L’ultima spiaggia

Marco Rossari



"Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?" Alle celebri, isteriche domande di Michele Apicella, alter ego proiettivo dei tic e delle nevrosi di Nanni Moretti ma anche della controcultura nel cui brodo si muoveva la generazione di Ecce bombo, immagino che Thomas Pynchon non avrebbe esitazioni quanto alla risposta migliore da avanzare. Basterebbe un’occhiata alla quarta o al risvolto del suo ultimo parto (Vizio di forma, Einaudi Stile Libero Big, traduzione di Massimo Bocchiola, euro 20,00, pagg. 470) per trovare conferma di quanto l’elusività sia risultata efficace come forma di autopromozione, naturalmente in buona fede, della sua carriera: viene descritto come "il grande recluso della letteratura americana", uno scrittore con "una vita circondata dal mistero più assoluto", un "autore di culto" e via occultando.

Non a caso si sprecano ipotesi e aneddoti su questo prolifico fantasma della letteratura mondiale. Celebre l’episodio secondo il quale nel momento in cui il settimanale newyorchese "Soho Weekly News" ipotizzò che l’autore de L’incanto del lotto 49 altri non fosse che J.D. Salinger (l’anno d’esordio dell’uno coincideva quasi con i primi silenzi dell’altro, più o meno il 1963), la circostanza venne smentita tramite un sibillino telegramma indirizzato alla redazione che recitava: "Niente male, riprovateci". Oggi forse qualcuno lo avvicinerebbe a Banksy, per lo spirito libertario e per il gusto della beffa.

Risulta quindi curioso, e per certi versi anche strategicamente fallimentare, che uno scrittore tanto refrattario a mettersi al centro della scena e dunque, si presuppone, deciso a lasciare parlare le proprie pagine (che certo non sono poche) abbia invece finito per suscitare un interesse così morboso intorno al proprio aspetto e alla propria vita privata, un’attenzione – azzardano i maligni – inversamente proporzionale al numero di lettori devoti. Se è ormai pervenuta a chiunque la leggenda del romanziere recluso che detesta apparire in pubblico (e che ha anche alimentato un’ampia narrativa intorno all’eremitaggio, si pensi al personaggio di Bill Gray in Mao II, di Don DeLillo), non sappiamo quanti acquirenti arrivino puntualmente in fondo a romanzi-monstre come Mason&Dixon o Contro il giorno, pubblicati o per meglio dire sobbarcati da Rizzoli e dalle povere spalle di Bocchiola.

Ad ogni modo Pynchon ci sguazza: cameo vocali durante I Simpson, improvvisi annunci vergati di suo pugno che appaiono e scompaiono da Amazon, perfino un booktrailer per questo Inherent Vice dove proprio lui, nei panni del protagonista fattone, racconta con voce impastata la trama e sbotta indignato davanti alla cifra richiesta per l’edizione americana. Cogliere alla sprovvista, è questo lo spirito, e infatti nessuno si aspettava di trovarsi davanti a un libro così leggero e di vederlo finire dritto dritto in classifica (anche qui in Italia, seppure brevemente). Un romanzo quasi di genere che ha riportato fra gli esseri umani questo fluviale narratore abitualmente postmoderno, massimalista, neoepico, labirintico, ipertestuale, stratificato, insomma appesantito da una serie di etichette che per la maggior parte dei lettori sono sinonimo di "illeggibile".

Ingredienti? Tutti quelli classici dell’hard-boiled. Un detective disilluso, una femme fatale, un caso ingarbugliato, parassiti di ogni risma, piedipiatti corrotti, Los Angeles sullo sfondo. Al posto del jack, il joint. Al posto dei duri, i molli: una sequela di sciroccati, scazzati, scervellati, sfaticati, sballati, sciamannati, scannati (qualsiasi "s", più o meno privativa, funziona) con al centro il più sbiellato (aridagli) di tutti, Doc Sportello, irriducibile hippy e investigatore privato per sbaglio o per sballo, che detesta la polizia e per via di qualche migliaia di spinelli di troppo ha la memoria ridotta peggio di un ferrivecchi. Quando l’ex ragazza, una silfide sine pari, gli si presenta sulla soglia, al Nostro non resta che andare a cacciarsi in una serie di vicende sgangherate, tra nazioni ariane e dentisti assassini, surf-rocker ed eroinomani, slanci lirici e battute becere, nebbie mentali e non, in un continuo ammiccamento insieme nostalgico e caricaturale verso l’universo perduto dei fricchettoni, artefici e vittime della summer of love (appena degenerata in odio: Manson aleggia per tutto il romanzo).

Il risultato per il lettore è dapprima un senso di euforia, di spensierato godimento, e poi sempre più di déjà-vu, un senso risaputo di sazietà tipico anch’esso della poetica pynchoniana, così affetta da accumulo descrittivo, da ammiccamento citazionista, dal bisogno in ogni scena di lasciare – novello Pollicino ovvero Tom Thumb – sassolini per i fan, raccolti uno per uno ed esposti oggi nell’immensa mole dei pynchonwiki che spuntano in rete: film, auto, moto, locali, canzoni. Insomma tutto un ammiccare complottardo tra narratore e lettore, tra sistema e antisistema.

In fondo leggere questo scrittore è sempre stato un invito alla detection, della quale fanno parte tanto gli indizi quanto le paranoie, tanto la disillusione quanto il bisogno di sapere cosa c’è sotto. "La spiaggia," ci risponde oggi in esergo, con le parole del maggio parigino. "Sotto il selciato, la plage." Ma non basta il divertimento di tante pagine cool (anzi kool, come le sigarette di Sportello), il risvolto firmato dal suo doppio italiano (in un ulteriore e involontario richiamo alla parodia che forse l’avrà divertito) e un finale davvero meraviglioso per fare di questo un grande romanzo. Sarebbe facile ironizzare su una forma sbilanciata che flirta troppo col vizio del virtuosismo, ma davanti a certe pagine magistrali, sepolte sotto una quantità di sovrattrame, si prova nostalgia per ciò che Pynchon nella sua grandezza poteva essere e non è stato: uno scrittore normale, e proprio per questo straordinario, che ci mostri una buona volta la spiaggia. E non gli arabeschi del selciato.

(Questo articolo è uscito sul quotidiano "Liberazione".)








pubblicato da m.rossari nella rubrica libri il 11 giugno 2011