Il demone a Beslan

Andrea Tarabbia



l numero 54 di «Nuovi Argomenti», in libreria in questi giorni, contiene una breve anticipazione di Il demone a Beslan, il romanzo che pubblicherò a settembre per Mondadori. La metto anche qui, per condividerla con gli amici e per ingannare l’attesa. (A. T.)

Sono passato per un corridoio che non avevo ancora percorso, al piano terra. È un corridoio che dall’atrio dove abbiamo iniziato il sequestro porta in un punto cieco fatto di classi, di finestre murate e orrende piastrelle. Ogni tanto Ruslan ci ordinava di girare per la scuola, per controllare che nessuno avesse tentato di penetrarvi. Come per i turni verso i bagni, tra di noi anche per le ronde funzionava il principio della rotazione. Io camminavo con il fucile spianato, ne buttavo velocemente la bocca dentro ognuna delle classi che si aprivano sul corridoio (per ordine di Ruslan, tutte le porte di tutte le stanze della scuola dovevano essere lasciate aperte), poi infilavo la testa e davo un’occhiata veloce. Io sapevo quello che stavo cercando. Solo da un’ora, se mi ricordo bene, Ali aveva avuto l’intuizione di tenere accese tutte le luci dell’edificio, come si fa la notte nei supermercati chiusi. Perielio aveva trovato il pannello elettrico e aveva detto che il sistema era piuttosto vecchio, ma che avrebbe retto senza problemi (posto che da fuori non ci staccassero la corrente). Camminavo nel silenzio, la palestra è in un’altra ala, in un altro mondo rispetto ai corridoio vuoti e illuminati, e i suoni della folla e le urla dei miei compagni fin qui non arrivavano. È stato allora che ho sentito una voce, una voce sottile di donna che proveniva da una delle classi verso il fondo cieco. Ho affrettato il passo, cercando di fare il minor rumore possibile per cogliere di sorpresa la donna e le persone che potevano essere con lei. Mi sono tolto dalla cintura la testa di forca per evitare che sbattendo contro il muro facesse rumore, e l’ho impugnata mentre con l’altra mano liberavo la sicura del fucile. Io secondo gli ordini di Ruslan avrei dovuto avvisare gli altri prima di intervenire, ma questa era la voce inconfondibile di una donna, e per di più cantava, la voce di questa donna stava cantando, con le poche forze che le erano rimaste stava provando a cantare, e ciò che le usciva dal petto, insieme a qualche colpo di tosse, era una nenia conosciuta, che a volte mi era stata cantata da qualche parte – o forse l’avevo solo sentita cantare, non so. La voce era malferma, espettorata in un soffio, e spaccava il silenzio e la luce elettrica con una ninnananna che ripeteva ossessivamente. Mi sono levato il passamontagna e mi sono fermato nel corridoio ad ascoltare:

Spjat ustalye igruški, knižki spjat,
Odejala i podyški ždut rebjat.
Daže skazka spat’ ložitsja,
Čtoby noč’ju nam prisnit’sja.
Ty ej poželaj: «Baju-baj!»

Adesso c’erano la luce elettrica, le piastrelle, il linoleum che in alcuni punti è sollevato per via dell’umidità, e c’ero io, e c’era questa voce. E oltre la voce, poco più sotto, disturbati dai colpi di tosse che la donna ogni tanto tirava, mi pareva anche di sentire il rumore di due respiri: uno lento e sommesso, e l’altro veloce, sincopato e inquieto.

Objazatel’no po domu v etot čas
Ticho-ticho chodit Drema vosle nas.
Za okoškom vse temnie,
Utro noči mudrenee,
Glazki zakryvaj! Baju-baj!

