Le Dragon Bleu

Maria Cerino



Le Dragon bleu ha il respiro delle grandi produzioni cinematografiche, una sorta di teatro hollywoodiano fatto da registi come Woody Allen, però.
Robert Lepage, con un testo scritto insieme a Marie Michaud, mette in scena forse un dramma dalla deriva grottesca o, forse, una commedia dal retrogusto tragico – il dolore e l’ironia convivono in un così perfetto equilibrio da conferire all’opera una doppia anima.
Il dragone blu è un tatuaggio che uno dei tre protagonisti ha sulla schiena e rappresenta il castigo e la mortificazione – insieme alla morte e alla prigione, il tatuaggio era nella Cina antica una delle tre punizioni –, e il viaggio che compiono i due personaggi canadesi verso l’Oriente sembra appunto un percorso d’espiazione. Pierre e Claire scappano dall’Occidente (il primo in maniera definitiva mentre la seconda in maniera sporadica e reiterata) in cerca di un nuovo ordine, quasi di una disciplina più forte, teutonica, uno per mezzo di un lavoro – gallerista – e con l’attaccamento a una casa a rischio di esproprio e l’altra alla conquista della maternità adottiva. Entrambi, stanchi con ragioni differenti ma storie tutto sommato simili – sono stati sposati ai tempi dell’università – si muovono da una terra all’altra con il miraggio delle promesse di realizzazione e di felicità, con quella pretesa banale che la terra straniera, a differenza di quella madre, sia facile da ingravidare.
E non è un caso se a smentire le attese sia una ragazza del luogo, promettente artista, vittima di tutte le restrizioni cinesi e insieme delle contraddizioni di cui si fanno veicolo gli occidentali cercando radici nel vecchio impero.
Sarebbe stato troppo scontato raccontare la Cina nella sua ambiguità attuale divisa com’è nei fatti dalla propaganda comunista e quella capitalista, quella che, invece, compongono gli autori è una narrazione intima e feroce, non politicamente discutibile perché non è la politica il tema affrontato ma l’incompiuto umano, una commedia della transumanza.

Ciò che colpisce è l’uso che si fa dei luoghi comuni: non risparmiano nessuno dei due paesi, o blocchi volendo, essendo, il luogo comune, l’unica testimonianza trasportata della cultura che si abbandona e la prima che si trova in quella d’arrivo.

Una probabile divisione in atti è scandita da immagini di spot pubblicitari in mandarino che reclamizzano prodotti americani; uomini in divisa con un hamburger in mano, per esempio, danno forma al ridicolo che c’è nel tentativo di sovrapporre costumi ad altri costumi e pretendere che convivano simbioticamente.

Bravi gli attori, obbligati dal copione a recitare in francese inglese e mandarino, magistrali la regia e la scenografia, interessanti i dialoghi anche se non mancano le battute un po’ troppo ammiccanti, alla ricerca della risata facile.

Non si perdona a Le Dragon Bleu il suo essere perfetto e imponente, più vicino al cinema portato a teatro che alla natura del teatro stesso – magari assistere allo spettacolo dalla platea del San Carlo poco aiuta a superare un certo conservatorismo. Le finestre che oscurano una parte del palco per "inquadrare" una scena non sembrano sperimentali ma un’inutile trasposizione dello specifico filmico alla pièce teatrale. Si rimane sì colpiti da certi effetti speciali ma l’impressione che si ha non è di conquista, di stratificazione di linguaggi, di rinnovata complessità quanto piuttosto un senso di perdita e nostalgia, di svuotamento e ridondanza.








pubblicato da ilprimoamore nella rubrica teatro il 28 giugno 2011