Il padrone

Teo Lorini



Recensendo su "Il fatto Quotidiano" questo libro del 1965, recentemente riapparso per merito di Adelphi, un narratore di grande finezza come Edoardo Nesi muoveva a Il padrone la critica di essere "invecchiato malamente" e di essere stato "superato in tromba" dal tempo e dalla società. È Nesi stesso ad ammettere che la sua lettura ha, per forza di cose, tenuto conto di un’esperienza personale ("Sono stato un ’padrone’ per quindici anni, nell’azienda di famiglia che aveva fondato mio nonno, e che mio padre aveva affidato a me").
Un analogo filtro esegetico sembra aver portato Nesi, il cui bellissimo Storie della mia gente è in lizza per lo Strega e verte integralmente sulla progressiva distruzione di quella piccola imprenditoria che ha costituito di fatto l’eccellenza del miracolo economico italiano, a schiacciare tutto il romanzo sulla dimensione della critica a un’alienazione ontologicamente connaturata al lavoro e alle sue dinamiche:

"Dovevano essere davvero anni felici, quelli in cui l’Italia cresceva ai ritmi della Cina di oggi, e poteva vantare la piena occupazione, e un autore importante come Parise scriveva un romanzo in cui del lavoro in fabbrica si dava una visione così distorta e negativa! Splendida e invero invidiabilissima la condizione dell’intellettuale di quel tempo, che, mentre le fabbriche straripavano di operai e lavoro, poteva dedicarsi a mostrare l’assurdità beckettiana di ogni occupazione umana – dunque anche del lavoro – e divertirsi a dipingerne quel ritratto paranoico che sorte da Il padrone!".

Per la verità Nesi non è il solo ad aver letto Il padrone da questa angolatura, ma se l’alienazione connaturata in maniera inestricabile al lavoro salariato è senz’altro un elemento presente nelle pagine del Padrone, a me pare che limitarsi a questa interpretazione significhi fare un torto alla profondità del testo, una profondità che si nutre in primo luogo di una scrittura straordinaria.
È proprio tramite la lingua e lo sguardo – straniato, paradossale, non di rado persino grottesco – che Parise si divincola dalla gabbia interpretativa del romanzo sociale (Il padrone è contemporaneo dei capolavori della narrativa sul e del lavoro: Ottieri, Volponi, Bianciardi) e attinge a un livello che trascende il tema sotteso alla storia di un giovane impiegato di provincia che arriva nella "grande città" come neoimpiegato di un’importante ditta commerciale.

L’universo in cui si muove l’io narrante del Padrone appare metafisico, disambientato (è felicissima in questo senso l’idea di ornare la copertina di una vignetta tratta dal Mandrake del grande Phil Davis): quella grande città con le strade piene di traffico, con "una enorme cattedrale" e "una grande piazza circondata da edifici tappezzati di scritte luminose" e alti palazzi di cristallo e acciaio, eretti su specchi d’acqua su cui "galleggiavano larghe foglie e ninfee" sarà verosimilmente Milano, così come nell’inquietante e nevrotico Padrone dalla voce stridente e dalle labbra sempre incrostate di una secrezione biancastra "simile a quella di un grosso insetto ferito" pare si sia riconosciuto Livio Garzanti, eppure Parise non nomina mai né l’uno né l’altro anzi li sradica e li trasforma tramite in una scrittura cesellata che, pur descrivendo le cose con una precisione ammirevole, non si adagia sul tessuto dell’esperienza ma vi combatte un tenace corpo a corpo, aprendovi costantemente squarci di visionaria libertà. Come il passo che descrive a tinte oniriche la sera in cui protagonista si ubriaca di "Sexi-Gin" un drink reclamizzato persino nelle scritte al neon che baluginano sulle curve, una bevanda dal colore muschioso e dal sapore imprevedibile di muschio appunto e "di radici umide, di latte e in certo qual modo di donna giovane e bella". O quello in cui l’ira del Padrone lo fa assomigliare ancor più a un insetto, con la bocca che secerne la sostanza biancastra, gli occhi che si fanno gialli e il corpo che pare incurvarsi e rimpicciolire in una serie ininterrotta di brividi. O ancora l’apparizione della bellissima Selene, segretaria del padrone ed ennesima creatura metamorfica (creatura-edera, bambina-seduttrice):

"È molto provocante e io sono persuaso che sotto il grembiule di raso nero non ha niente altro che il reggipetto e le mutandine. Perciò ho pensato che sia una persona sospetta in quanto tutte le altre segretarie sono ragazze sfiorite dal lavoro o dalle lunghe ore sedute alle macchine da scrivere e si capisce che sotto il grembiule hanno la sottoveste quando non addirittura una gonna e una maglietta. […]
Lentamente ha infilato una mano dentro il grembiule fino a raggiungere il seno con le lunghe dita scure. A quanto ho potuto vedere, l’ha stretto forte tra i due polpastrelli. Gli occhi a fessura e le labbra un poco imbronciate, pareva una bambina che dormisse, immobile, appena scossa da qualche rapida immagine del sogno. La testa arruffata e abbandonata tra la spalla e il muro, il corpo e il ventre protesi è rimasta così per un po’ di tempo […]. Si è rannicchiata ancora più verso l’angolo, ha sbottonato furiosamente la camicetta ed è apparso il seno. I capezzoli erano piccoli, turgidi, di un color rosso scuro e su uno di essi (quello che prima aveva toccato) sorgeva in quel momento una piccola goccia trasparente.
« La prenda lei, se no dopo mi fa male » ha sussurrato Selene con voce infantile; con grande delicatezza, perché la goccia non cadesse, ha raccolto le dita intorno al seno e me lo ha porto. Quasi automaticamente mi sono curvato e ho raccolto la goccia con le labbra, poi mi sono subito ritirato. Mi ero avvicinato come in sogno ma ora ero perfettamente sveglio e mi vergognavo profondamente. Anche Selene aveva l’aria di una bambina punita, rossa in volto si abbottonava la camicetta con dita tremanti. È subito uscita con la testa bassa lasciando però il suo odore nella mia stanza.
Ho aperto la finestra e ho riflettuto alla mia immensa vergogna per quanto era accaduto"

Da queste fenditure, da queste torsioni il romanzo trae una luce e un vigore che lo svincolano dai riferimenti crono-topografici e lo proiettano anzi verso una fecondissima attualità.

Goffredo Parise, Il padrone, Adelphi, pp. 268, euro 19.








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 27 giugno 2011