Sono rimasto fermo per un po’, non saprei dire quanto, ad ascoltare, e non avevo paura. Io non pensavo a niente. Li avevo trovati. La voce della donna ha cantato la ninnananna due, tre volte, fino a quando un’altra voce, la voce di un bambino ha detto, in russo, Mamma, mamma, io sento respirare. È Kolja, amore mio, è il respiro di Kolja, è vivo ancora,ha risposto la donna. No, mamma, io sento respirare nel corridoio, c’è qualcuno. Non ci può essere nessuno, amore mio, siamo solo io, te e Kolja, non ci può essere nessuno, ha detto la donna. Mamma si sente respirare, io sento respirare, magari sono venuti a prenderci.
Sono comparso sulla soglia con il volto scoperto e il fucile puntato verso il pavimento. Non ho detto niente. La donna mi ha guardato e ha tossito forte nel palmo della mano. Un po’ di sangue le è rimasto appeso alle dita. Era seduta per terra, senza la camicia, che aveva avvolto e appoggiato sotto la testa di un bambino – Kolja – che le stava davanti, sdraiato in una pozza di sangue più grande del suo stesso corpo, in cui erano immersi i piedi calzati della madre. Kolja era bianco in volto, e tremava di freddo. Accanto alla donna, spaventato, l’altro figlio era appoggiato alla parete, e si copriva con la mano una piccola ferita a metà coscia, che io riuscivo a vedere attraverso il pantalone squarciato. Nell’aula murata c’era odore di ferro. La donna mi ha guardato per un po’, poi si è voltata verso il bambino sdraiato, che la guardava senza vederla. I suoi occhi erano già vuoti, tutto il corpo sussultava per i brividi che lo percorrevano e il suo respiro era veloce, corto e finale. Per un minuto non è successo niente. Neanche l’altro bambino mi guardava, perché aveva gli occhi fissi sulla madre. Mamma, perché hai smesso di cantare?, ha chiesto, ma la sua richiesta era vuota – non gli interessava veramente che la madre riprendesse con la ninnananna.
Mamma, canta ancora, a Kolja piace, ha detto poi. La donna, che indossava solo una canottiera di colore bianco e un paio di pantaloni, ha cominciato a dondolarsi avanti e indietro, e ha ripetuto di nuovo la prima strofa, dove si augura alla notte di avere paura del buio. Mentre cantava si abbracciava la pancia, e io seguivo l’onda della testa che si spostava nello spazio. Poi si è fermata, a metà della seconda strofa si è fermata e mi ha guardato dal basso. Ha visto la forca.

«È arrivata» ha detto, e la frase non era rivolta a nessuno. Ha tossito di nuovo. Non ho fatto domande. Kolja, da terra, non muoveva la testa e non guardava nessuno, nemmeno la madre. Lei si è abbassata verso di lui, gli ha messo una mano tra i capelli. «È arrivata, amore, è arrivata, tra poco tutto finisce». La maglietta di Kolja era lacerata all’altezza dell’addome, e metteva in mostra uno squarcio lungo e profondo, da cui il sangue non aveva cessato del tutto di sgorgare. La donna per un istante si è come riscossa, e mi ha guardato:
«È vero che tutto tra poco finisce?» mi ha chiesto.
Ho risposto con un cenno del capo che non significava nulla, ma che era rivolto al bambino sdraiato nel sangue.
«Siamo rimasti feriti nell’atrio.» ha detto allora la donna, come svegliandosi. Ho fatto cenno di sì con il capo. La donna parlava in russo: «Io non mi sono fatta niente, e neanche Egoruška: lui, sa, si è solo tagliato un po’ sulla coscia e non è niente. Siamo rimasti nascosti dietro lo scranno, nell’atrio, e quando la situazione è sembrata tranquilla ci siamo trascinati qui perché ormai avevate murato l’uscita e le finestre di quest’ala. Non so come avete fatto a non vederci. Forse avete pensato che eravamo già morti». I suoi occhi sono caduti sul corpo lacerato del figlio, ed è rimasta in silenzio. «Se almeno riuscissi a farlo addormentare» ha detto. Poi mi ha guardato di nuovo: «Noi non dovevamo essere qui, noi siamo di Voronež e non dovevamo essere qui. È mio marito che è stato trasferito. Kolja ed Egoruška sono gemelli, sa, anche se non si somigliano. Oggi iniziavano a studiare nella loro nuova scuola». Non aveva paura di me, muoveva i piedi nel lago di sangue del figlio e mi guardava dritto negli occhi tenendosi la pancia.
«È incinta?» le ho chiesto, dandole chissà perché del lei.
Ha fatto no con la testa, senza guardarmi. Kolja ha emesso un suono, un sibilo basso e quasi impercettibile. «Che c’è amore mio? Che cosa succede? Che cosa senti?» ha detto lei. Kolja non si è mosso, il suo respiro stava scomparendo, gli occhi guardavano fissi la luce di uno dei vecchi lampadari sovietici che rigavano il soffitto.
«Mamma Kolja sta male» ha detto Egoruška, «Mamma Kolja sta per morire, vero? Noi non possiamo fare niente. Tu puoi fare qualcosa?» ha aggiunto, guardando verso di me.
La donna e il bambino si sono messi ad aspettare che io rispondessi.
«Ha perso molto sangue» ho detto, dopo un po’.
«Quasi tutto» ha detto la donna, e la sua frase è morta in un accesso di tosse.
Quando si è calmata, ho tratto il coltello dalla tasca dei pantaloni e gliel’ho porto tenendolo dalla parte della lama.
«È una cosa che deve fare per lui.» ho detto, «Io aspetterò qui fuori».

