Perché "Cammina cammina"

Giacomo D’Alessandro



Tutti quelli che ci vedono passare chiedono: "Dove andate? Chi siete?" Cosa rispondiamo loro?
Andiamo a Napoli, siamo delle persone che fanno una cosa che può sembrare esagerata, che è esagerata, e che però è da fare nell’esagerazione di questi anni. Una risposta a tutto questo ma una risposta di ricucitura e non di lacerazione nella vita del paese. E così a seconda dei casi uno può pensare che siamo matti, che siamo degli idealisti, dei don Chisciotte, con una parte di verità in tutto ciò qui, ma mi sembra che quello che sta succedendo abbia un aspetto di grande naturalezza, senza nessuna postura da superuomini. Ci sono qui donne e uomini che fanno questa cosa con grande convinzione, sopportano tutta la fatica che comporta, e questo è un segnale forte, vuol dire che le persone chiedono, vogliono fare di più, non di meno, vogliono che le si stimi e che si chieda, si pretenda da loro di più.

E allora raccontiamo che cosa sta succedendo in questi giorni: siamo partiti da Milano, ma come è programmato questo viaggio, che avete intitolato "Cammina cammina"?
Dura poco meno di un mese e mezzo e finisce a Napoli, a Scampia, davanti al Centro Hurtado, che sta facendo un lavoro importante nella periferia di Napoli, una zona molto difficile; siamo partiti dalla Cascina Cuccagna, altro posto nel cuore della città (Milano) dove si stanno facendo cose che vanno del tutto contro corrente; questi posti hanno un aspetto di prefigurazione, non solo di denuncia o di protesta per come vanno le cose, ma anche "prefigurano", cioè fanno vedere come potrebbe essere diversa la vita. A mio parere ci vuole un’invenzione, bisogna "inventare" qualcosa e non semplicemente esprimere il proprio dolore per la situazione in cui stiamo vivendo. Bisogna fare un gesto, un azzardo più estremo che è quello di prefigurare, di inventarsi qualcosa di nuovo. Questa "roba qui" nel suo piccolo è questo: Milano, Napoli, il nord, il sud… C’è chi lavora per lacerare l’Italia sempre di più, e che trae il proprio potere proprio dal fatto di lacerare, mettere gli uomini gli uni contro gli altri a seconda della regione, del paese in cui sono nati, e noi facciamo un gesto che va in senso opposto; non lo facciamo con le chiacchiere - son capaci tutti - ma lo facciamo sudando, camminando assieme ad altri. E’ il nostro modo non solo di esprimere la nostra insofferenza ma anche di oltrepassarla facendo vedere che in Italia si potrebbero fare delle cose diverse. Quando le persone, come dimostra questo piccolo viaggio, si conoscono, si incontrano, alla fine sbaragliano le differenze, perché chi fa assieme una fatica condivisa poi si conosce più profondamente, le barriere saltano. Barriere molto spesso edificate da chi trae il suo potere tenendole in piedi.

Nell’appello con cui a marzo avete convocato e presentato questa esperienza, come gruppo delle Tribù d’Italia e del Primo Amore, avete scritto "ci sono delle lucine, molte lucine in questo paese buio, bisogna farle crescere e farle incontrare". Di cosa si tratta?
Le lucine sono tutte queste realtà – in Italia ce ne sono moltissime – di persone che sembrano andare in tutt’altra direzione, non si fanno paralizzare dal fatto che "questo fa schifo, questo ci va male, non si può far niente, allora possiamo solo crogiolarci nel nostro dolore e nel nostro scontento", ma fanno delle cose forti, tra di loro, spesso in termini di puro volontariato. E quindi noi non abbiamo detto "siamo la luce nel buio", noi abbiamo detto che ci sono tante lucine, che siamo una di quelle e che muovendosi la luce può creare un vortice, che magari si incontra con tutti gli altri piccoli vortici, che ci sono già nel paese e però non sanno magari niente l’uno dell’altro.

Tu sei forse il principale fra gli organizzatori, i pensatori di questa idea, di questo gruppo; diciamo allora per chi ci segue chi è Antonio Moresco e perché si è messo in viaggio anche lui.
Sono uno scrittore, ma non sono mica nato scrittore… Sono una persona che ha fatto una vita molto difficile e ad un certo punto, dopo i trent’anni, ha trovato questa strada dello scrivere, dopo una storia di disastri, di disavventure anche molto personali. Adesso continuo a scrivere, pubblico i miei libri, però non mi basta, ho il desiderio che questa non sia un’attività chiusa in un piccolo recinto. In un recinto non mi faccio chiudere, se ho delle passioni, dei sogni io li esprimo ed essi non sono in contraddizione col mio essere scrittore, anzi, sono un tutt’uno.








pubblicato da t.lorini nella rubrica cammina cammina il 19 giugno 2011