Il caso di Rolando Alberti, pastore

Andrea Amerio



Un bel giorno grazie a Luca Ragagnin e a Enrico Remmert incappo in questo Rolando Alberti, poeta incredibile, fuori da tutte le categorie e gli schemi, un Gavino Ledda della versificazione, e, per quanto ne so, un caso unico. Il merito di averlo scovato va a Enrico Medda, docente di Letteratura Greca presso l’Università di Pisa, e a Guglielmo Fiamma, autore televisivo e sceneggiatore, che per primi hanno amato questa singolare voce. Ne parlo con loro.

- Potete raccontaci chi è Rolando Alberi e come ci siete arrivati?

Rolando è una persona che conosciamo da molti anni e che abbiamo seguito in tutta la sua evoluzione personale ed artistica, una persona a cui teniamo veramente e che per certi aspetti rappresenta un caso unico nel suo genere. Rolando Alberti, oggi trentottenne, vive nel paese di Forno (provincia di Massa Carrara) ed esercita sulle Alpi Apuane il mestiere di pastore di capre, ereditato dal padre. Rolando è ormai uno degli ultimi a proseguire una tradizione secolare che va estinguendosi, oltre che per i cambiamenti della società, per la stessa durezza del lavoro che si svolge in alta montagna e in condizioni arcaiche. Già dall’età di otto anni Rolando ha mostrato una singolare propensione per la scrittura poetica, componendo versi che all’epoca colpirono l’attenzione di una sua insegnante, che li incluse in una piccola raccolta di poesie di bambini (Bambini di Forno, Poesie, Pacini Editore, Pisa 1982). Nell’ambito di quel volumetto i testi di Rolando si distinguevano per la creatività lessicale e per una profondità assolutamente fuori del comune. Dopo un periodo difficile, corrispondente all’epoca della scuola media, durante il quale incontrò problemi con insegnanti che non lo capivano e altro non vedevano che le sue difficoltà con la lingua italiana (Rolando si esprime prevalentemente in dialetto e scrive con comprensibili incertezze ortografiche), abbandonati gli studi in terza media ha ricominciato nel tempo a scrivere, producendo testi assolutamente sorprendenti e unici, che comunicava a pochissimi intimi.

- Uno di questi intimi è Enrico Medda, amico da più di trent’anni della famiglia, che lo ha conosciuto praticando le montagne apuane come alpinista. Enrico ha raccolto e trascritto le poesie senza modificarne minimamente la forma, e poi ha fotografato sia il ricovero invernale del gregge di Rolando, nella solitaria valle marmifera di Renara, sia l’alpeggio estivo a oltre 1000 metri di quota dove vive solo in un casolare abbandonato ai piedi di una parete impervia sia ciò che resta dell’abitazione della famiglia Alberti, malauguratamente andata distrutta in un incendio alla fine del 2009. Vuoi dire qualcosa a proposito delle poesie di Rolando?

Sì. Che si tratta di composizioni caratterizzate da grande sensibilità linguistica e musicale e da grande capacità introspettiva, che toccano temi universali legati al senso dell’esistere umano e al rapporto profondissimo che lega l’autore alla terra in cui vive, animata da forze della natura e da presenze di abitatori del passato; il tutto espresso con immagini e soluzioni linguistiche che lasciano stupefatti. Il tipo molto particolare di vita che Rolando conduce, che comporta mesi di isolamento in alta quota e condizioni di vita pesanti, e soprattutto l’indole assolutamente genuina della persona, scevra da qualsiasi sovrastruttura culturale e intellettuale precostituita, ci hanno sempre consigliato grande prudenza nel proporre i suoi testi attraverso i classici percorsi che gli aspiranti poeti seguono per cercare di farsi conoscere. In particolare abbiamo sempre temuto di poter tradire la fiducia totale che Rolando ripone in noi quali suoi pressoché unici interlocutori ’poetici’ mettendolo in contatto con un mondo nel quale potrebbe sentirsi fuori posto. D’altra parte ci sembra sbagliato non cercare di far conoscere ciò che Rolando scrive per l’assoluta qualità poetica e la capacità di suscitare emozioni profonde nel modo più semplice e diretto che si possa immaginare.

- Ora ascoltiamo la voce di Rolando...

GLI OPPOSTI

Nel mio vivere mi trovai in una terra
Che i miei stivali mai avevano posato il loro cuoio
Se alla mia insaputa fossero stati calzati
Da piedi che non mi appartenessero.
Una pianura uniforme avevo dinanzi
Ed un albero centrale faceva una lunga ombra
Dinanzi e dietro a sé
Dividendo in due quella vasta distesa.
Nel cercar il nulla mi allontanai di lato,
Lasciandomi dietro l’ombra di albero,
Che confine era di un mondo
Sconosciuto nel capire, ma conosciuto nel vivere.
Senza fretta ma con passo svelto
Come il sole nella sua proporzione
Mi avvicinai ad un limite inesistente.
Ma io gli diedi vita,
Nell’arrivare dove l’angoscia
Da prima si fece serva e poi padrona,
E alla fine pazzia.
Da quest’ultima fui costretto
A retreggiare verso l’albero
Che a mezza distanza stava da me.
Più mi incamminavo verso quell’albero
Che ombra obliqua faceva
Più riuscivo a trovare la tranquillità cercata.
Nell’oltrepassarlo uno schizzo di felicità
Sentii in me,
Nell’avanzare verso l’opposto da dove venivo
La felicità si cambiò in estasi.
Nel giungere al limite che non c’era
L’estasi che in me mi adulava
Divenne follia.
Costretto dall’opposto che cercavo,
Colpevole di avermi fatto entrare
Nel medesimo lasciato
A retreggiare dove la mia schiena guardava,
Fino a che toccai il tronco d’albero.
Ma in questo toccare
Cambiai strada seguendo l’ombra
Che per lungo stava,
Trovando un fine senza inizio,
Scoprendo altre pianure
Che limiti opposti hanno
Se da me fatti

IL BUIO

Fugge l’uomo nel breve sonno
Quando l’aria si tinge di bruno.
Strade e piazze si riempiono di vuoto
E la luce grigna nell’essere perdente
Di fronte all’oscurità.
L’orizzonte di mille colori si ripete
Come a me illuso uomo mi porgesse
Il suo saluto.
Di un colore identico la montagna,
che più piccola la vedo, si dipinge.
Nidi di luce sullo sfondo marinaio,
Mentre tutto scompare
Come questi ultimi momenti di luce.
Mi osserva come un debitore il bruno buio,
Guardandomi avanza, e di fronte mi viene.
Io intuisco il suo pensiero incamminandomi
Sul sentiero che a quelle quattro mura porta,
Epicentro di questo errante vivere.
Sgarbato verso il buio antico devo essere.
Ospite sgradito lo vedo tra queste mura.
Ma offesa non porta, e lì fuori mi attende.
Fedele e coraggioso, tanto che sino al mattino
È la sua attesa
Senza dar peso al suo certo svanir.

PENETRAZIONE

Ho penetrato il tuo sguardo
Entrando nella tua anima.
Ho visto le tue stelle
La tua luna
Il fuggire dell’oscurità al nascere del sole,
Ho visto il tuo immenso oceano
E il tuo infinito cielo.
Ho parlato con la tua morte.
Nella tua anima per la prima volta
Ho visto nascere la mia eternità.
E là, nella mia eternità,
Aleggiava la tua anima.








pubblicato da a.amerio nella rubrica poesia il 14 giugno 2011