Per alcuni minuti non è successo niente. Io me ne stavo fuori dall’aula, appoggiato alla parete, e non pensavo a niente mentre, da dentro, venivano come prima i rumori dei respiri. Solo mi sembrava, adesso, di sentire l’odore del ferro anche fuori, nel corridoio: ma forse l’avevo ormai nelle narici.
Egoruška rimaneva zitto, e la donna – di cui non so il nome – aveva smesso di cantare. Il metronomo del fiato di Kolja era come scomparso, confuso dai rumori che ogni tanto arrivavano da fuori – ma forse lui a quel punto se n’era già andato. Non ho mai pensato che per qualche motivo la donna potesse uscire di colpo dall’aula e piantarmi nel petto il coltello: lo penso adesso, che so com’è finita e che so che ho fatto bene ad aspettare. Egoruška e la madre non si sono detti niente, immagino che si siano solo guardati, che si siano parlati con i volti. Si è sentito il rumore di un corpo che si trascinava sul pavimento, e mi è arrivato all’orecchio lo sciabordio della pozza di sangue. Ho messo la testa di forca attaccata al muro, in verticale, e sedendomi mi ci sono appoggiato. Tenevo il fucile in mezzo alle gambe, senza la sicura, e non guardavo da nessuna parte. Per un altro minuto non è successo niente. Poi, sottile e un po’ roca, la voce di Egoruška ha detto «Mamma», e io ho capito che quello era il momento.

Sono entrato nell’aula, dove i tre corpi giacevano ormai in terra, quello di Kolja nella stessa posizione di come l’avevo visto prima. Ricordati di loro, aveva detto la Cieca. Egoruška e la madre si erano abbracciati, i loro corpi giacevano immobili con le facce rivolte verso il cadavere dell’altro figlio e del fratello. La testa di Egoruška era appoggiata nell’incavo della spalla della donna, in una posizione che nascondeva lo squarcio. Aveva però sulla maglietta un bavaglio rosso scuro che gli arrivava fin quasi alla cintola. La donna giaceva con gli occhi aperti, fissi come quelli dei pesci. Estraendole il coltello dall’addome, glieli ho chiusi, e un riflesso delle palpebre ha opposto resistenza per un istante. «Era la cosa giusta da fare» le ho soffiato, anche se sapevo che non mi avrebbe sentito. Ho pulito la lama nella camicia che la donna aveva messo sotto la testa di Kolja e sono rimasto in piedi a guardare questo piccolo presepe di tre corpi sparsi sul linoleum. Ho chiuso gli occhi anche a Egoruška, e le sue palpebre erano morbide e non hanno opposto resistenza. Mi sono infilato il coltello nella tasca, mi sono voltato per uscire e ho chiuso la porta.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica annunci il 16 giugno 2011