La voce di Basir, dall’Afghanistan a Padova

Vera Mantengoli



Il 12 marzo del 2001 i Buddha di Bamyan venivano distrutti dai Talebani. Ecco un articolo (pubblicato qualche giorno fa sul Mattino di Padova) che ricorda l’episodio attraverso la storia di un giornalista arrivato in Italia come rifugiato politico.

«La notte prima di partire per l’Italia non ho chiuso occhio. Mia madre mi ha guardato fino all’ultimo temendo di non potermi rivedere mai più». Basir Ahang è un giornalista di quasi ventotto anni arrivato dall’Afghanistan come rifugiato politico a maggio del 2008, con un volo militare italiano. Vive a Padova dove frequenta Facoltà di Scienze Politiche e scrive regolarmente in persiano per la BBC e per altri siti che si occupano di diritti umani.

A sentire la sua biografia sembra quasi che sia stato il giornalismo a scegliere lui e non il contrario. Fatto sta che si trovava in viaggio, in attesa degli esiti degli esami di maturità, quando gli capita di assistere a una manovra alquanto losca. Si accorge che alcuni vecchi carri armati russi vengono caricati dai Talebani in un camion e portati via, verso il Pakistan. Ha con sé una macchina fotografica e immortala la sequenza di scene. Torna in città e porta i negativi a un amico giornalista di Kabul che fa scoppiare un caso nazionale. Frequenta il giornale e si appassiona al lavoro.

Nel 2003 partecipa a Kabul a un corso gratuito di giornalismo promosso dall’Associazione no profit Internews Europe. Il programma prevede di avviare una frequenza radio condotta da chi ha seguito il corso: «Eravamo in tre – ricorda – a Ghazni. Io facevo un programma sui diritti sociali, in particolare sulle donne. Il nostro studio era nella stanza di un vecchio ospedale. È andato bene, abbiamo lavorato per anni insieme mentre studiavo all’università. Avrei voluto fare giurisprudenza, ma da noi si indicano delle preferenze e poi si fa un test. Alla fine per un punto sono risultato idoneo alla letteratura persiana».

I diritti non sono soltanto una questione di vocazione. Basir i diritti li ha visti togliere con i suoi occhi e prova ancora sulla sua pelle cosa significa non averli. La storia della sua etnia ne è un esempio. Gli Hazara discendono dalla dinastia Bamiyan, lo stesso nome dei monumentali Buddha fatti esplodere dai Talebani a marzo del 2001, considerate statue idolatre. Il volto è la prima parte che viene distrutta e con quel gesto anche migliaia di identità vengono spazzate via: «Noi Hazara – racconta Basir – eravamo i depositari dell’eredità dei Buddha. Abbiamo una cultura millenaria, ma siamo sempre stati vittime di violenza. La nostra è una storia di soprusi. Parlo di Hazara nel mio caso, ma se qualsiasi identità è a rischio bisogna salvarla. Quando saremo tutti cittadini allora dire che sono Hazara non sarà più importante».

I giganteschi pilastri d’Oriente sono solo il preludio di un incubo che raggiunge l’apice con le Torri Gemelle, pochi mesi dopo. Sono in molti in Afghanistan a sperare che l’America li possa liberare dai Telebani, ma il Paese piomba in una notte senza speranza. Basir si ribella con l’unica arma che ha: l’informazione. La guerra spiegata da un ragazzo è un’altra cosa rispetto a quello che raccontano la televisione o i giornali. Si ha quasi la sensazione di sentirne l’odore. Le persone che arrivano in Italia e che spesso sono trattate come pesi da sistemare sono dei pezzi di storia viva.

Uno come Basir, che ha seguito da vicino i rapimenti di Gabriele Torsello e di Daniele Mastrogiacomo, arrivato in Italia si è ritrovato più solo di prima. Eppure la sua memoria rappresenta la possibilità di guardare la realtà con altri occhi. Sapere che in seguito all’assassinio dell’amico Ajmal Naqshbandi, interprete di Mastrogiacomo, tutti i quotidiani afgani sono usciti per tre giorni con la prima pagina nera e che ogni anno in suo ricordo i parchi di Kabul si riempiono di fiori e candele, restituisce quell’umanità che le notizie nella fretta non possono dare.

Il destino lo ha portato fino a Padova. Abita con due inquilini «afghanistani e non afgani». Afghanistan significa Terra dei (stan) Pashtun (afghan). Il nome è stato introdotto nel 1747 dal re Ahmad Shah Durani, ma prima si chiamava Khorasan, Terra del Sole. Afghanistano significa quindi abitante della terra dei Pashtun, ma non appartenente a quella etnia.

Ogni giorno Basir testimonia l’oscurità nella quale è finito il suo Paese attraverso articoli, interviste e conferenze alla quali è chiamato in tutta Europa (www.basirahang.org e www.hazarapeople.com). Lo fa cercando di portare alla luce la storia, soprattutto ora che si trova qui in Italia, lontano dalle minacce ricevute perché cronista. Per adesso l’unico strumento che ha a disposizione è la parola. Prima la usava per scrivere, adesso per dialogare.

Nel suo Paese anche le altre tre etnie (Tajiki, Uzbeki e Hazara) sono vittime di discriminazioni razziali da parte dei Pashtun, ma gli Hazara, a causa di un passato culturale diverso, sono proprio emarginati: «Usare il termine Pashtun per indicare chi ci ha massacrati può creare fraintendimenti – precisa, davanti a un caldo the al cardamomo – perché ce ne sono contrari al potere, ma non possono opporsi. Un mio amico Pashtun mi ha rivelato come gli parlavano degli Hazara quando andava a studiare il Corano. Lui stesso mi ha detto che è rimasto scioccato quando ha visto che ero come lui. Gli raccontavano delle mostruosità fomentando un vero odio nei nostri confronti».

Sradicato dalla propria terra la sua vita scorre tra Padova, i portali per cui scrive e alcuni lavori sul territorio. Il suo cuore è sempre con la sua famiglia e i suoi fratelli. È preoccupato per le sue sorelle perché, in quanto donne, sono prive di molti diritti. In Italia lavora come interprete per la cooperativa Elleuno. L’anno scorso è stato chiamato per formare i militari in partenza per l’Afghanistan: «Quando ho iniziato a lavorare nella caserma di Treviso – racconta – ero pieno di pregiudizi, ma alla fine mi sono dovuto ricredere. Ho trovato delle persone in gamba e sensibili e con molti sono rimasto amico».

La sua meta principale è ora quella di studiare per essere attivo nel campo politico: «Mi sono laureato – racconta – venti giorni prima di partire per l’Italia. Avevo scritto nel frontespizio alcune parole in persiano che non si possono ufficialmente usare, come Danishgah, università. Uno dei tre relatori me l’ha strappata davanti agli occhi. Mi sono rifiutato di questa imposizione e allora mi sono presentato senza la copertina».

In Italia ci sono 4000 afghanistani, la maggior parte Hazara. I loro tratti somatici sono quelli dei Mongoli, ma le origini sono avvolte dal mistero. Molti amici di Basir sono arrivati con altrettante storie incredibili, altri sono passati per le comunità di minori di Mestre. Di recente un gruppo di questi ragazzi ha aperto un ristorante a Venezia, l’Orient Experience, in Strada Nuova. Tra una prelibatezza e l’altra si fa proprio esperienza che quello che unisce le persone è di gran lunga superiore rispetto a quello che le divide.

Pubblicato su Il Mattino di Padova, marzo 2012.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica condividere il rischio il 12 marzo 2012