”, invece, ecco che Arbasino esamina quella sorta di perenne regressione su cui si sarebbe soffermato diversi anni più tardi anche Watzlawick: in una società composita come l’americana il fanciullo è, per forza di cose, più integrato di chi lo precede, possiede meglio la lingua, ha il suo giro di coetanei con cui condivide valori più collettivi e progrediti rispetto al vecchiume che respira in casa. Ecco allora che i bambini “non saranno più percossi, né privati del gelato o della tv” e anzi saranno papà e mamma ad adeguarsi a quell’agenzia educativa aperta 24 ore su 24 (causando ai figli immani smarrimenti e gravi traumi dinnanzi a ogni prova da adulto).
Ma la prospettiva sociologica è solo uno degli innumerevoli approcci da cui è possibile entrare in America amore, quaderno d’appunti d’un viaggiatore tanto curioso quanto intelligente che scruta, manipola, interpreta, tutto ciò con cui viene a contatto: dalla pericolosissima metropolitana newyorchese alla vacuità di Los Angeles, città senza centro né forma verso la quale “tutta l’America rotola come su un piano inclinato” (Frank Lloyd Wright). E poi le tragicomiche notti nel “Paese dei balocchi” di Fire Island; le memorie di Belle Livingstone, indimenticabile American courtesan che attraversa da regina la Belle époque e il Proibizionismo armata solo del suo “vecchio spiritaccio”; l’esilarante recensione alla baracconissima Cleopatra di Mankiewicz (in cui par lecito intravedere il primo nucleo dell’idea che germinerà nel Super-Eliogabalo). Fino ai viaggi nel centro di questa America: l’aria nitida e asciutta dei pueblos del New Mexico, l’Opera house di Santa Fe, aperta sul deserto e sui tramonti che trascolorano e i lampi in lontananza. O ancora l’affascinante “Morfologia di New Orleans” con i suoi strati sovrapposti di dominazioni e culture: spagnole, francesi, inglesi, creole e sudiste, gli spirits a fiumi, i late breakfasts, “gli antiquari più fini del mondo” e le ville semidecrepite che celano all’interno il patio andaluso o l’orticello dei semplici.
Ecco, forse la maggiore fra le molte attrattive di questo libro imperdibile è imbattersi, qua e là, sempre all’improvviso, in passi nei quali la prosa spumeggiante di Arbasino abbandona il disincanto e la brillantezza abituali e si lascia repentinamente travolgere dal puro e semplice stupore. È così, ad esempio, nella descrizione di un “Sabato del Village” già irreparabilmente logoro e quasi cemeteriale che si chiude però su un istante di sospesa grazia “alla fine, quando si è fatto tardi e improvvisamente l’alba ci sorprende in mezzo alla Fifth Avenue. Pochi spettacoli ho visto più commoventi dei colori teneri del cielo, tra le facciate ancora buie e cieche dei grattacieli, che a uno a uno i raggi puliti del sole illuminano adagio, in purissimo technicolor”.

Alberto Arbasino, America amore, Adelphi, pp. 870, euro 19

pubblicato su «Pulp Libri», n. 91 (maggio-giugno 2011)








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 3 luglio 2011